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I buoni e i cattivi.
di Giorgio Marchese  ( direttore@lastradaweb.it )

3 settembre 2015






Accadono, nella vita, cose che neanche vorremmo e che ci cambiano. A noi, la scelta, se in meglio o in peggio.


A spasso, verso un futuro migliore...

Quando avevo 5 anni, mia madre mi ripeteva sempre che la felicità è la chiave della vita. Quando andai a scuola, mi chiesero cosa volessi essere da grande. Scrissi: "felice". Mi spiegarono che non avevo capito il compito, ed io risposi loro che non avevano capito la vita (John Lennon).

Cari lettori, non passa giorno che, i più sensibili, non sentano il bisogno di domandarsi come sia mai possibile l’estrinsecarsi di tanta cattiveria, da parte degli esseri umani.

Eppure, Essere Umano, per definizione “ontologica” (riguardante la natura e la conoscenza dell’essere come oggetto in sé) dovrebbe essere il risultato premiante di un faticoso percorso che porta a divenire (e, quindi, ad “essere”) un individuo (entità capace di riflettere e provare emozioni, distinguendo se stesso dal resto del contesto che, pure resta condizionato da ciò che si è... che, a sua volta, diviene il risultato dell’adattamento all’Input ambientale) portatore di valori di sensibilità solidale, improntati al bisogno di una crescita condivisa.

E allora?

Il medico veterinario che segue il nostro barboncino “Sally” (in attesa di 6 cucciolotti) ci ha spiegato che, in virtù della sua memoria genetica, saprà come ben comportarsi, durante il travaglio, il parto e il secondamento (la fase espulsiva della placenta e di tutti gli annessi fetali).

Per quel poco che ho imparato, in relazione al DNA, trovo, forse, inappropriato e semplicistico pensare che nei geni proteici risieda il serbatoio di ogni nostro comportamento, predefinito.

Ritengo, piuttosto, che, nei gangli della nostra “coscienza nucleare” (allocata nello spazio infinitesimale fra i quark di protoni e neutroni e fra il centro dell’atomo e i suoi elettroni, delle strutture che compongono il DNA) si generi quello che potremmo definire il nostro “IO indifferente”, quello che si pone al di là del Bene e del Male.

Mi spiego

Quale arcano meccanismo ha reso possibile la sopravvivenza in epoche storiche (pensiamo, ad esempio, agli Esseri Primitivi) in cui nessuno era in grado di spiegare, ad esempio cosa potesse essere commestibile o quale manifestazione temperamentale potesse costituire un pericolo?

Rendiamo la risposta, comprensibile con un esempio.

Putiamo il caso che io sia un pittore e che mi diletti a riprodurre su tela, ciò che vedo, delle meraviglie di un magnifico tramonto. Avendo a disposizione la classica tavolozza con i colori fondamentali, ad un certo punto mi accorgo che ciò che mi consente di replicare le sfumature del crepuscolo (il rosso, per intenderci), andrò in cantina (dove ho predisposto un apposita riserva) e prenderò quello che somiglierà alla gradazione che voglio riportare sul mio quadro. Non importa, a quel punto che qualcuno mi abbia insegnato come si chiami il colore: saprò, da solo, quale scegliere... perchè è quello che mi manca!

Sostanzialmente, ognuno, inconsapevolmente, va alla ricerca di quello che gli serve, individuandolo fra quello che gli viene messo a disposizione dall’ambiente,

Tutto ciò è reso possibile dal fatto che il Mondo è composto da particelle che si muovono generando onde che si propagano con una certa frequenza. Ad esempio, quando una particella, “disegna” un’onda con un’ampiezza che varia da 620 a 700 nanometri ( un nanometro è pari ad un milionesimo di millimetro, per intenderci) il nostro cervello decodifica il rosso. Tutto ciò, vale per qualsiasi cosa cada sotto la nostra attenzione. Percepiamo la presenza di un albero, infatti, perchè i suoi contorni sono “disegnati” da particelle che “camminano” determinando onde che decodifichiamo nella maniera opportuna.

Quindi, se abbiamo carenza di calcio, di vitamine, di proteine, di liquidi e/o di altro, dentro di noi avvertiamo il “vuoto” di qualcosa che esiste, in quanto rappresentato da microparticelle che generano una frequenza specifica. Ovunque, incontriamo qualcosa che generi quella stessa frequenza (sprigionata da una spiga di grano, una fetta di pane, una frutto, una fonte d’acqua, etc.), noi la riteniamo potenzialmente commestibile e la assumiamo.

E andiamo ai comportamenti

in base al principio esposto prima, anche il nostro cervello con le sue idee, funziona generando frequenze elettromagnetiche. Quindi, così come il pittore parte dai colori fondamentali e (in base alla propria creatività, frutto, anche, dell’apprendimento) li miscela per produrre nuances non presenti, in partenza, sulla tavolozza, ogni individuo (cosiddetto) pensante, si trova a disposizione un range determinato dalla genetica di ciascuno che, potenzialmente, è simile in ognuno.

Più o meno, accade questo:

  • Ogni manifestazione viene scomposta, all’interno dei campi di elaborazione cerebrale, nei suoi costituenti fondamentali elettromagnetici;

  • Ciascun costituente (micropezzettino del puzzle che abbiamo percepito) viene riconosciuto, come tale, in funzione di quanto di simile ci ritroviamo in memoria;

  • Quello che ripeschiamo dal serbatoio dei ricordi, si porta dietro, anche, lo strascico emotivo che abbiamo provato nel momento in cui abbiamo vissuto l’esperienza che, frammentata, abbiamo poi archiviato;

  • Tale vestito emotivo (acquisito con l’esperienza e, quindi, non geneticamente determinato), condiziona la scelta in funzione del piacere o del fastidio che ci arreca;

  • tutto ciò premesso, con tale meccanismo, riconosceremo il quadro (venuto dall’esterno) assemblando pezzetti di ricordi che gli somigliano e saremo indotti a decidere sul da farsi, in relazione all’evento determinatosi e, a quel punto, percepito;

  • le nostre reazioni saranno diverse in base alla personalità di ciascuno e al momento dell’accaduto ma, comunque, non potranno derogare dal range messo a disposizione da Madre Natura, come i colori fondamentali della tavolozza di cui prima, pur con la nostra capacità di miscelare e sfumare...

il punto è che, ogni decisione, sarà presa dopo un confronto con un parametro di riferimento oggettivo (che si rifà, per intenderci, alle leggi di Natura) che potremo chiamare Logica Universale e che, si ritiene, sia allocato nell’Ipotalamo (importante struttura cerebrale).

In base alle convinzioni, ai condizionamenti, all’ignoranza, al pregiudizio, alla presunzione, alla maturità, alla chiarezza o all’incapacità più o meno temporanea, opereremo scelte che riterremo idonee, anche quando produrremo dubbi in proposito e cambieremo idea. Riterremo giusto riconsiderare e cambiare, per una nuova direzione.

Con questo principio, sarà motivata (anche se non “giustificata”), nella mente, qualsiasi azione, dalla più nobile alla più efferata. Tutto troverà un perchè. Magari frutto di un aggiustamento interiore di comodo accomodamento.

Nella vita ci sono cose che ti cerchi e altre che ti vengono a cercare. Non le hai scelte e nemmeno le vorresti, ma arrivano e, dopo, non sei più uguale. A quel punto le soluzioni sono due: o scappi cercando di lasciartele alle spalle, o ti fermi e le affronti. Qualsiasi soluzione tu scelga, ti cambia, e tu hai solo la possibilità di scegliere se in bene o in male. (Giorgio Faletti – Io uccido)


Quindi, ad esempio, è possibile restare indifferenti (all’interno di un’affollata stazione ferroviaria) alla richiesta di aiuto di un giovane senzatetto in lacrime perchè il suo bene più prezioso, il suo cane, è rimasto gravemente ferito per lo scontro con un locomotore ed è comprensibile (ma non accettabile) che la clinica veterinaria contattata richieda al clochard, per salvare il ferito, una cifra vicina ai 1000 Euro!

E, allora, non è affatto strano che si lascino morire affogati bambini e genitori che tentano di salvarsi da guerre che abbiamo creato (direttamente o indirettamente) noi. Non è roba dell’altro mondo che, di fronte a simili tragedie (le cui immagini scuotono le coscienze ma non determinano le azioni) ci si muova solo per lucrarci su....

Allo stesso modo e con il medesimo principio neurofisiologico ma non certo morale e civile, assistiamo a slanci di solidarietà estrema.

Ognuno ha una base bimodale comportamentale (che va dal quadro solidale a quello menefreghistico) con varie sfumature molto personali: ciascuno sceglie in base al carattere acquisito, alle capacità del momento, agli egoistici bisogni da appagare, etc. “La vera solidarietà si fa in silenzio... altrimenti è palcoscenico!” (Cit.)

La parola "Io".

In psicologia rappresenta una struttura psichica (organizzata e relativamente stabile) deputata al contatto ed ai rapporti con la realtà, sia interna che esterna. Nella grammatica della lingua italiana, "diventa" un pronome personale che indica un soggetto (che in quanto tale non è disponibile a subire l’essere un oggetto). La sua derivazione etimologica trae origine dal greco "Ego" che, con l’aggiunta di "ismo" (suffisso che tende a formare parole astratte che indicano dottrine o atteggiamenti) diventa, guarda guarda, egoismo

Ogni qualunque operazione dell’animo nostro ha sempre la sua certa e inevitabile origine nell’egoismo (Giacomo Leopardi).

I saggi sostengono che noi nasciamo per portare avanti un progetto. Per quanto si possa speculare su ciò, non si può fare a meno di concludere che, al di là di evolvere le nostre capacità (nel bene o nel male) migliorando la gestione del nostro potenziale genetico e restituendo il tutto (con gli interessi) a "fine corsa" come si fa con i prestiti bancari, non si può andare.

La Natura (o chi per lei), magnanima, ha creato un escamotage per indurci a darci da fare: godere. D’altronde, se per avere dei figli, non si provasse l’orgasmo, con ogni probabilità ci si sarebbe estinti, da Adamo ed Eva in avanti. E allora, come ho spiegato prima, tutto quello che facciamo è provare piacere da ogni esperienza, anche quella negativa (fatte salve le situazioni in cui l’imprevisto ci pone di fronte al dolore).

Anche nella sofferenza, vale lo stesso discorso.

Quante volte agiamo, comunque, schiavi dei nostri apprendimenti?

Quando proviamo ad andare oltre lo steccato del recinto in cui le abitudini ci confinano, soffriamo al punto da essere tentati di rifugiarci dentro dei gompa (templi buddhisti anche molto piccoli, all’interno dei quali potersi ritirare e pregare cercando la pace) mentali di arcaici comportamenti. Il meccanismo dell’adattamento.

Chi ce la fa, va avanti, chi esita, "scompare", o si crea la sua personale realtà dell’indifferenza!

Dall’epoca degli schiavismi ammantati di logica correttezza, a smodate tirannie dei tempi moderni...

  • Mao Tse Tung (che fa bombardare il suo quartier generale per eliminare un apparato che stava imborghesendosi);

  • Pol Pot (che cerca di applicare il modello marxista leninista, tentando di riproporre il modello contadino ed eliminando fisicamente milioni di persone che mostravano di avere anche solo un minimo di cultura);

  • Stalin e compagni (che internano nei gulag ogni possibile minaccia per la rivoluzione bolscevica);

  • i tanti presidenti degli Stati Uniti d’America che, per espandere e imporre il proprio modello di protettorato democratico hanno destabilizzato intere aree geografiche internazionali.

    Come abbiamo visto prima, ognuno, a modo proprio, cerca di mostrarsi dal lato della ragione. Quanti governanti si muovono spinti da principi di interesse nazionale?

"Per noi e per gli amici le leggi si interpretano; per gli altri, si applicano" (Giovanni Giolitti).

    Molto tempo fa, un amico, che risponde al nome di Antonio Chiaia (per i più intimi, familiarmente "Totino"), mi ha fatto omaggio di una interessante riflessione elaborata da un padre seminarista e che riguarda la vicenda di Lazzaro, dal vangelo di Giovanni.

Gesù dice alle sorelle: "Scioglietelo e lasciatelo andare" (v.44). Noi possiamo leggere questa semplice frase come una frase magica di Gesù. Ma possiamo leggerla più in profondità come qualcosa che riguarda anche la nostra vita. E’ chiaro che Lazzaro è paralizzato dalle sorelle, da queste donne che lo soffocano, che gli impediscono di vivere, che gli tolgono l’aria, tutto lo spazio: sono delle donne dilaganti. Donne che prese dai loro problemi "mangiano" anche tutto lo spazio di Lazzaro. Quando esce, dice il vangelo, è avvolto da bende: e cosa sono le bende se non tutte quelle relazioni, quei rapporti che lo ingabbiano, lo legano, lo soffocano, lo stringono fino ad ucciderlo? I piedi sono la strada, l’andare, il camminare: Lazzaro non aveva nessuna autonomia, era succube nel suo andare, legato, non aveva nessuna possibilità di scelta. Le mani sono il nostro fare, il nostro produrre, la nostra creatività. Lazzaro è soffocato, legato, si trova immerso in una situazione dove non sa fare o non può fare nulla, non c’è spazio di movimento, di manovra e di libertà per lui; non può emergere ciò che vorrebbe fare, diventare; non può esprimersi, tutto è già deciso. Il volto è l’identità di una persona. Lazzaro non ha volto, è nessuno, non sa chi è, non si conosce. Che Lazzaro ci sia oppure non ci sia è la stessa cosa, perché nessuno lo vede, a nessuno interessa il suo volto. Lazzaro è av-volto. E’ chiaro che Marta e Maria si sono "mangiate" il loro fratello, e Lazzaro non trovando una sua fisionomia, soffocato, muore. Poi depongono Lazzaro in un sepolcro e vi rotolano una pietra sopra: si sbarazzano del morto.

Ma allora, non cambia nulla, col trascorrere del tempo?

In base ad un articolo pubblicato da Le Scienze nell’Agosto del 2010, secondo alcuni fisici, è possibile che i concetti dinamici di tempo e di cambiamento emergano da un universo statico. Alcuni scienziati sostengono che il tempo non esista. Altri pensano che il tempo debba essere promosso, invece che retrocesso. Tra queste due posizioni c’è l’idea secondo cui il tempo esiste ma non è fondamentale.

In qualche modo, da un mondo statico emerge il tempo che percepiamo.

I filosofi discutono idee analoghe da prima dell’epoca di Socrate ma, ora, i fisici le rendono concrete. Secondo uno scienziato, il tempo deriva da una suddivisione dell’universo: quello che percepiamo come tempo riflette le relazioni tra le varie parti e come, fondamentalmente, “le viviamo”.

Forse, allora, non abbiamo amici ma, probabilmente, solo complici.

Terminato il momento di condivisione di obiettivi, nella migliore delle ipotesi, ci si ignora. È questa la verità.

"L’egoismo è l’uomo o, per meglio dire, il moto dell’uomo. Togliete l’egoismo all’uomo e ne farete una pietra: non ha più ragione di operare il bene né il male. L’egoismo è l’unico movente delle azioni umane" (Cesare Bini).

È così buio ciò che resta del nostro giorno?

Cari lettori, il sottoscritto (grazie soprattutto ad un Uomo chiamato Giovanni Russo) ha imparato a non raccontarsi più bugie. Al massimo, quando vuole guardarsi dal lato "bello" dello specchio, va a leggersi una splendida poesia dell’amico Antonio Rizzuti (professore, filosofo, meridionalista e counselor psicologico):"Erano il tuo stupore e il mio silenzio. Timidamente i nostri cuori vacui si scoprirono. Pena di sguardi, sorrisi acerbi, teneri sospiri trattenuti. Io cerco la tua mano, si uniscono le nostre solitudini, il mondo è ai nostri piedi solo se mi cingi la spalla. Questo sei tu, un’alba nuova. Per me".

Ecco, cari lettori... Auguri.


Giorgio Marchese- Medico Psicoterapeuta, Counselor, Direttore La Strad@

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