Immigrazione, integrazione e risorse umane.
di Giorgio Marchese  ( direttore@lastradaweb.it )

10 novembre 2018


Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l'acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l'elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali". Cari lettori, quello che avete letto, è l'estrapolato della relazione dell'Ispettorato per l'Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, dell'Ottobre 1912! Come, tristemente, sappiamo, in tutta Europa la realtà immigratoria assume dimensioni sempre maggiori... PER CONTINUARE LA LETTURA, CLICCARE SUL TITOLO.


I fattori che decidono i ritmi dell’immigrazione sono numerosi e complessi.

Le guerre e la carestia che generano ondate di profughi e non ultime, le ragioni politico economiche stabilite da paesi “canaglia” che utilizzano il ricatto dell’invasione (per mancato controllo alle proprie frontiere) al fine di ottenere vantaggi nei confronti di Paesi più ricchi.

L’arrivo di persone (da qualunque parte provengano e quale che sia il loro censo) oltre un certo limite, modifica assetti, equilibri e tradizioni. È giocoforza concludere che il territorio che riceve quest’onda, si organizzi a difesa dello status quo.

Quindi...

Da una parte, pesano le difficoltà e le sofferenze di quanti premono ai confini, dall’altra, esiste un declino demografico dei Paesi industrializzati che porta a non poter rimpiazzare adeguatamente manodopera per cui, molti imprenditori, cercano manovalanza dove possono.

Inoltre, per quanto riguarda il nostro Paese, milioni di persone hanno un’età compresa fa i 65 e i 101 anni! Questo, lascia presumere:

  • la necessità di un sempre crescente numero di badanti che (in assenza di personale "nostrano" disponibile) deve, per forza, provenire da oltre confine;

  • l’utilità di risorse umane più motivate che sospingano, anche i nostri giovani, a contrastare un declino complessivo molto simile all’ultimo atto dell’Impero Romano di Occidente

E allora, che cosa fare?

Al di là di tante discussioni motivate, prevalentemente, da opportunismi politici ed egocentrici, perché non pensare di rendere questo fenomeno, un’occasione di scambio proficuo, utile e costruttivo? È inutile attuare una politica che miri ad imbrigliare l’immigrazione, bisogna accettare l’idea che il fenomeno durerà almeno dei decenni e che riguarda milioni di persone che non possono semplicemente "accamparsi" per mesi, per anni o per sempre. È necessario, quindi, un programma di più ampio respiro.

D’altronde le migliaia di Albanesi che si stabilirono in Italia fra il quindicesimo e il diciottesimo secolo, si sono dimostrate compatte e integrate nella lotta comune del nostro Risorgimento.

Opporsi ai movimenti di massa, significa negare il fatto che, l’Energia crea spostamento e, con esso, genera Vita. E’ chiaro che i cambiamenti, proprio per lo scombussolamento che ne consegue, determinano crisi dalle quali si esce a condizione che (come suggerì un saggio) “di fronte al vento del cambiamento non sorgano muri ma si elevino mulini eolici”!

Altrimenti si arriva a lamentele paradossali come quelle di alcuni amministratori regionali i quali si meravigliano dei danni causati dalla fauna selvatica (cinghiali, storni, lepri, cormorani, lupi, etc.) a cui si dovrebbe rispondere: “E’ la Natura, Baby, che riprende i suoi spazi!”

Al giorno d’oggi, perchè lo scambio sia possibile, utile e proficuo, bisogna almeno predisporre gli strumenti per favorirne quell’integrazione concreta che induca gli “ospiti” a donarci le loro conoscenze e il patrimonio della propria cultura, per crescere e migliorare insieme.

In Natura, come ci spiegava Darwin, non sopravvive il più forte ma chi elabora la migliore strategia.

Da parte nostra, grazie ad una “normale” capacità di riflessione, possiamo elaborare progetti mirati a vivere e lavorare in conciliazione e benessere...nel rispetto di una solidale politica sociale ma, soprattutto, di un pizzico di "sano Egoismo"

Elementare, vero?


Giorgio Marchese (Medico Psicoterapeuta, Counselor) – Direttore La Strad@

Un ringraziamento va ad Emanuela Governi per aver stimolato la realizzazione dell’articolo

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