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In occasione del trasferimento della pinacoteca alfaniana da Palazzo Gallo al Protoconvento Francescano di Castrovillari (Cs), è stata ivi allestita una retrospettiva del maestro castrovillarese, comprendente anche opere appartenenti ad alcuni collezionisti. La mostra resterà aperta al pubblico fino ai primi di settembre.


Per conoscere l’arte di Alfano è bene avere un approccio diretto con le opere, le quali non rendono fedelmente la qualità coloristica nella riproduzione fotografica, come si constata nel catalogo, recentemente edito da Rubbettino Editore.

In secondo luogo, per non incorrere in forzature metodologiche o in comparazioni stilistiche azzardate, basterebbe conoscere gli scritti autobiografici, le riflessioni che portano alla definizione della poetica di Alfano e della sua arte “sintetica e dinamica”. Tutte queste notizie sono riportate nel testo del giornalista Giuseppe Selvaggi e della prof.ssa Isabella Sancineto: “Pittura e Ventura di Andrea Alfano”, edito dal Coscile e nella puntuale documentazione del giornalista Luigi Grisolia:. “Andrea Alfano: Il pittore dell’essenza” (Gangemi Editore)

Altro sussidio importante, direi basilare, che agevola la chiave di lettura, soprattutto della seconda maniera alfaniana, ci viene dal libro di poesie “Sillaba eterna” che Alfano pubblicò nel 1963. L’intrinseco rapporto poesia- pittura rispecchia la storia della sua vita coerentemente vissuta nelle scelte e nelle rinunzie. Alfano voleva essere sé stesso, un autodidatta, libero di scegliersi i maestri a lui più congeniali, senza frequentare la scuola che considerò “baraccone di non-arte”, né partecipare alle varie correnti artistiche a lui coeve. I Maestri prescelti furono: Michelangelo, Rembrandt, Zuloaga, Anglada. Del primo apprezzò la forza morale tradotta in vigorosità plastica, degli altri i contrasti chiaroscurali che elaborò secondo personali canoni. In effetti, lo stile di Alfano rifugge da ogni accostamento, anche se nella sua prima produzione artistica rimane nell’ambito della tradizione realistica ottocentesca. Tuttavia Alfano non propende verso la trascrizione diretta della realtà come il suo collega napoletano Antonio Mancini, ma da essa coglie lo spunto per dare poi un’interpretazione dei soggetti in chiave psicologica. Per conseguenza la sua pittura non è mai fotografica, né plateale, di stampo “neobarocco”, come potrebbe sembrare. Da un’attenta osservazione delle opere, ci si accorge che specialmente nei ritratti, il fondo buio, illuminato come da fiamma, risponde all’esigenza psicologica di mettere a nudo l’interiorità dei personaggi, il cui sguardo vivo e penetrante ha il potere di comunicare stati d’animo conflittuali. Anche il linguaggio tecnico è in funzione espressiva: la pennellata o il disegno, sommariamente impiegati allo stato di abbozzo, traducono l’immediatezza della sensazione e nello stesso tempo puntano alla caratterizzazione dei volti. “Dipingere ed interpretare una testa e una mano è tutto, il resto è zero”, soleva dire Alfano. Nella testa ha sede l’intelligenza, nella mano la forza creativa, nello sguardo si rispecchia l’animo. I ritratti di Alfano vanno osservati da lontano. Essi hanno il potere di relazionarsi con l’altro da sé, di comunicare differenti condizioni esistenziali che rendono partecipe l’osservatore.

Il Paranoico (1898) ha un’espressione tesa, lo sguardo obliquamente fisso verso qualcosa che ossessiona la sua mente e che Alfano fa sprigionare dalla pulsazione delle tempie attraverso le venature ingrossate, e vedere nello zigzagare di lineette bianche attorno al volto: proiezione della turbe del soggetto.

Il non -finito caratterizza già Il Cinico (1898) donazione Luigi Grisolia), ritratto che s’affaccia dal fondo d’ombra con fronte spaziosa ed occhi impassibili: il suo sguardo gelido mette i brividi.

L’esperienza di vita rende consapevole lo sguardo del Sapiente (1904 donazione Luigi Grisolia) proteso a scrutare l’altra dimensione. Enigmatico ed avvincente lo sguardo dell’Autoritratto con tavolozza del 1918: l’opera si affranca dallo schema classico per rispondere ad esigenze di indagine del tutto psicologica.Alfano era solito autoritrarsi; come il grande Rembrandt, egli era attratto dall’analisi introspettiva, forse per meglio conoscere sé stesso e chiarificare l’inconscio razionalmente, per poi darne una trascrizione visiva.La variazione umorale trapela proprio attraverso lo specchio dello sguardo. Allucinante sofferenza che deforma e trasfigura i tratti fisionomici si coglie ne L’Autoritratto spiritico ( Coll. Privata) Ansia ed inquietudine emana l’immagine emaciata dell’Autoritratto del 1950 (Coll. Fernanda Di Vietri ) con chioma bianca ed occhiali cerchiati di rosso, attraverso i quali trapelano gli occhi, cancellati da un colpo di spatola, quasi a voler comunicare la stanchezza nello sforzo visivo. Essenziali gli elementi descrittivi in una composizione pittorica a macchie che immerge la figura nell’ombra. Ne L’Autoritratto di Alfano malato (1951.Coll. F.Di Vietri), gli occhi spalancati e fissi, puntati dolorosamente sull’osservatore, quasi a volerlo rendere partecipe della sua crisi spirituale, violentano il buio, evocano i “fantasmi della mente”. Mesto e rassegnato, lo sguardo di La madre del caduto, si perde nel vuoto del grembo, comunica un’accettazione religiosa del dolore: immagine di una pietà laica che evoca quella religiosa di Michelangelo che Alfano visualizza, in alto, a sinistra.

Interessanti i ritratti che Alfano ha eseguito ispirandosi a persone umili di Castrovillari. Risultano esemplari il: Bevitore ridente con cannata (Coll.Raffaella Di Vietri), dallo sguardo brillo e bocca aperta al sorriso: egli esce dalla sua cantina con la cannata, ripresa in un trompe-l’oeil magistrale: un invito a bere che è anche un invito a godere la vita. Un capolavoro di verismo sociale che affranca Alfano dal populismo manciniano è da ritenersi il Pittazzàro (1940Coll.Francesco Cappelli, Napoli). Il facchino castrovillarese, semicieco, con un occhio nascosto dal berretto e l’altro, lucido ed impietoso, quasi a voler comprendere la ragione del suo essere al mondo. Lo sguardo pungente si accompagna alla bocca sdentata, aperta in un sospiro di dolore, dolore che Alfano ferma in una spazialità atemporale, dolore che si protrae nell’uomo fino alla morte, essendo essenza della vita terrena.

Nei ritratti femminili, Alfano ha saputo trovare la grazia di uno sguardo di luce. È paradigmatico il dipinto: Bambina con riccioli, (anni ’40 Coll.Fernanda Di Vietri) il cui sguardo incantato cattura a prima vista, come anche avvince la freschezza coloristica.

Civettuolo ed ammiccante lo sguardo della leggiadra Fanciulla sorridente (anni 40 Coll.Privata, Castrovillari), la quale emerge dalla zona d’ombra. Efficace la pennellata fluida che rarefà i colori. Ma Alfano non è tutto qui. Molti altri ritratti.esposti nella mostra, svelano il rovello interiore. Egli dipinse anche temi religiosi che mettono a fuoco l’accesa spiritualità che il poeta travasa nella pittura del secondo periodo artistico. Nei dipinti che raffigurano il paesaggio, Alfano richiama la pennellata rapida e riassuntiva degli Impressionisti, ma il nostro Artista è sempre impegnato a tradurre le sensazioni che riceve dal vero in emozioni

.Rivisitare la produzione artistica di Alfano, a distanza di anni, significa trovare sempre qualcosa di nuovo, di inespresso, da decodificare: ciò significa che la sua arte è “oltreduemilista”come lui stesso l ‘ha definita.

Adriana De Gaudio

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