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24 anni di reclusione per Giulio Andreotti...
di Francesco Chiaia  ( francescochiaia@libero.it )

18 novembre 2002

Riflessioni di un penalista.


Ho appreso dai mass-media della condanna a 24 anni di reclusione per il Sen. Giulio Andreotti nel processo d’appello emessa dalla Corte d’Assise d’Appello di Perugia per l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, avvenuto nel 1973.

In primo grado il senatore Giulio Andreotti è stato assolto unitamente a tutti gli altri co-imputati "per non aver commesso il fatto", come dire che non c’entrava nulla con l’omicidio di Mino Pecorelli.

Ieri sera, quando scrivo la mezzanotte è trascorsa, la Corte perugina riformando parzialmente la sentenza di I grado, ha condannato Giulio Andreotti e Gaetano Badalementi quali mandanti dell’omicidio ed ha confermato la assoluzione per tutti gli altri:

  • l’ex-magistrato ed ex-parlamentare Claudio Vitalone esponente della antica Democrazia Cristiana,

  • il boss mafioso, riconosciuto tale da sentenze emesse da giudici dello Stato, Giuseppe Calò entrambi indicati dall’accusa anche loro come mandanti dell’omicidio, unitamente ad Andreotti ed a Badalamenti,

  • Michelangelo LaBarbera e Massimo Carminati indicati, sempre dall’accusa, come gli esecutori materiali dell’omicidio.

 

Questi i fatti

 

Sostiamo.

 

In uno stato di diritto come il nostro per poter discutere di una sentenza di condanna o, più in generale, di un processo penale, bisogna "conoscere le carte"; in questo caso, bisogna leggere le motivazioni della sentenza d’appello.

Questo è l’unico modo che esiste per esprimere una valutazione adeguata e corretta intorno ad un fatto giudiziario.

Ma è fin troppo allettante dare pregiudizi, dire la propria, esprimere dissenso e stupore senza averne titolo.

Gli unici abilitati a poter parlare sono gli imputati, i loro difensori e tutti coloro che abbiano ricoperto un ruolo processuale ben preciso.

Ed anche questa volta, seppur con una punta di amarezza ( giustificata dal pesante fardello dei 24 anni ), l’imputato ed i suoi difensori hanno dato una lezione di stile, tipico della loro personalità:

  • il primo ha dichiarato "a caldo" che continua ad avere fiducia nella Giustizia, in cui ha sempre creduto,

  • i secondi hanno dichiarato di "andare" in Cassazione, pur sottolineando il dato che sono stati condannati i presunti mandanti ed assolti i presunti esecutori materiali.

 

Per chi come me è un addetto ai lavori, è facile conoscere del valore del prof. Avv. Franco Coppi, dell’Avv. Gioacchino Sbacchi e dell’Avvocatessa Giulia Bongiorno.

 

Per chi come me è un cittadino, è facile riconoscere alti meriti politici al senatore a vita Giulio Andreotti.

 

Queste due condizioni però devono essere tenute nella giusta considerazione, e, specie davanti episodi del genere, è bene,seguire una rotta ben precisa, quella della moderazione, che proprio Giulio Andreotti ha così definito: " La moderazione è la sintesi fra la possibilità ed i mezzi per realizzarla".

Evitiamo le "chiacchiere da bar", lasciamole a chi ne ha bisogno, noi professionisti, e noi cittadini corretti, abbiamo il dovere di conoscere prima di parlare.

Personalmente, ho dato una lettura agli atti del processo di primo grado, ed ho trovato conforme a principi giuridici la sentenza di assoluzione.

Oggi, di fronte alla condanna di Andreotti e di Badalamenti, da avvocato penalista, traggo le seguenti perplessità:

 

  • il processo penale si svolge in maniera molto completa, dal punto di vista delle acquisizioni probatorie, in primo grado, ove ampia è la manovra e per l’accusa e per la difesa, manovra che può esplicarsi sin dalle indagini preliminari;

  • in appello approda unitamente alla sentenza tutto il "materiale" raccolto e confluito nel dibattimento di I grado; ed infatti, in appello si ricorre avverso una sentenza, ed avverso ordinanze, emesse da un giudice di primo grado;

 

se questo è il quadro della vicenda giudiziaria, tenendo in debita considerazione che si tratta di un processo indiziario ( senza prove certe ), sono molto interessato a leggere le motivazioni attraverso le quali la Corte d’Assise d’Appello di Perugia sia potuta giungere alla condanna - ed alla consequenziale irrogazione di una pena così elevata - per Andreotti e per Badalamenti se:

  1. Vi erano altri due mandanti, secondo il castello accusatorio, oltre ad Andreotti ed a Badalamenti: ossia Vitalone e Calò, che, invece, sono stati assolti ( in conferma della sentenza di I grado),
  2. Gli esecutori materiali, Labarbera e Carminati sempre secondo l’accusa, sono stati assolti ( in conferma della sentenza di I grado ).
  3. Nell’omicidio per mandato, secondo la migliore scienza penalistica e processual penalistica, è necessario individuare l’esecutore materiale per stabilire, con un grado di probabilità elevata, che egli non abbia agito per propria scelta ma in base ad un preciso accordo criminoso.

 

Quando si verificano queste situazioni giudiziarie, seppur con una certa cautela, si può prevedere che il processo in Cassazione non sarà facile, per nessuno; ed affermare che, essendo un giudizio di legittimità, quello in Cassazione, e, quindi, anche, e soprattutto, di verifica dell’iter logico-giuridico che il giudice d’appello ha seguito, i punti 1, 2 e 3, appena sopra esposti, rappresenteranno, per una difesa puntuale e di altissimo profilo scientifico, come quella del senatore Andreotti, tre piste da battere e da indagare ineludibili.

In casi come questi, in tutti i casi che giungono davanti alla Giustizia Penale, "bisogna saper attendere...il processo penale non è una corsa ai sacchi".

 

Francesco Chiaia

 

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