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Una sera, all’improvviso...
di Sabrina Granese  

12 agosto 2019






Può, ancora, esserci scelta?


Ci sono due parti di noi. Una che spetta di diritto al passato e l’altra al futuro. Ma ce n’è anche una terza, o meglio, una prima. Quella che attende al varco del presente che ti si apre ogni giorno come una nuova scoperta che sa già di qualcosa che verrà. Dinanzi al cospetto di te stesso e degli eventi ti scruti come fossi un mosaico scomposto e intanto il tempo incalza e ti indica già la direzione.

Ma tu volti lo sguardo, non sono pronto, gli urli una volta e una volta ancora, fino a quando il suono della tua voce diventa più flebile, fino a diventare un sibilo, un sussurro spaventato dalla paura che non ti riconoscerai come te stesso ad uno specchio abituato ad avere una sola e certa immagine. Un’immagine a cui sei affezionato nonostante tutto.

Che ti protegge.

Ma l’abitudine non sempre è qualcosa che conforta. E’ una certezza che spesso inganna. Nel cambiamento è insita la rinuncia. La rinuncia ad un modo di essere che per quanto sia fonte di sicurezza, come uno scoglio a cui appigliarsi quando tutto è incerto, fa parte di azioni ripetute che spesso si sono rilevata dannose. Il te stesso dell’errore, il te stesso spaventato, il te stesso che fuggiva, il te stesso arrabbiato. Il te stesso odiato.

Troppo lontano dall’idea che ti eri fatto di te e del futuro.

Questo luogo sicuro, allora, diviene il vero luogo da cui fuggire, il luogo da abbandonare, che ci tiene incatenati a una non crescita, a un non vivere. Molte volte si cadrà lungo il percorso e la sofferenza ci spingerà a tornare indietro perché, se pure una gabbia era quel modo di essere, almeno ci teneva al sicuro. Non è facile andare via da quella casa. Dopotutto l’abbiamo costruita con tanta cura, per anni. Ad ogni sofferenza, dolore, diniego, giudizio, dovere o obbligo innalzavamo una striscia di mattoni e nessuno poteva oltrepassare quel muro di orgoglio.

Nessuno… Neanche noi.

E allora se c’è qualcosa da salvare, se c’è una parte di noi seduta lì a guardarci nel momento in cui stiamo per andare via, basta abbassarsi, farle una carezza, portarla con sé e lasciare lì a morire l’odio e la paura di sogni e desideri infranti. Tenerla tra le braccia e cullarla come qualcuno che ritorna dopo un brutto viaggio. Quell’abbraccio liberatorio in cui abbandonarsi, in cui far cadere tutte le difese, perché finalmente adesso va tutto bene.

E’ finita.

Si è riusciti ad andare oltre. E’ il cambiamento che si sta abbracciando. La luce è accecante e stordisce i sensi, gli occhi devono abituarsi a vedere cose che volutamente prima s’ignoravano. Non è trasfigurazione, ma trasformazione. Metamorfosi di noi stessi. Un’evoluzione naturale per sopravvivere agli eventi della vita che intorno cambiano e ti cambiano.

Se questo non avviene, le giustificazioni della nostra inadempienza rischieranno di soffocarci in un domani già scritto, già visto. E tutto sarà sempre uguale, immutato, immobile.

Cosa manca e perché alla nostra essenza affinché possa sentirsi in pace? E cosa ci impedisce di farle dono di ciò che insistentemente chiede? Qual è la voce malsana che sovrasta queste richieste?

La consapevolezza, forse, della non accettazione dei nostri lati più oscuri, di cui noi stessi abbiamo timore e non guardiamo in faccia. Li lasciamo fare indisturbati con la mera giustificazione che dopotutto chi ci ha fatto soffrire se lo merita. Il mondo, la vita, gli altri.

Che importa. Cosa resta? Obblighi e doveri.

E allora ci cibiamo di piaceri come gli affamati e, sazi di godurie effimere, ci sdraiamo oziosi su un letto che ci aspetta ogni sera. E per non sentire il suo rimprovero ci addormentiamo esausti, convinti di aver vissuto un altro giorno, perché tanto un altro verrà e non ci sarà niente da fare di nuovo perché tanto l’immagine sarà la stessa. Lo spettacolo continua come deve continuare. Ma allora che senso ha una vita se non si può annoverare il ricordo di qualcosa che fa vibrare il cuore e l’anima?

"Anche un orologio rotto segna l’ora giusta due volte al giorno".

E’ forse questo il modo di scandire il nostro tempo? E si rimanda tutto a domani con la testa tra le mani sapendo perfettamente che sarà uguale a ieri.

Dovremmo essere l’archeologo di noi stessi. Camminare sulle tracce di un lontano passato, seguire gli indizi come molliche di pane sul terreno e scavare, riportare alla luce i nostri tesori. Ricostruire pezzo dopo pezzo i vasi andati in frantumi delle nostre intenzioni. Raccogliere i frammenti delle emozioni nascoste, taciute, azzittite, che un giorno in preda alla rabbia abbiamo scagliato a terra, perché era troppo difficile tenerle in mano. Avrebbero potuto farci morire. Dovevamo sopravvivere e le emozioni, i sogni a volte uccidono, fanno perdere lucidità ed equilibrio. In viaggio non puoi portare tutto. Il peso ti schiaccia, devi lasciare qualcosa. Ma quando sei finalmente in salvo puoi andare a riprendere quello per cui hai pianto perché sei stato costretto ad abbandonare. Ti accorgi allora che quello che ti serviva ieri per sopravvivere non ti serve più. Sei inevitabilmente cambiato. Il mondo intorno a te è inevitabilmente cambiato. Non ti soddisfa più ciò che sei e cosa fai. Puoi respirare con calma adesso. Non puoi più mantenere un modo di essere che dovevi portare avanti in una determinata situazione, se quella situazione non è più, ormai appartiene al passato e non puoi più difenderti ai tuoi occhi con la solita scusa. Ciò che prima appagava, adesso lo percepisci come qualcosa d’ingombrante, di cui doversi sbarazzare.

Eccolo il cambiamento che bussa alla tua porta, e forse stai andando ad aprire…

Sarà un cammino lungo e difficile, e molte volte ti perderai e ti sentirai perso. Ma ne vale la pena per dirsi davvero vivi.

Ogni scelta è una rinuncia. Ma non è una parte di noi da dimenticare, ma da accettare senza accontentarsi, perché se si è fatta una scelta con determinazione e consapevolezza, forse, forse, non potevamo essere diversi da quello che siamo. La domanda è, possiamo essere diversi da quello che potremmo essere nonostante queste verità? Può ancora esserci scelta?

Sabrina Granese 21 febbraio 2016.


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