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Squilibri, equilibri e gettoni di libertà
di Giorgio Marchese  ( direttore@lastradaweb.it )

13 luglio 2002

Questa volta, anche il grande Ingegnere filosofo, "partecipa" al dialogo tra l'avvocato e l'analista



Caro Avvocato (o avvocatessa?), prima o poi sveleremo il segreto del tuo nome?

Vedremo, vedremo, non al momento comunque, aumenta... "l’intrigo"

Sono pronto a sostenere "il fuoco di fila" delle tue domande, cominciamo pure!

 

Uno dei punti che bisogna tenere presenti per condurre una vita normale è quello di vivere senza sintomi persistenti, come ad esempio, il mal di testa che, invece, io ho di frequente( anche se poi mi passa senza farmaci). Come si fa a vivere senza sintomi persistenti?

Riguarda sempre il rapporto che ciascuno ha con se stesso. E’ chiaro che se sviluppi dei sintomi ti devi domandare quale sia la motivazione, per riuscire a cercare ed a trovare dei correttivi utili. Molte volte, i disturbi conseguono a tentativi di adattamento non andati a buon fine. Altre volte, sono determinati dalla consapevolizzazione che si sta usando male il proprio tempo. Di conseguenza, se ci rendiamo conto di correre dietro a degli obiettivi poco importanti a ad eccessiva valenza sociale, è saggio ridimensionare l’impegno in tal senso... perché il gioco non vale la candela.

E se l’obiettivo che ci stressa, riguarda un obiettivo "prioritario"?

Spiegati meglio!

Ad esempio, cercare di autoaffermarsi attraverso un lavoro estremamente impegnativo

Come fai a cercare di autoaffermarti danneggiandoti mediante un super lavoro?

Non è possibile.

Quindi vuol dire che non stai lavorando per appagare quel bisogno, perché L’autoaffermazione prevede lo star bene con te stessa dal punto di vista mentale e dal punto di vista organico.

Però non ci sono dei momenti della vita o delle situazioni in cui è necessario uno sforzo in più, un cosiddetto sacrificio?

Per favore, facciamo attenzione all’uso delle parole: il termine "sforzo" identifica un impegno gravoso che si pone in una determinata azione; con "sacrificio", genericamente, si intende uno stento, una privazione. Uno sforzo in più può essere fisiologico: rappresenta un surplus di energia che noi chiediamo a noi stessi per affrontare una difficoltà e, quindi, è relativo nel tempo. Il sacrificio è qualcosa che ci danneggia e questo non è accettabile, a meno che non si tratti di appagare un bisogno indispensabile, come accadeva per gli schiavi, i quali se non avessero lavorato sacrificando la propria esistenza, sarebbero stati uccisi molto giovani. Tolto questo elemento estremo, per il resto, che senso ha sacrificarsi? Perché la gente si sacrifica? In genere per cercare di migliorare il proprio tenore di vita, ma solo dal punto della valenza economica: abbiamo già detto che è assurdo danneggiare la propria vita per cercare di gratificarsi attraverso ausili aventi un rapporto costo/beneficio assai sfavorevole.

Le cause dei sintomi sono sempre psicofisiche?

Non sempre, perché se io, per esempio, lavoro in ufficio con l’aria condizionata puntata a livello lombare, ho un’alta possibilità di produrmi delle contratture da raffreddamento, quindi la causa sarà di natura prettamente fisica, da perfrigerazione delle masse muscolari lombari. In questo caso, il disagio fisico mi produrrà un condizionamento psichico perché il mio tono d’umore ne risentirà notevolmente. E’ una di quelle situazioni in cui il problema fisico si ritorce sulla psiche e non viceversa.

Vivere in assenza di conflitti permanenti. Come si fa a scegliere senza rimanere nell’incertezza?

È sempre bene imparare a tener presente la lista dei bisogni da appagare, differenziando quelli indispensabili da quelli primari importanti ma non indispensabili, e riconoscendo i desideri ed i condizionamenti da tempo storico (che non appartengono alle leggi di natura, ma comunque sono necessari da appagare). Avere un’automobile, al giorno d’oggi, può rientrare nelle necessità del tempo storico. Non è un bisogno dell’essere umano, perché l’essere umano, a meno che non abbia una paralisi delle gambe, può benissimo camminare a piedi o prendere agevolmente i mezzi pubblici; però è una necessità del tempo storico perché molti lavori della Società attuale sono imperniati sull’uso dell’automobile (agente di commercio, pronto intervento di vario genere, trasporti su "gomma", lavori da svolgere in ambienti lontani dalla pria residenza e assoggettati ad orari rigidi, etc.).

Per " autoconservarsi" non si ha bisogno di un minimo di capacità economica?

Sì, ma se per avere questo minimo di capacità economica ci si logora, come si fa ad autoconservarsi? l’autoconservazione si realizza prevalentemente a livello "endogeno", è frutto di un corretto funzionamento metabolico, che riduce la produzione di radicali liberi; non illudiamoci che basta una crema per mantenerci giovani!

Ma io pensavo all’avere, ad esempio, una casa con certe caratteristiche, come il riscaldamento per l’inverno.

Questa non è una valutazione che tiene conto delle leggi di natura; infatti, prima di avere i riscaldamenti, si utilizzavano i caminetti e, quando non si aveva la possibilità di accendere i caminetti, ci si infilava due maglie di lana: la gente viveva lo stesso.

Ma noi siamo nati in un’epoca in cui in quelle condizioni ci ammaleremmo.

E chi l’ha detto? Corriamo il rischio di ammalarci, semmai, passando repentinamente da un ambiente troppo caldo ad uno troppo freddo.

E ci abitueremmo?

Certo, siamo organismi omeotermi! Non ti è mai capitato di andare in un albergo dove non funzionano i termosifoni? Quante volte ti sei ammalata?

Però, ad esempio, fare un’alimentazione corretta ha la sua importanza. E questo non incide sui costi?

Si può fare un’alimentazione corretta anche senza rivolgersi a cibi costosi: un pomodoro, dell’insalata, una fetta di carne, anche non frequente, non hanno prezzi esorbitanti. Le merendine hanno prezzi alti, ma fanno male alla salute. Il caviale, il salmone hanno prezzi molto alti, ma chi ti dice che facciano bene alla salute? Quindi, mangiare bene non sempre ti richiede spendere molto.

Ma se si mettono insieme questa spesa e magari le spese di luce, telefono, gas, che sono necessità del tempo storico.....

Appunto, sono tutte necessità del tempo storico, non sono bisogni dell’essere umano.

Mi stai dicendo che, per queste cose, non bisognerebbe impegnarsi molto?

Sarebbe utile impegnarsi finchè la cosa non danneggia; se per mantenere quest’apparato tu danneggi la tua salute, che utilità ne ricavi?

Nessuna

"l’apparato" in questione andrebbe usato per ricavare un quantitativo economico che ti consenta di raggiungere un buon tenore di vita: ma se per fare ciò tu consumi la tua salute, cade la motivazione principale per cui hai messo in piedi questo programma.

Vediamo se ho capito: se una persona, per non danneggiarsi, può impegnarsi entro certi limiti e quest’impegno non le consente di soddisfare tutte queste necessità del tempo storico, cosa deve fare? Eliminare qualcosa? Ma come si fa a potere rinunciare all’energia elettrica o al telefono?

Si può benissimo attuare una politica di razionalizzazione delle risorse: quanta gente lascia le lampadine accese, o in stand by una serie di elettrodomestici? Questo comporta un consumo inutile.

Quindi si fa una scelta.

Ma scusa, quando non esisteva l’erogazione della corrente elettrica, non si avvertiva l’esigenza di utilizzare elettrodomestici: se una cosa non la conosci, non ti può pesare non averla.

Sì, però noi non ne potremmo fare a meno.

Se ti fa piacere pensarla così, fai pure, ma è solo un’illusione, una pura convinzione non suffragata dai fatti.

Ma se una persona fa un lavoro che richiede lo scrivere, lo stare al computer, come farebbe? Io non potrei lavorare.

Lavoreresti in maniera differente. Certo è che tu sei integrata in un sistema che richiede l’uso del computer, per cui hai bisogno di mantenere attiva l’erogazione della corrente, quindi di pagare le bollette. Ma quanta gente ha un computer e non lo usa, quanta gente ha due auto e non le usa, però paga l’assicurazione, il bollo e tutto quanto concerne il mantenimento della vettura. Quanta gente ha appartamenti con molte stanze, che ha arredato, quindi spendendo dei soldi, ma che non usa completamente. Quanta gente possiede case che non abita e per le quali deve pagare tasse. Tutto questo che senso ha? Dal punto di vista naturale nessuno. Dal punto di vista sociale può rappresentare una sorta di serbatoio di protezione in caso di malattia, ma se tu vivi bene è difficile che ti ammali; quindi potresti non avere mai bisogno nella tua vita di qualcosa del genere.

Per accomiatarci col buonumore, voglio "rappresentarti" (sai che mi piace recitare copioni teatrali) un brano tratto dal libro di Luciano de Crescenzo Storia della filosofia greca, in cui l’autore fa dissertare Tonino Capone, filosofo elettrauto napoletano, sulla saggezza del vivere.

"La vita quotidiana" dice Tonino "è come il Monopoli: all’inizio ogni giocatore riceve dal banco ventiquattro gettoni di libertà, un gettone per ogni ora del giorno. Il gioco consiste nel saperli spendere nel modo migliore.".

Ci troviamo in una piazzetta del Vomero: è l’una di notte, non c’è più nessun cliente, il locale sta per chiudere. ’O maresciallo, il proprietario, fa i conti dietro la cassa. Due camerieri girano fra i tavoli e ammucchiano per terra tovaglie sporche da consegnare alla lavanderia. A un tavolo d’angolo, davanti a tre tazzine di caffè, siamo rimasti seduti io, Tonino e Carmine, il cameriere anziano della pizzeria.

"noi per vivere" dice Tonino "abbiamo bisogno di due cose: di un po’ di soldi, per essere indipendenti dal punto di vista economico, e di un po’ di affetto, per superare indenni i momenti di solitudine. Queste due cose però non le regala nessuno: te le devi comprare e te le fanno pagare a caro prezzo con ore e ore di libertà. I meridionali, per esempio, sono portati a desiderare il posto sicuro, lo stipendio fisso tutti i ventisette. Non dico che si tratti di un mestiere stressante, tutt’altro, però in termini di libertà l’impiego è un impegno tra i più costosi che esistono: otto ore al giorno significano otto gettoni da pagare, senza considerare gli straordinari e un eventuale secondo lavoro. E veniamo all’amore: anche in questo caso l’uomo si orienta per una sistemazione di tutto riposo, si trova moglie e spera di ottenere da lei quello stipendio affettivo di cui sente il bisogno. Pure questa soluzione ha il suo costo: nella migliore delle ipotesi sono altre ore di libertà che vanno a farsi benedire. La moglie ha aspetta il marito che appena finito l’orario di ufficio e lo sequestra. A questo punto facciamoci i conti: otto ore per il lavoro, sei per la moglie, ne restano ancora dieci e bisogna dormire, lavarsi, mangiare e andare su e giù con la macchina tra la casa e il posto di lavoro."

"donn’Antò," dice Carmine che, non essendo un intimo, dà del voi a Tonino e lo chiama donn’Antonio, "l’unica cosa che non ho capito è questo fatto dei gettoni. Voi dite che uno, per procurarsi i soldi, deve cacciare altri soldi..."

"sì," lo interruppe Tonino "ma si tratta di soldi immaginari, banconote corrispondenti alle ore di tempo libero. Se tu sacrifichi tutte le ore del giorno per il lavoro e per tua moglie, non avrai più nemmeno un minuto per restare solo con se stesso".

"ho capito, donn’Antò," annuisce Carmine senza troppa convinzione "però vedete: io quando lavoro non mi annoio mai, quando sto con mia moglie diciamo che mi annoio così così, è quando resto solo con me stesso che mi annoio moltissimo e allora dico io: non è meglio che vado a lavorare?"

"questo succede perchè nessuno ti ha mai insegnato a vivere da solo. Lo sai che cosa diceva un filosofo tedesco di nome Nietzsche? Diceva "o solitudine, o patria mia".

< Forse sarà così in Germania,> obietta Carmine <per noi napoletani invece la solitudine è sempre stata una brutta cosa.>

<La solitudine in se stessa non è né brutta né bella> precisa Tonino. < La solitudine è un accrescitivo, è una lente d’ingrandimento: se stai male e sei solo, stai malissimo, se stai bene e sei solo, stai benissimo.>

<Il guaio è che in genere si sta più male che bene> mormora Carmine.

<Comunque non è della solitudine che volevo parlare, ma del tempo libero. E chiariamo subito una cosa: qua ognuno è padrone di passare il proprio tempo libero come meglio crede. C’è a chi piace restare in casa da solo, a leggere o a pensare, c’è chi invece preferisce uscire con gli amici e andare in trattoria, è c’è perfino chi si diverte a girare con la macchina in mezzo al traffico. L’importante però e che ci sia sempre, per ciascuno di noi, quell’ angolino per potersi dedicare a qualche cosa che non sia la pura occupazione del guadagnare e dello spendere. Oggi purtroppo il consumismo, con le sue pretese sempre più imperative, con le sue leggi di comportamento, ci costringe a tirare la carretta molto più di quanto in realtà avremmo bisogno. Basterebbe infatti eliminare le spese superflue per poterci liberare, una volta per tutte, della condanna del super- lavoro.>

<Donn’Antò, > esclama Carmine <voi a me questi discorsi non me li potete fare! Ma di quali spese superflue andate parlando? Voi siete un uomo solo, io tengo moglie e tre figli; voi per cambiare un fanalino vi pigliate ventimila lire, io per guadagnare seicentomila lire debbo lavorare un mese e sperare nelle mance dei clienti!>.

<Hai la macchina?> chiede bruscamente Tonino. <Come sarebbe a dire la macchina? Tengo una 127 tutta scassata> risponde Carmine abbassando la voce, quasi si sentisse in colpa.

<E secondo te l’automobile non è una spesa superflua: tuo padre non ce l’aveva e non per questo ha avuto una vita più infelice della tua. Dì la verità: te la sei comprata perchè hai visto gli altri che ce l’avevano, non perchè ti serviva veramente?>

<E come si fa a vivere a Napoli senza macchina! I mezzi pubblici è come non ci fossero.>

<Mi sai dire chi è un uomo ricco?>

<Uno che guadagna molti soldi.>

<Quanti soldi?>

E io che ne so...diciamo tre milioni di lire al mese>

<La ricchezza, caro Carmine, non è una cifra stabilita in base alla quale si può dire che Tizio è ricco perchè guadagna più di tanto, e Caio è povero perchè non ci arriva. La ricchezza è una condizione relativa: è ricco chi guadagna di più di quanto spende e, viceversa, è povero chi ha esigenze superiori al reddito.>

<Non ho capito> dice ’o maresciallo che, avendo finito i conti, si è seduto al nostro tavolo.

<Voglio dire che la ricchezza è solo uno stato d’animo: uno può sentirsi ricco anche senza avere molti soldi: l’importante è che spenda meno di quello che ha guadagnato e che non abbia desideri.>

<E qui casca l’asino, donn’Antò: i desideri!> sbotta Carmine. < Io per esempio desidero ardentemente una televisione a colori, ma quella costa quasi un milione. È una parola! E quando lo riesco a mettere da parte un milione, io? Domenica scorsa ho fatto undici: ma come, dico io, ’a Fiorentina a dieci minuti dalla fine vince tre a zero e va a pareggiare!! Ma allora ditelo chiaro e tondo: "Cascone Carmine, tu la televisione a colori non te la puoi comprare" e io non ci penso più.>

<Certo,> dice Tonino <oggi la televisione a colori è proprio indispensabile.>

<No: se ne può fare benissimo a meno, però il sottoscritto è stato molto sfortunato> risponde Carmine.<Voi dovete sapere che proprio dirimpetto a dove abito io, a Materdei, c’è il Circolo culturale Benedetto Croce che tiene un televisore a colori di 23 pollici. Ora, siccome mia moglie era, diciamo così, la responsabile dell’ordine dei locali, io tutte le domeniche pomeriggio mi andavo a vedere Pippo Baudo e le partite di calcio. Poi è successo che il Circolo è rimasto improvvisamente senza soldi e, non solo non ha pagato il padrone di casa, ma si è venduto pure i biliardini che teneva in fitto. Basta: la fabbrica di flipper ha sporto denunzia e l’altro giorno è arrivato l’ufficiale giudiziario a mettere i sigilli. Io adesso però mi ero abituato a vedere la televisione a colori e con quella in bianco e nero non mi trovo più: ecco perchè me la devo comprare per forza.>

<Se fossi nei tuoi panni, Carminiè, denunzierei pure io Benedetto Croce> suggerisce ’o maresciallo sforzandosi di sembrare serio. <Praticamente loro, con te, si sono comportati come gli spacciatori di droga: prima te l’hanno data gratis e adesso ti fanno pagare.>

<Marescià, voi sfottete e quello, Carminiello, ha perfettamente ragione> ribatte Tonino. <E già, perchè, nell’episodio che ci ha raccontato prima, il Circolo, con la sua permissività, gli ha fatto contrarre un aumento del tenore di vita a danno della sua ricchezza relativa. Vi faccio un esempio: supponiamo che nei prossimi giorni voi licenziate Carmine...>

<E questa è una cosa che può succedere veramente> replica ’o maresciallo <dal momento che passa più tempo a chiacchierare che a portare le pizze ai clienti.>

<...e supponiamo che il povero Carmine venga da me per cercare un lavoro...> continua Tonino ignorando le interruzioni.

<Donn’Antò, vi avverto,> avvisa Carmine <io di elettricità e di automobili non ne capisco niente.>

<...e mettiamo il caso che, data la vecchia amicizia, io gli facessi questo discorso: caro Carmine, dal momento che ho bisogno di un segretario personale, ti assumo e ti do uno stipendio di un milione e mezzo al mese...>

<Fosse ’a Madonna!> sospira Carmine.

<...questo per il primo anno, dal secondo anno in poi, invece, per motivi personali, sono costretto a diminuire lo stipendio a un milione al mese.>

<Come!> protesta Carmine. <Il primo anno un milione e mezzo, e il secondo solo un milione! E che facciamo, donn’Antò: invece di andare avanti, torniamo indietro? Mi meraviglio di voi: un bravo dipendente dopo un anno ha diritto a un aumento di merito.>

<E io invece sono pazzo: pago di più all’inizio e di meno l’anno successivo> insiste Tonino. <A questo punto, caro Carmine, ti avrei rovinato: e già, perchè durante il primo anno tu ti abitueresti a vivere con uno stipendio di un milione e mezzo, e poi ti sentiresti sotto pagato per tutto il resto della vita. Se invece sei furbo, che fai? Durante il primo anno prendi quel mezzo milione in più e lo vai a regalare al poveretto che sta all’angolo della chiesa. Così dopo un anno, a te non succede niente, dal momento che continui a vivere la tua vita di sempre, e chi resta fregato è il poveretto all’angolo della chiesa. Direbbe:" Ma che fine ha fatto chillu signore tanto gentile che ogni mese me purtave sempre miezo milione?.">

<Effettivamente> ammette Carmine <’ o poverommo si sarebbe allargato. Chi lo sa: magari si era fatto pure l’amante!>.

<Ed ecco come la parabola del povero beneficato può far capire il segreto del benessere> conclude trionfante Tonino.<La ricchezza è solo uno stato d’animo: basta non avere bisogni per potersi sentire automaticamente straricchi. Vuoi la felicità? Non ci sono problemi: ricordati che coincide con la tua libertà personale. Io, per quanto mi riguarda, ho già ridotto al massimo il mio tenore di vita: questo mi consente di lavorare solo mezza giornata e di dedicare il resto del mio tempo all’amicizia e alla conoscenza del mondo.>

Spero che abbia tratto utili spunti da quanto hai potuto ascoltare... arrivederci alla prossima settimana

 

Giorgio Marchese (medico psicoterapeuta)

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