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Ludopatia.
di Giorgio Marchese  ( direttore@lastradaweb.it )

16 febbraio 2018






Entrare nel problema, per aprirne le “porte”


Partendo dai risultati di uno studio, pubblicato sul Journal of Neuroscience Method, condotto da ricercatori dell’Ibfm-Cnr e dell’Università della Calabria definito mediante tecniche di intelligenza artificiale (in base a cui, i soggetti a rischio gambling, presentano tratti depressivi e impulsivi, ricerca di emozioni positive e mancanza di fiducia negli altri) la giornalista Maria Rosaria Giovannone mi ha posto alcune domande di approfondimento, per capire l’origine e la possibile soluzione del problema. Mi è sembrato utile, visto l’argomento, pubblicare le risposte integrali, precedute da una intervista (nel rispetto di tutti i dettami della legge sulla Privacy e i principi del rispetto e della correttezza professionale) ad una persona affetta dal problema, che seguo, professionalmente, da qualche tempo.


INTERVISTA AL PAZIENTE


Quando ha iniziato a giocare?

All’età di 22 anni

Cos’è accaduto?

E’ iniziato senza che me ne accorgessi. Già da tempo, ciclicamente mi capitava (il sabato, ad esempio) di entrare in qualche centro di scommesse insieme a mio padre per puntare una manciata di Euro alle corse dei cavalli. Nel seguire la gara, sentivo che la mia adrenalina saliva e, cosa ancora più importante, condividevo questi particolari momenti emotivi con mio padre che (essendosi separato da mia madre quando ero io ero piccolo) mi è sempre mancato. Un po’ alla volta ho scoperto che, entrare in quegli ambienti, era un po’ come portare con me (idealmente) mio padre, soprattutto nei periodi in cui lui, per motivi di lavoro, restava lontano da me.

Un giorno (non ricordo bene quando) ho capito che, volgendo l’attenzione alle cosiddette “macchinette” (slot o video poker) avrei avuto il controllo diretto e continuo delle mie emozioni “adrenalinizzate”... e mi sono risvegliato all’età di trent’anni a scoprirmi completamente dipendente da questa “attrazione”...

Cosa ha perso a causa del gioco?

Molto, dei risparmi della mia famiglia; tutto quello che mi avevano regalato per il mio matrimonio (perchè, nel frattempo, una ragazza che frequentavo aveva scoperto di essere incinta); il mio lavoro di magazziniere ai Mercati Generali di frutta e verdura; la mia dignità di uomo, marito, padre...

Perché non si accorgeva di quanto stava accadendo attorno a sč?

Per un bel po’ sono riuscito ad avere una doppia vita: al mattino molto presto (già dalle 4,00) al lavoro e dal pomeriggio per un paio d’ore, a giocare alle slot. Poi, ho inventato malattie inesistenti per assentarmi dall’impiego ed ho iniziato (mentendo a tutti) a trascorrere gran parte della giornata in uno di questi centri dove si gioca, diventando “uno di casa”. La sera, prima di riuscire ad addormentarmi (perchè soffrivo di insonnia) mi ripromettevo di smettere, pensando a tutto quello che stavo togliendo a me e alle persone che mi volevano bene; già dal mattino presto, però, venivo assalito da crampi allo stomaco, da una specie di vuoto alla testa che mi “costringeva” a vestirmi e (mentendo sulla destinazione) a recarmi sempre nello stesso posto, a giocare, con uno stato d’animo simile a quello che avevo quando mi recavo ad un appuntamento con la mia prima fidanzata e che, in alcuni momenti, era simile (da ciò che mi hanno raccontato) a quello, smanioso, che prova un tossicodipendente quando va alla ricerca del proprio pusher...

Una volta dentro, cambiavo il danaro in moneta o gettoni e sceglievo sempre la stessa postazione. Da quel momento, si creava una catena di emozioni (sempre uguale) che si impadroniva di me e della mia volontà, che dividerei in tre fasi:

il prima (salivazione ridotta, sudorazione fredda, vista appannata dall’emozione...)

il durante, nel mentre “la ruota della fortuna” della Slot girava (una sorta di “assenza”, un vuoto che mi alleggeriva dal peso che mi portavo durante tutta la giornata)

il dopo (un contraccolpo simile a quello che si prova quando l’areo su cui viaggi, tocca terra nella fase di atterraggio, da cui nasceva il profondo senso di colpa e la voglia di rifarmi, continuando a giocare)

Cosa l’ha aiutata a guarire?

Forse il termine “guarire” è una parola troppo impegnativa. Io mi sento come un alcolista che, da tanto tempo, è riuscito a stare lontano dalla “bottiglia”. Diciamo che sono stato spinto dalla delusione di mio padre, dal dolore di mia madre e, soprattutto, dall’allontanamento di mia moglie che aveva chiesto la separazione legale. L’elemento scatenante è stato l’aver giocato anche i pochi spiccioli con cui avrei dovuto comprare un antibiotico alla mia bambina. Allora, con mio padre, ho chiesto aiuto al servizio per le dipendenze patologiche e ad un valido professionista medico psicoterapeuta in grado, sia di modulare la terapia farmacologica, che di aiutarmi a capire chi sono e cosa diventare per riuscire, finalmente a “vivere” da Uomo che merita il rispetto degli altri e, soprattutto, di se stesso. Ho molta fiducia in Dio, in chi mi aiuta... e in me stesso.


INTERVISTA AL PROFESSIONISTA



Dottor Marchese, cosa ne pensa di questa ricerca dell’Ibfm-Cnr e dell’Università della Calabria relativa alla determinazione del profilo dei soggetti a rischio ludopatia?

Ogni ricerca, in quanto tale, ha il pregio di aprire una finestra su un Mondo poco (o affatto) conosciuto. Il passo successivo consiste nell’illuminare (gradualmente e progressivamente) porzioni di quel Mondo.

Ad esempio, dichiarare che la causa della ludopatia “è multifattoriale, genetica, neurobiologica, comportamentale e conferisce alla persona una vulnerabilità di base, amplificata da fattori psicosociali come povertà o traumi biografici”, significa introdurre il concetto dell’importanza dell’ambiente su un sistema governato da leggi a base biologica.

Ora, però, proviamo ad accendere un faro e, approfondendoci, ci accorgiamo che, la Personalità di un individuo (cioè l’insieme di quegli elementi che consentono di imparare, pensare e comunicare, caratterizzando la peculiarità di ciascuno) è il risultato della “espressione” ad hoc (condizionata dalla capacità di adattamento psicologico) di quelle porzioni di DNA che si chiamano geni.

In pratica, è come se, su un supporto tecnologico adeguato (CD, DVD, SSD, Pendrive, etc.) fossero registrate le tracce di una serie di canzoni la cui sequenzialità nella riproduzione e ascolto sia stata determinata da chi ha programmato il device (cioè il computer, ad esempio) in cui si inserisce il supporto.

La capacità di resistenza e adattamento di questo strumento (il pc, lo smartphone, etc.) alle varie sollecitazioni ambientali, riuscirà a mantenere l’ordine di ascolto della musica o modificherà la scaletta.

Dentro le nostre cellule, il DNA è avvolto intorno ad una serie di “bigodini” (chiamati Istoni) che ne consentono lo srotolamento allorquando, un meccanismo di stampaggio delle informazioni in esso contenute (che si chiama RNA messaggero) deve “fotografare” ciò che serve e portare, il tutto, nelle “centrali” di produzione delle proteine (che daranno luogo, ad esempio, alla creazione dei neurotrasmettitori). Questo meccanismo di lettura è determinato, fin da prima del momento della nostra venuta al mondo, in base a parametri stabiliti da Madre Natura ed è perfettamente funzionante da subito.

Il rapporto con i vari fatti della vita può sfasare questo meccanismo così preciso e creare i presupposti per le alterazioni di cui parla la ricerca in questione. A meno che non diventiamo flessibili abbastanza per assorbire i vari “urti”...

La capacità di adattamento (che prende anche il nome di Resilienza) è resa possibile da quanto abbiamo imparato a saperci “gestire” anche nelle situazioni più difficili e complesse ed è appannaggio, quindi, del lavoro delle zone più “nobili” del cervello, lì dove, la Mente Umana, trova la sua migliore estrinsecazione (nel rapporto fra le idee che assembla e le emozioni che, ad esse, abbina).

Da questo ricaviamo che, in relazione a ciò che diventiamo (psicologicamente parlando) governiamo (inconsapevolmente, per lo più) in maniera adeguata o meno il complesso “multifattoriale, genetico, neurobiologico e comportamentale” in maniera da conferire alla persona una vulnerabilità di base (che viene amplificata da fattori psicosociali, come povertà o traumi biografici) o da creare le condizioni per resistere e, addirittura, divenire più forti, mano mano che si affrontano e si risolvono i problemi personali e psicosociali. E non c’è povertà o mancanza di inclusione che tenga.

In conclusione, più che di una mutazione del DNA, si potrebbe parlare di un alterato meccanismo di lettura del medesimo che la Scienza studia da anni e che si chiama Epigenetica.

Tornando per un attimo alla ricerca cui faceva cenno, le “disfunzioni cerebrali e genetiche del sistema dopaminergico” con molta probabilità rappresentano la manifestazione di ciò che il DNA manda a dire (che si chiama “fenotipo”) più che una mutazione (che prende il nome di “genotipo”). Ma comunque, anche se fosse cambiata la struttura del DNA, con una adeguata strategia cognitiva, si realizzerebbe ciò che, gli informatici, chiamano “clusterizzazione”: cioè, in pratica, si “salta” (epigeneticamente) la “lettura” di una porzione e si passa ad una vicina. Con questo meccanismo, attraverso un opportuno training di psicoterapia, è stato possibile (con un interessante esperimento di qualche anno fa) rendere “inoffensiva” l’espressione genica che porta al disturbo Borderline di personalità (che, per alcuni aspetti, è l’anticamera delle psicosi).

Quante persone, soprattutto di giovane età, sono affette da questa patologia?

Un rapporto dell’Espad (European School Survey on Alcohol and other Drugs)-Italia già nel 2012 evidenziava come l’Italia vanti un triste primato per ciò che riguarda la pratica del gioco d’azzardo tra i giovani. Nello specifico, l’indagine statistica, svolta su un campione di 45 mila studenti sparsi in tutta la penisola, ha evidenziato come il 45% degli intervistati abbia ammesso di aver puntato denaro sui vari Gratta e Vinci, Superenalotto, scommesse sportive, slot machine e altro. Percentuale che aumenta sensibilmente quando si prende in considerazione il solo Sud Italia (52%), e che raggiunge il picco massimo proprio nella regione Calabria, con un 54% del campione intervistato.

Quali categorie di persone cadono nel tunnel del gioco d’azzardo?

Lo studio diretto dall’Istituto di bioimmagini e fisiologia molecolare del Consiglio nazionale delle ricerche (Ibfm-Cnr) di Catanzaro, a cui ha partecipato anche l’Università della Calabria, ha esaurientemente espresso il dato in base al quale, i giocatori patologici hanno anche un profilo di personalità disfunzionale, per cui “le persone con bassa apertura mentale, coscienziosità, fiducia negli altri, alla ricerca di emozioni positive e con elevato tratto depressivo e impulsivo rischiano la vulnerabilità” verso questo problema.

Ora si tratta di capire due cose.

La prima: come, tali persone, siano arrivate a manifestare una simile pletora di problematicità.

La seconda: come mai, da tali quadri di disturbo, nasca la ludopatia.

Andiamo al primo punto. Come accennato precedentemente, la nostra personalità risente dello sviluppo di ciò che si chiama “Identità” (rapporto profondo con se stessi) e che porta, attraverso la conquista e l’appagamento delle esigenze e dei bisogni ben sintetizzati dallo psicologo americano Abrahm Maslow nella sua famosa “Piramide”, alla costruzione di una solida autostima e, consequenzialmente, a ciò che si chiama “Maturità”. Ecco quindi che, il ruolo dell’ambiente torna prepotente nel determinare la possibilità della formazione di un individuo che possa dichiarare di avere, in mano, le redini del proprio futuro, attraverso un brillante presente provenendo da un passato da cui si è tratto adeguato insegnamento.

Passiamo al secondo punto. Per quanto il Manuale dei Disturbi Mentali (DSM) abbia collocato la ludopatia in una apposita categorizzazione di disturbo (Gioco Patologico nel DSM IV e Gioco problematico nel quadro più ampio delle dipendenze, nel DSM V),stiamo parlando di una manifestazione di difficile controllo degli impulsi che si può, comunque, sovrapporre ai quadri ossessivo compulsivi.

Si definisce ossessione quello stato psicologico in cui un’idea si ripete incessantemente, a "vortice", incontrollabilmente e determinando una situazione di angoscia, molto spesso, su base fobica. Alla luce di questa spiegazione, possiamo affermare che una tale sintomatologia serva per distrarre l’attenzione dai veri problemi che, spesso, si ritengono insormontabili. Per raggiungere lo scopo con efficacia, ci si impone delle condizioni "assurde", che non possono trovare una soluzione razionale. Più si cerca un filo logico, più si girerà "a vuoto" trascorrendo, in tal modo, gran parte del proprio tempo vitale senza rischiare di impattare con le vere, autentiche problematiche, che stanno a monte di tutto.

Cosa bisognerebbe fare per aiutare queste persone?

Questo tipo di disturbo, risulta da una disfunzione di zone ad “alta densità emotiva” (tra cui, il talamo, i gangli della base e della corteccia frontale del cervello) che comporta un’attività anomala, principalmente, dei neurotrasmettitori dopamina e serotonina. Allora, sul piano farmacologico, si scelgono molecole in grado di ottimizzare il riassorbimento della serotonina, ridurre (quando necessario) la produzione di dopamina e stimolare il sistema GABAergico (la cui attivazione determina sedazione dell’ansia)

Per quanto riguarda la psicoterapia invece, bisogna impostare un lavoro di ristrutturazione e rinforzo della personalità per puntare, quanto meno ad una ricostruzione dell’autostima, ad una riduzione dell’impulsività e alla capacità di determinare un corretto esame di realtà con lo sviluppo di adeguati meccanismi di difesa (e di scelta) eun deciso miglioramento delle “aree di funzionamento globale” della sua personalità.

Comunque, quale che sia la strada che si intenda seguire, siccome le nostre città sono sempre più piene di punti gioco che si trasformano in un attrattivo canto delle sirene di Omerica memoria in grado di mettere a dura prova chi tenta di uscire da questa dipendenza, è importante, anche, coinvolgere nella terapia i servizi pubblici per le dipendenze patologiche (SERD) del Sistema Sanitario Nazionale, istituiti dalla legge 162/90. Ai SerD sono demandate le attività di prevenzione primaria, cura, prevenzione patologie correlate, riabilitazione e reinserimento sociale e lavorativo.

Il ruolo della Scuola... sempre più adolescenti soffrono di questa patologia.

La Scuola è l’ultimo baluardo fra lo studente e la stimolazione di una Società tendente alla mortificazione delle capacità cognitive. Riveste, quindi, un ruolo importante. Soprattutto sul fronte della prevenzione.

In conclusione di questa passeggiata nel mondo dei problemi derivanti dal disturbo da gioco patologico (o problematico) vorrei ricordare una antica, calzante, massima:


Fai attenzione ai tuoi pensieri, perché diventano parole.
Fai attenzione alle tue parole, perché diventano le tue azioni.
Fai attenzione alle tue azioni, perché diventano abitudini.
Fai attenzione alle tue abitudini, perché diventano il tuo carattere.
Fai attenzione al tuo carattere, perché diventa il tuo destino.


Giorgio Marchese - Medico Psicoterapeuta, Docente di Psicologia Fisiologica, Psiconeuroendocrinoimmunologia ed Epigenetica c/o la Scuola di Specializzazione in Psicoterapia ad Indirizzo Dinamico (SFPID) di ROMA.

















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