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La cineterapia
di Marilena Dattis  ( marilenadattis@gmail.com )

22 aprile 2002

Per capirne i concetti, partendo dalla funzione dello spettatore e dall'utilizzo del film come metafora terapeutica




Che il cinema abbia da sempre, fin dai suoi esordi, (basti pensare al cinema fantastico di Méliès), alimentato la fantasia e aiutato a sognare e a sperare, è cosa risaputa; che il cinema possa facilitare l’identificazione di determinati problemi attraverso lo stimolo dell’attività emotiva è l’obiettivo che si pone la cineterapia. Utilizzare il cinema a fini terapeutici potrebbe essere un aiuto valido per far si che attraverso le proprie emozioni si possa giungere a conseguire la soluzione del problema con mezzi propri.

Naturalmente, la cineterapia non è una terapia fai da te, al contrario, è assolutamente necessario che il "film terapeutico" venga consigliato dallo specialista, sulla base del quadro emotivo del paziente e della sua personalità, onde poter individuare la pellicola più idonea a seconda del caso. Il metodo più opportuno è appunto quello di scegliere un film su consiglio di un esperto e poi parlarne con lo stesso esperto.

Ma perché un film potrebbe essere d’aiuto alla psicoterapia?

Dalla nascita del cinema sono moltissimi gli studi effettuati sulla funzione dello spettatore, alcuni vengono segnalati da Francesco Casetti nel libro Dentro lo sguardo. Il film e il suo spettatore: "Nel 1916 Hugo Munsterberg evidenzia i fili che legano indissolubilmente il film allo spettatore, non solo studiando i "mezzi mentali" con cui il primo cattura il secondo, ma anche insistendo sui compiti che il secondo è chiamato a eseguire perché il primo possa funzionare (è lo spettatore che attribuisce all’immagine i caratteri della realtà. Caratteri che questa non possiede e che tuttavia deve fingere di avere). Nell’ambito dell’esperienza formalista Boris Ejchenbaum propone la nozione di "discorso interiore" con cui spiega come una serie di segnali che appaiono sullo schermo trovino la loro definizione e il loro completamento nella "mente" di chi segue il film...Negli anni cinquanta Edgar Morin definisce il cinema come "simbiosi", e, cioè come una macchina che allinea e integra delle componenti linguistiche e delle componenti psichiche (è lo spettatore che a partire dai propri bisogni e dalla propria disponibilità affettiva riscatta l’apparente freddezza dell’immagine rivelandone l’azione in profondità)".

L’elenco potrebbe continuare, ma ci fermiamo qui, giusto per dare un’idea di come la funzione e il ruolo dello spettatore al cinema sia da anni oggetto di teorie e di analisi, quello che manca per completare questi studi è l’allargamento del campo all’ effetto terapeutico che si potrebbe ottenere dalla visione di alcuni film. D’altronde Cinema e psicoanalisi sono coevi e sul loro rapporto sono particolarmente interessanti gli studi effettuati da Christian Metz (iniziatore dell’indagine semiologica sul cinema).

" L’atto di vedere un film molto semplice in apparenza...ci mostra , appena si comincia ad analizzarlo, un complesso gioco di incastri, spesso "annodati" fra loro, delle funzioni dell’immaginario, del reale e del simbolico, ugualmente richieste sotto questa o quell’altra forma per tutte le procedure della vita sociale, fra le quali però, la manifestazione cinematografica risulta particolarmente sorprendente poiché si concentra su una superficie ristretta. (In questa misura la teoria del cinema potrebbe un giorno portare qualche contributo alla psicanalisi...)". Come questo contributo possa essere fondato su basi scientifiche e quindi il film utilizzato come metafora terapeutica, può essere facilmente comprensibile se ci si rapporta per esempio al concetto dell’identificazione, come ogni altra attività ampiamente secondaria, l’esercizio del cinema presuppone che sia superata l’indifferenziazione primitiva dell’Io e del non-io. Ma allora, con che cosa si identifica lo spettatore durante la proiezione del film? Perché bisogna pure che si identifichi: l’identificazione nella sua forma primaria non è più per lui una necessità attuale, ma nel cinema - e a rischio che il film gli diventi incomprensibile- egli continua a dipendere da un gioco identificatorio permanente senza il quale non esisterebbe vita sociale (così come la conversazione più semplice presuppone l’alternanza dell’io e del tu, quindi l’attitudine dei due interlocutori a una alterna e reciproca identificazione)"

La cineterapia, ponendosi lo scopo di utilizzare i film come metafora terapeutica, grazie al meccanismo dell’identificazione (che può essere vissuto anche solo a livello inconscio), e quindi analizzando gli effetti ottenuti dalla visione, può essere di grande aiuto al terapista e al paziente, nell’individuazione e nel superamento di eventuali conflitti, traumi, sensi di colpa ecc.

In Italia gli studi a riguardo sono ancora molto pochi, l’Istituto di Neuroscienze di Firenze ha organizzato alcuni incontri sul tema, mentre in America Gary Solomon ha pubblicato un libro dal titolo The Motion Picture Prescription in cui elenca circa duecento film che potrebbe aiutare a superare determinati problemi.

Ad oggi mancano pubblicazioni scientifiche basate su dati concreti che dimostrino l’efficacia della cineterapia, ma in un tempo abbastanza breve il cinema potrebbe essere utilizzato quale strumento di analisi per il terapeuta e come momento di riflessione e di comprensione per il paziente.

Marilena Dattis

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