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Dolores...
di Francesca Posteraro  ( francescaposteraro@lastradaweb.it )

11 dicembre 2018






La mia vita controvento.


Una vita controvento – PRIMO CAPITOLO

Nacqui in una calda giornata di Settembre e per volontà di mio padre mi chiamarono “Dolores”; nome ad hoc, ahimè!

Avevo solo due mesi di vita quando mi riscontrarono una grave anemia: fu, infatti, necessaria una trasfusione di sangue che, però, non fu facile trovare, visto la rarità del mio gruppo sanguigno. La situazione apparve, sin da subito, così grave che i miei genitori pensarono bene di mettere un annuncio sui giornali ed interessare anche la tv, così da coinvolgere quante più persone possibile, confidando nelle loro sensibilità e disponibilità.

L’idea si rivelò, infatti, molto utile, al punto da toccare le corde dell’animo nobile e gentile di una cara signora di Roma, che fu disposta alla donazione e, dopo due lunghi e difficili mesi di cura, finalmente l’antivigilia di Natale tornai nel mio nido…un traguardo miracoloso! Non furono pochi i momenti di sconforto e abbattimento in quegli interminabili due mesi ed è per questo che mia madre, temendo il peggio, decise di farmi ricevere il sacramento del Battesimo nella cappella dell’ospedale stesso, chiedendo a sua madre di farmi da madrina, ruolo che mia nonna Elvira accettò con grande gioia!

Non so se è per questo motivo, ma tra di noi nacque immediatamente un legame speciale, durato fino a Settembre del 2000 quando lasciò questa vita terrena rimanendo, tuttavia, una presenza sempre viva nella mia quotidianità, conservandone un dolcissimo ricordo.

Ad attendere il mio ritorno a casa c’era la mia numerosa famiglia: i miei genitori, le mie tre sorelle (Aurora, Linda e Viviana), e mio fratello Davide. Dai racconti di mia madre, quello fu il Natale più bello per tutti loro, credo perché sette anni prima, in seguito ad una polmonite, avevano già perso una figlia di soli pochi mesi la paura di rivivere quel dolore li aveva portati a far voto a S. Francesco di Paola; pertanto decisero di farmi indossare, per i primi anni, la tunica del Santo, cucita dalla mia adorata nonna Elvira. Sono certa che il Santo mi abbia aiutata ed è per questo che gli sono molto grata e devota.

La mia infanzia non è stata facile: la maggior parte dei miei ricordi sono molto tristi! Non ho mai dimenticato un papà che quasi tutti i giorni tornava ubriaco, appena faceva buio; avevo il terrore del suono del campanello, pregavo che non fosse lui o che se fosse stato lui, almeno non fosse ubriaco. Purtroppo, invece, lo era sempre! Le mie paure non erano tanto dovute al suo stato d’ebrezza, in seguito al quale era, comunque, innocuo, ma piuttosto alla solita reazione di mia madre, che diventava aggressiva, agitata, irritata, sofferente e delusa. Vederla così mi faceva tanto male. Lui lavorava, ma la maggior parte dei suoi guadagni li spendeva per alcol.

Per questo motivo, i problemi economici aumentavano ed era sempre mia madre a dover preoccuparsi di risolvere il problema del pranzo e della cena, che diventavano sempre occasioni di discussione e molte volte la vedevo rinunciare al pasto, per far sì che noi mangiassimo anche la sua parte. Ad aiutarci economicamente c’era la mia nonna paterna, che più che per noi, lo faceva per coprire le mancanze di suo figlio. Questo era motivo di scontro fra le due donne, perché mia madre sosteneva che così mai si sarebbe responsabilizzato.

Oggi riconosco che aveva ragione, infatti con gli anni ho maturato un forte astio per questa nonna. Di lei non conservo un buon ricordo: con me era sempre scontrosa, mi diceva che somigliavo a mia madre ed è per questo che non le piacevo molto.

Fra madre e figlio esisteva un rapporto morboso probabilmente anche perché l’altro figlio viveva da anni in Canada. Le nipoti da lei preferite erano le mie sorelle: Aurora, che ne portava il nome, e Viviana, che, a parer suo, era l’unica che somigliasse a mio padre e a sua madre Ercolina, la mia bisnonna, donna molto sfortunata che morì giovane, uccisa per errore, in quanto scambiata per un’altra persona.

Mia nonna ci trattava in modo palesemente diverso: persino quando andavamo a casa sua non ci offriva le stesse pietanze. Ancora ricordo quando una notte, rimasta a dormire da lei, mi fece mettere nel suo letto e mi legò i piedi con uno scialle, temendo che potessi darle calci, causandomi, così, tanto disagio. La sua perdita è stata meno dolorosa rispetto a quella della mia nonna materna. Ho anche pensato e, per questo mi sento in colpa, che era giusto che morisse prima lei.

Tuttavia, devo esserle grata per le numerose vacanze estive che ho potuto trascorrere da bambina: con i suoi risparmi, infatti, era solita affittare la casa al mare e riempirla di ogni bene, di cui avevamo bisogno, pur sempre a condizione che mia madre sopportasse i difetti di mio padre, cosa che, poi, non accadeva! Infatti, tra i tanti bei ricordi che ho di quel periodo di vacanze estive, tra cui anche nuovi amici e primi amori, ne ho uno bruttissimo, che ha segnato molto la mia infanzia: ci trovavamo a casa al mare, subito dopo cena le mie sorelle e mio fratello uscirono per la solita passeggiata, io, non so perché, rimasi a casa con mia madre.

Ricordo che era molto nervosa, perché mio padre non era tornato per cena e non aveva neppure avvisato. Cosi, appena rientrò, accortasi che ancora una volta aveva bevuto, cominciò ad urlare rimproverandolo, ma questa volta lui non rimase innocuo e reagì, prendendola per il collo e mettendola al muro; la scena fu agghiacciante, scoppiai a piangere, supplicandolo di smetterla e lui mi diede ascolto. Mia madre, allora, per cercare di calmarmi, mi portò a comprare un gelato.

Da quel momento, scattò in me un attaccamento morboso nei suoi confronti: diventai la sua ombra, non volevo più uscire se non c’era lei, me ne allontanavo soltanto per andare a scuola, ma appena rientravo a casa non me ne staccavo nemmeno per un attimo , persino se andava in bagno l’aspettavo dietro la porta. Allora non capivo il perchè di questa mia reazione, tutti mi prendevano in giro; oggi ne capisco il motivo: avevo paura che lui potesse farle ancora del male e la mia presenza, invece, avrebbe potuto evitare il peggio, così com’era già successo Nel tempo ho nutrito rancore e odio verso mio padre, l’ho sempre visto come un debole e un buono a nulla; l’unica cosa che sapeva fare era creare problemi.

Mi vergognavo persino quando, quelle poche volte che veniva a prendermi a scuola, era trasandato ed impregnato dal cattivo odore dell’alcol. Avevo timore che i miei compagni mi prendessero in giro, come più volte accadeva. Più crescevo e più mi allontanavo da lui, al punto da credere di non volergli bene. Quando mia madre ebbe la forza di liberarsene, mandandolo definitivamente via da casa, provai anche io un senso di liberazione.

Quando mi capitava di incontrarlo per strada, cercavo in tutti i modi di evitarlo. Non andavo neanche più a casa di mia nonna, dove era andato ad abitare e dove si sentiva protetto e assecondato, ciò, ovviamente, non fece altro che peggiorare la situazione. Mia nonna lo supportava anche economicamente, togliendo a noi quel poco di aiuto che ci dava. Ancora una volta mia madre dovette rimboccarsi le maniche e trovarsi un lavoro, per sostenere la famiglia. Andò a fare la collaboratrice domestica e rimase li, nella stessa abitazione, per ben vent’anni.

Dovette affrontare economicamente da sola anche il matrimonio di mia sorella Aurora e non fu semplice, perché le spese erano tante: l’abito da sposa per mia sorella, i vestiti per noi e tutto il necessario per affrontare un matrimonio; ciò portò mia madre all’esasperazione. Quel giorno non vidi in lei il volto sereno e felice di chi sta per sposare la prima figlia, ma quello di una donna preoccupata e ansiosa di non riuscire a farcela.

Mio padre venne a fare solo la passerella in chiesa per portare sotto braccio Aurora all’altare e tutti speravamo che, almeno quel giorno, non si fosse ubriacato, per evitare una pessima figura a tutta la famiglia. Per fortuna a badare a lui, nonostante stesse male, c’era mio zio Alfredo, marito di zia Vera, sorella di mia madre, che morì da lì a pochi mesi poiché colpito da tumore ai polmoni.

Il dolore per tutti noi fu immenso, perché la sua era una presenza positiva e costante, lo vedevamo come un padre modello, proprio quello che a noi mancava, era molto legato ai suoi figli, non faceva mancare nulla a loro, così come a noi. Cercava di colmare l’assenza di mio padre, che aveva molte volte tentato di portare sulla buona strada, ma invano, perché lui ci ricascava sempre! Nonostante siano passati trent’anni dalla sua morte, il suo ricordo è vivo dentro di me, continuo a volergli bene, come quando era in vita.

Intanto…qualcosa d’importante si stava preparando…

Francesca Posteraro


Adattamento del testo: Fernanda Annesi, Maria Felicita Blasi, Paola Posteraro

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