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Quando sar˛ capace di Amare
di Giorgio Marchese  ( direttore@lastradaweb.it )

7 marzo 2019






Riflessioni sulla violenza di “genere”


Questo articolo nasce da un editoriale di qualche anno fa, riconsiderato in un’ottica di esigenza personale volta a capire il perchè, l’Uomo (forse unico nel regno animale), arriva ad aggredire chi, nella realtà, dovrebbe svolgere la funzione e il ruolo di Faro Guida, nei fortunali della vita


Se stasera sono qui, è perché ti voglio bene...è perché tu hai bisogno di me, anche se non lo sai” (Luigi Tenco).

Cari Lettori, è sempre (giustamente) più frequente assistere a dibattiti riguardanti azioni violente verso “l’altra metà del Cielo” (che, in realtà, è molto di più...) con interessanti digressioni sul piano sociologico, filosofico, medico, etc.

Personalmente, sono cresciuto in un ambiente dove, grazie all’esempio, mi è stato spiegata l’importanza di andare oltre steccati e pregiudizi e, per questo, fin da piccolo ho trovato normale e naturale considerare Donna e Uomo completamente paritetici ed ho sempre valutato inappropriato il riferimento al Pater Familias come “capo della Casa”.

Nondimeno però, ho sempre avvertito in me maggior sofferenza di fronte ad una (presunta) mancanza da parte di mia madre rispetto alle frustrazioni provenienti da mio padre (che consideravo un burbero bambinone).

E allora, da curioso dell’essere umano, avverto un forte bisogno di pormi dalla parte dell’uomo della strada che, elementarmente, prova a capire le origini e le motivazioni di tanto astio (potenziale) verso la figura femminile.

Senza la pretesa di sostituirmi ai grandi esperti della materia.

Ho riflettuto sul fatto che, uno dei principali problemi che ci attanagliano, da che Mondo è Mondo, riguarda il conflitto che nasce ogniqualvolta un nostro interesse corre il rischio di essere minacciato. E, siccome impariamo ad amare ciò che consideriamo nostro, ecco che, la sfera di maggiore sofferenza, diviene l’ambito affettivo.

Mi sono innamorato di te, perché non avevo niente da fare: il giorno, volevo qualcuno da incontrare; la notte, volevo qualcuno da sognare...” (Luigi Tenco).

Nel grande acquario del mio studio, ho avuto un bel pesce denominato“Scalare”, così morbosamente attaccato alla mia persona da scatenare degli isterici attacchi di gelosia se non gli davo le attenzioni che si aspettava (giocando con lui) fino ad avere (non spesso, per fortuna sua) delle crisi cardiache con relativa sincope.

Molte specie viventi soprattutto fra i mammiferi e, ovviamente, fra coloro che si definiscono “persone”, creano dissidi violenti, quando vedono disturbati i rapporti affettivi con l’elemento (o la persona) di riferimento. Il complesso di Edipo o di Elettra e la competizione senza esclusione di colpi per l’oggetto del desiderio, sono solo alcune delle possibili variabili.

Quando sarò capace d’amare, probabilmente non avrò bisogno, di assassinare in segreto mio padre né di far l’amore con mia madre in sogno” (G. Gaber).

Per esempio, nella lingua Italiana, per femminicidio, intendiamo: “Qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte”.

Come spiegato anche su Wikipedia, il termine in questione connota un neologismo che identifica i casi di omicidio (doloso o preterintenzionale) in cui, una donna, viene uccisa da un uomo per motivi basati sul genere.

A questo punto mi tornano in mente le scene familiari in cui, i bambini, arrivano a ridurre in schiavitù la propria madre, in nome dell’Amore. E, ogni volta che, il proprio genitore cerca di recuperare un minimo di autonomia “di respiro”, la reazione del “pargolo” è particolarmente astiosa.

Questo, gli esperti, lo chiamano “Egocentrismo”. Quella condizione di immaturità, cioè, in cui si schiavizzano gli altri, con la piena convinzione di aver ragione.

Quando sarò capace d’amare, con la mia donna non avrò nemmeno, la prepotenza e la fragilità, di un uomo bambino”.

Femminicidio: “Qualsiasi forma di violenza esercitata sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale...”

Ma come può, il “meno”, comprendere il “più”?

Ciascuno di noi, infatti (fecondazione assistita a parte), viene concepito e cresce in un mondo femminile che, fisicamente (quindi, senza voler mancare di rispetto ad alcuna) può essere definito come un “contenitore attivo equivalente ad un terreno di coltura capace di induzione epigenetica, anche se condizionato dall’esterno”. Cioè, un organismo in grado di fornire tutto quello che serve (dalle primordiali frequenze di oscillazione elettromagnetica, all’aria, al cibo...) per far si che, cellule a forma di mora, diventino un bambino!

Carl Gustav Jung aveva intuito, ai suoi tempi. che l’evoluzione (nell’arco di tempo compreso dal Big Bang per oltre 15 miliardi di anni, fino ai giorni nostri) degli elementi fondamentali dell’Universo (l’Energia vitale sotto forma di gas, polvere di stelle, etc. governata e “istruita” da elettromagnetismo, gravitazione, interazione forte e debole) era stata condensata nel nostro DNA.

Questo filamento a doppia elica che dà vita ai cromosomi deve essere inteso, quindi, come un enorme deposito di informazioni che si sono modificate in milioni di anni per consentirci di apparire sotto forma umana, in grado di funzionare, per ciò che è indispensabile (duplicazione cellulare, metabolismo, impulsi nervosi, “istinti pulsionali”) a prescindere da modelli educativi impartiti.

In pratica è come se, Madre Natura, avesse plasmato (dai primi batteri fino alle forme di vita più evolute) le trasformazioni necessarie a dar luogo ai “complessi” e “articolati” Esseri Umani i quali, alla stregua di un Computer appena comprato, sono in grado di funzionare (per le elementari ma fondamentali operazioni inconsapevoli) grazie ad un sistema operativo installato dal costruttore che verrà, in seguito, arricchito di programmi dall’ambiente (Famiglia, Scuola, Società in generale) capaci di attivare la nostra capacità di contestualizzarci in maniera consapevole.

L’ARCHETIPO, dunque, è il sistema operativo capace di “guidare” il nostro sviluppo embrionale intrauterino (in pratica quando da una cellula indifferenziata, lo zigote, un po’ alla volta diventiamo piccoli esseri umani pronti a venire al mondo).

La moderna psicologia perinatale spiega che, di norma, il momento del parto viene determinato da un inconsapevole accordo fra mamma e bambino, a seguito del quale, entrano in circolo tutti i mediatori chimici che daranno il via al meccanismo dell’espulsione.

Almeno all’inizio della nostra vita extrauterina, ci leghiamo fortemente alla mamma (riconosciuta per via degli odori e degli umori... ma non solo) come fonte primigenia di vita e di appartenenza.

Nel prosieguo, in base alla corretta estrinsecazione o meno dei vari fattori di attaccamento, molto del carattere materno, condizionerà le nostre scelte sul piano, soprattutto, del rapporto con il potenziale compagno (di vita o del momento).

Ma perchè la mamma è così importante?

Perchè, per ognuno di noi è “casa”; infatti, siamo cresciuti in lei e conosciamo, di lei, anche quello che, a lei, è nascosto (la sua frequenza respiratoria, la peristalsi intestinale, gli equilibri idroelettrolitici del liquido amniotico, i rilasci ormonali.... la sua vita più intima, insomma, proprio dal di “dentro”). Ecco perchè, alla nascita, noi cerchiamo quella “cosa” che ci ricorda la “casa”.

Moderni studi di psicobiogenetica delle cure maternali, hanno dimostrato l’assunto della “memoria implicita delle esperienze” di D. Winnicot per cui si è arrivati a comprendere che, quando la “casa” (in questo caso, le attenzioni materne fin dai primi istanti delle nostra venuta al mondo) è troppo accogliente o troppo poco accogliente, ci sentiamo oppressi o abbandonati.

Per essere aiutati a “crescere”, una mamma “sufficientemente buona” dovrebbe, prima far credere al bambino di avere un potere immenso su tutto e, dai due/tre anni di vita in poi, “disilluderlo” aiutandolo ad accettare il fatto che, senza impegno, non otterremo alcun risultato.

In funzione di quanto abbiamo percepito e accettato l’idea cjhe la mamma non è proprietà esclusiva e che, anzi, un elemento esterno a noi (costanza dell’oggetto), l’angoscia che ne consegue, la scarichiamo addosso a lei e alle figure femminili di riferimento (psicologicamente o fisicamente) oppure ce la teniamo dentro, nell’attesa di una Donna adeguatamente “responsiva”, in grado di ricordarci la reverie materna

Ogni volta che ci si trova in difficoltà, l’espressione più usata è “Oh, Madre mia!”

Vero è altresì (almeno sotto forma di ipotesi scientifica) come sostiene il mio amico Luciano Amato Fargnoli (e riportato in un testo di Massimo Recalcati) che personaggi del calibro di Lacan, Melanie Klein, hanno descritto in maniera inquietante il desiderio materno proponendo di accostarlo alla bocca spalancata di uno spaventoso coccodrillo. “In questa versione la madre, anziché fungere da riparo dall’angoscia, la provoca, la scatena, diventa un’incarnazione terrificante della minaccia che rende instabili sia il mondo esterno che quello interno”. L’ipotesi è che nell’inconscio di ogni madre (anche di quella più amorevole e dedita sinceramente al bene dei propri figli) risieda una spinta indomita a fagocitarli.

Se stasera sono qui, è perché so perdonare e non voglio gettar via così il mio amore per te. Per me, venire qui, è stato come scalare la montagna più alta del mondo...” (Luigi Tenco)

Probabilmente possiamo, da figli, considerarci come degli alianti in attesa del distacco dall’aereo madre che ci ha portato lì, dove ci giocheremo vita e destino con le correnti ascensionali...

Ma, se questo distacco non arriva, da una parte vincerà la frustrazione del sentirsi un fallito, dall’altra, il dolore verrà lenito dal vantaggio secondario che deriva dalla convinzione ( e presunzione) che avremo qualcuna sempre al nostro servizio.

Mi sono innamorato di te, perché non potevo più stare solo. Il giorno, volevo parlare dei miei sogni; la notte, parlare d’amore. Mi sono innamorato di te e, adesso, non so neppure io cosa fare: il giorno, mi pento d’averti incontrato; la notte, ti vengo a cercare. (Luigi Tenco)

Il problema è che, a queste condizioni, anche con il nostro compagno di vita, continueremo ad avere queste pretese, frutto, di una mancata, adeguata, maturazione.

Ovviamente, non si pretende in alcun modo di colpevolizzare la figura femminile; si cercano solo, delle spiegazioni.

In aggiunta a quanto espresso finora, potrei porre sul piatto delle riflessione, il fatto che, di norma, più ti leghi, più crei delle aspettative, derogando dalle quali, la cosa non la prendi bene. Vale, per qualsiasi rapporto affettivo ed è inversamente proporzionale al grado di sviluppo della propria identità.

In conclusione, terrei a ribadire che, con queste brevi riflessioni, non si è inteso vergare alcuna verità dogmatica. Né, tanto meno, si è cercato di giustificare in alcun modo, qualsiasi manifestazione aggressiva e offensiva.

Solo, come premesso all’inizio, si è tentato di gettare un occhio in questa particolare dinamica, quella dell’attaccamento affettivo (e delle relazioni oggettuali), che è, al tempo stesso, croce e delizia arrivando a concludere, come il buon vecchio, Giorgio Gaber che...

Quando sarò capace d’amare, mi piacerebbe un amore che non avesse alcun appuntamento col dovere; un amore senza sensi di colpa senza alcun rimorso, egoista e naturale come un fiume che fa il suo corso. Senza cattive o buone azioni, senza altre strane deviazioni che, se anche il fiume le potesse avere, andrebbe sempre al mare...

Così vorrei amare.

Giorgio Marchese – Medico Psicoterapeuta


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