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Della Guerra...
di Lucio Garofalo  ( l.garofalo64@gmail.it )

6 febbraio 2016



Qual è, la via del vero Sviluppo?


Nel suo libro "Della guerra", pubblicato postumo nel 1832, il generale prussiano Karl von Clausewitz, che aveva maturato una lunga esperienza nel corso delle sanguinose guerre napoleoniche, che furono le prime guerre dell’era capitalistica contemporanea, elabora e propone un’analisi seria e approfondita del problema, di cui riesce a cogliere l’essenza più recondita applicando una logica tipicamente hegeliana.

Tra le altre cose, il generale von Clausewitz scrive la celebre frase: "La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi. La guerra non è, dunque, solamente un atto politico, ma un vero strumento della politica, un seguito del procedimento politico, una sua continuazione con altri mezzi"; ed ancora "La guerra è un atto di forza che ha lo scopo di costringere l’avversario a sottomettersi alla nostra volontà".

Hegel afferma che "La storia, senza guerre, registra solo pagine bianche", intendendo dire che le guerre determinano i principali cambiamenti della storia umana. Sviluppando e capovolgendo la dialettica hegeliana su basi storico-materialistiche, il pensiero marxista introduce ulteriori elementi critici ed innovativi nella valutazione e nella comprensione del fenomeno, riconducendo l’essenza causale più profonda dei conflitti bellici e sociali all’economia in quanto motore della storia, che è "storia di lotta di classe".

Ebbene, nel corso della storia millenaria dell’umanità, ma soprattutto nell’epoca contemporanea, segnata e dominata dalle forze soverchianti e preponderanti del capitalismo e dell’imperialismo economico, le riflessioni elaborate da von Clausewitz e da Hegel, ma soprattutto l’analisi critica suggerita dal marxismo, hanno trovato un riscontro effettivo. Nelle sue fasi cicliche di sviluppo e di espansione, ma soprattutto nei suoi momenti di crisi e decadenza, il capitalismo ha generato miseria e sfruttamento, morti, catastrofi e distruzioni, barbarie e guerra. Da almeno 100 anni il capitalismo è in fase di decadenza e le crisi esplodono periodicamente.

L’attuale catastrofe economica è il frutto di cent’anni di decadenza del sistema capitalista, che si è arenato in una fase storica di decomposizione avanzata, ormai irreversibile. In passato, per scongiurare altre depressioni economiche come, ad esempio, quella del 1929 (la grave recessione provocata dal Big Crash: il pesante crollo della borsa di New York, avvenuto martedì 29 ottobre 1929, perciò definito il “Martedì nero”), il sistema capitalistico ha comunque escogitato diverse soluzioni possibili e praticabili all’interno del sistema stesso, ossia all’interno dell’orizzonte capitalistico, mediante il ricorso all’interventismo statale e all’ampliamento della spesa pubblica. Si pensi, ad esempio, a soluzioni di ispirazione keynesiana quali il New Deal. Oppure ha intrapreso risposte in chiave neo-imperialistica per difendere e consolidare lo status quo, cioè l’ordine padronale esistente.

Le politiche neo-coloniali e neo-imperialistiche non sono servite solo per la ricerca di un’area di sbocco per le merci provenienti dai paesi capitalistici più sviluppati o di un luogo ove reperire materie prime e risorse energetiche a buon mercato, o manodopera a basso costo, ma sono state anche un modo efficace per conquistare zone in cui accrescere il capitale senza dover affrontare la concorrenza di settore. Parimenti, l’intensificazione della corsa agli armamenti, la conversione bellica dell’industria, imposta dalle multinazionali dell’industria pesante, metalmeccanica, siderurgica, petrolifera, fu la strada scelta dalle classi dominanti per uscire dalla pesante depressione del ’29, che ha inevitabilmente condotto ad una nuova, sanguinosa guerra mondiale (a nulla è servita la tragica lezione della prima guerra mondiale).

Il nazifascismo fu un altro tipo di reazione delle classi dirigenti dell’epoca alla crisi sociale ed economica del primo dopoguerra, e contribuì ad acuire le tensioni e i conflitti tra le potenze imperialistiche europee e occidentali, accelerando il cammino che trascinò i popoli al tragico conflitto mondiale. Durante i 25 anni seguenti alla fine della seconda guerra mondiale, in tutti i paesi maggiormente industrializzati (Italia inclusa) si è verificato un ciclo di sviluppo e di espansione economica diffusa e costante, un periodo storico definito col termine di "boom economico". Ma nel corso degli anni ’70 questa fase di crescita è stata frenata dalla crisi del dollaro (e del sistema monetario internazionale, che porterà nel 1971 alla fine degli accordi di Bretton Woods, con la dichiarazione unilaterale statunitense di inconvertibilità del dollaro in oro) e dalla crisi petrolifera esplosa nel 1973 in seguito alla guerra del Kippur (combattuta tra Egitto/Siria ed Israele), che causò un innalzamento vertiginoso del prezzo del barile. E veniamo all’attuale catastrofe economica e sociale.

La crisi odierna investe l’apparato economico complessivo, mettendo in discussione l’intero modo di produzione capitalistico su scala planetaria. Infatti, quella in corso è una crisi di sovrapproduzione. Ciò significa che negli ultimi lustri si è determinato un ciclo di sviluppo produttivo e di accumulazione smisurata di profitti, generati da un eccessivo sfruttamento dei produttori, cioè degli operai e dei lavoratori salariati. I quali, a dispetto dei ritmi, degli orari e degli standard di rendimento produttivo indubbiamente elevati, si sono progressivamente impoveriti. E ciò è avvenuto in tutto il mondo, compresa l’Italia, per effetto di un processo di globalizzazione economico-imperialista che ha generato condizioni crescenti di miseria e sfruttamento, sottosviluppo e precarietà, imponendo livelli sempre più bassi del costo del lavoro su scala internazionale, malgrado gli operai delle fabbriche abbiano fatto e facciano molto più del loro dovere.

Le conseguenze immediate sono evidenti a tutti: un drastico calo dei consumi, destinati a ridursi ulteriormente, alimentando e accrescendo in tal modo la tendenza recessiva in atto; un incremento esponenziale della disoccupazione e della precarizzazione, con inevitabili conseguenze in termini di drammatici costi sociali ed umani, di ulteriore indebolimento e degrado dei lavoratori del sistema produttivo e, quindi, un progressivo abbassamento degli acquisti di beni di consumo. Ciò innescherà un meccanismo vizioso che auto-alimenterà la recessione, sino al tracollo definitivo del capitalismo globale, che cadrà irrimediabilmente in rovina, almeno nelle forme e nei modi conosciuti finora.

A nulla potrà servire l’assunzione di rimedi inutili e tardivi, di provvedimenti illusori di pura facciata quali, ad esempio, l’auto-riduzione dei megastipendi e la limitazione dei compensi dei supermanager e dei dirigenti di banca, o di misure tese alla moralizzazione e regolamentazione dei mercati finanziari e persino alla proibizione dei paradisi fiscali. Misure oltretutto annunciate enfaticamente, ma che non sono state applicate. Nel caso odierno, la fuoriuscita dalla crisi è possibile solo attraverso la fuoriuscita definitiva e totale dal sistema capitalistico. Naturalmente tale prospettiva, sempre meno teorica e sempre più concretae realistica, turba non poco i capitalisti (e i loro servi).

Per arginare l’esplosione di rivolte, sommosse e conflitti sociali come quelli a cui stiamo assistendo un pò ovunque nel mondo, i capitalisti invocheranno l’adozione di altre soluzioni politiche, magari estreme, di segno apertamente reazionario (stile nazifascismo in versione aggiornata, per intenderci), e che sul versante propriamente economico potranno condurre ad una nuova, pericolosa corsa al riarmo e, di conseguenza, ad uno sbocco bellicista, ad un lungo periodo di sanguinose guerre globali. È evidente che non basta appropriarsi dei mezzi produttivi, né rovesciare il quadro dei rapporti di forza esistenti, ma occorre trasformare in modo rivoluzionario il sistema di organizzazione e gestione della produzione stessa. Infatti, le imprese capitalistiche sono state create per ottenere ingenti profitti economici privati sui mercati e non per soddisfare le esigenze vitali e primarie delle persone. È la loro struttura e natura intrinseca ad essere viziata.

Occorre quindi riconvertire le aziende verso la produzione di beni di prima necessità, in modo tale che il valore d’uso riacquisti il suo antico primato sul valore di scambio, e l’autoconsumo delle unità produttive costituite sui territori locali, geograficamente limitati e politicamente autogestiti in termini di democrazia diretta e partecipativa, prevalga sulle false esigenze consumistiche, sui bisogni indotti dal mercato capitalistico, annullando la dipendenza e la subordinazione delle istanze sociali rispetto alle ferree leggi del profitto privato.

Bisogna prendere atto che qualsiasi discorso di sinistra che proponga il sostegno alla ricerca, all’innovazione e allo sviluppo, o chieda di rafforzare la crescita del PIL nazionale, senza rivendicare o propugnare la socializzazione della proprietà, alla lunga si rivelerà una iattura per gli interessi delle classi operaie e lavoratrici. I sindacati e i partiti di sinistra non devono battersi per incentivare o rilanciare la competitività delle imprese economiche private, ma devono dimostrare che malgrado la produttività il sistema risulta invivibile ed inaccettabile per i lavoratori. In altri termini, bisogna rimettere seriamente in discussione il paradigma stesso dello sviluppo. Di per sé il concetto di "sviluppo" non presuppone affatto un miglioramento del tenore di vita della gente. Non possiamo più adoperare criteri quantitativi come il PIL di una nazione o il reddito procapite, per calcolare il tasso di giustizia e di eguaglianza sociale, di progresso e democraticità di una comunità.

Lucio Garofalo


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