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L’asino.
di Sabrina Granese  

26 giugno 2015






Nel dubbio, è meglio tentare!


 Conoscete quella frivola storiella di

un certo asino di cui si discute a scuola?
Nella stalla gli vennero portate per il

suo pasto due quantità di fieno uguali,
della stessa qualità, per molte volte;
dai due mucchi l’asino si vide tentato
ugualmente, e, drizzando le orecchie,
proprio in mezzo ai due mucchi uguali,
concretizzando le leggi dell’equilibrio,
morì di fame, per timore di fare una scelta.


Paul Voltaire


Ecco, sto per volare. La mia anima sta finalmente per spiccare il volo. Il gran salto. Sono arrivato correndo sull’orlo di questo precipizio. Il ritmo del mio respiro accompagna il battito del mio cuore pronto a saltare. Guardo il cielo con un sorriso che il mio volto non ha mai visto. Chiudo gli occhi e sono certo che questa volta non cadrò. Sono certo che questa volta mi librerò leggero nell’aria. E nuoterò libero verso lo spazio infinito, lontano, e niente e nessuno si ricorderà della mia esistenza. Ho fatto in modo che non restasse neanche una traccia del mio passaggio. L’immaginazione è una fotografia che solo tu puoi fermarti a guardare e riguardare ed è ciò che tu vuoi e non vuoi. Il mio primo censore sono stato io e mai mi sono concesso di ridipingere ciò che la vita mi ha inferto. Ricordi. Ricordi che ti fanno sentire tutto il peso, un macigno che ti costringe ancorato a un tutto che tradisce i tuoi sogni, i tuoi desideri, le tue aspettative. Non mi preoccupo del mondo. Rimarrà invariato così come l’ho trovato. Quando sono nato ho visto dall’alto il mio viso che già si lagnava. Ricordo bene di aver chiesto a mia madre “Perché?!” Mi hai voluto, desiderato così tanto senza pensare alla condanna che mi stavi infliggendo! La maternità è un atto egoistico. Abbiamo ucciso il mondo nel momento in cui ci abbiamo messo piede.

Devo saltare. Senza esitazione. Felice.

Salto con tutte le mie forze e m’innalzo.

I muscoli leggeri. La gravità non esiste. È solo un’invenzione per tenerti ancorato a terra.

Posso volare.

Non troppo in alto.

Non ancora.

Un ultimo sguardo fugace.

Case, strade, ponti e ancora case e grandi palazzi.

Non c’è nulla da vedere... La natura non è che una contorno sfocato a questo orribile quadro.

Ma ecco che vedo una piccola casa di legno vicino ad un fiume prima di giungere alle montagne.

M’incuriosisce la sua solitudine.

I piedi si posano leggeri, prima uno, poi l’altro.

Mi avvicino senza timori alla veranda. È una semplice casetta e fuori c’è un pozzo con un catino d’acqua che sembra dimenticato. Tutt’intorno il verde accecante della natura e il rumore di un fiumiciattolo che scorre pacato e indisturbato.

Guardo attraverso la finestra per scorgere qualcuno all’interno di questo piccolo rifugio sperduto. Sarà sperduto anche chi ci vivrà.

Nessuno. Ma all’interno vedo pile di libri e quadri ai muri o in attesa di essere terminati.

Non riesco ad aprire la porta. – “C’è qualcuno?” -

Nessuna risposta.

Sicuramente questo luogo è disabitato chissà da quanto tempo.

Sto per andare via quando mi soffermo a contemplare la pace che mi circonda e penso che, forse, forse qui potrei continuare, decidere di non volare via. Ma la mia scelta è compiuta e ora non mi resta che tornare lassù alla ricerca di una nuova pace, di una nuova forma di vita.


- Va già via?

I miei arti s’irrigidiscono e le mie gambe si bloccano. Cerco di capire se ho davvero sentito questo voce calda e profonda che ha rotto il silenzio.

Davanti a me, poco lontano, vedo un uomo intento a riporre la legna ai piedi di un albero.

- “Mi scusi non volevo violare la sua proprietà, stavo giusto per andare via”.

- “Non si preoccupi. Niente scuse. Non ha violato proprio niente e nessuno. Dicevo, va già via?”

-“ Beh sì… Dovrei proprio”.

- “Ma no. Si fermi un momento. Sono sempre solo e mi fa piacere un po’ di compagnia. Certo, se deve proprio andare, non la trattengo”.

- “No… Penso che potrei rimandare di qualche minuto”.

-“ Bene. Allora venga. Non abbia timore. Entri pure in casa. Metto a fare un po’ di thè. A quest’ora prendo sempre una buona tazza di thè”.

- “Grazie. Volentieri”.


Stupito mi scopro a seguire questo signore sconosciuto nella sua casupola. È vestito in modo strano. Indossa una casacca più larga di due misure e un pantalone sgualcito, un gilet di lana tutto sfilacciato. I capelli bianchi, senza nessuna forma logica apparente e la barba incolta. Prende un po’ di legna e mi fa un cenno accompagnato da un sorriso benevolo che m’invita ad entrare in casa.

- Permesso, - dico quasi sussurrando.

- Venga, venga. Qui non si chiede il permesso a nessuno. Si sieda pure dove trova posto. Mi scusi, ma come vede, sono un po’ disordinato.

Appoggia la legna vicino al camino e si appresta ad accendere il fuoco.

- Che bei quadri.

- Le piacciono? Quale la colpisce di più?

- Beh ora su due piedi…

- Allora non decida su due piedi. Scelga con calma. Spicchi il volo e ci entri dentro -. Disse sorridendo, mentre con un soffio rinvigoriva una piccola fiammella. A quelle parole “spicchi il volo” lo guardai cambiando espressione. Se ne accorse subito.

C’erano molti quadri. Tele accatastate una sull’altra e su tutte le pareti. Ce n’erano di tutti i tipi, di diversi stili. Alcuni riproducevano volti forse mai esistiti, altri paesaggi mai visti. Altri ancora erano fatti di linee, curve e forme che creavano immagini incomprensibili. Finalmente uno catturò la mia attenzione. Una donna coperta soltanto da un velo, con lunghi capelli neri mossi dal vento. Di spalle sull’orlo di un precipizio se ne stava in bilico con un piede poggiato sulla terra e l’altro sospeso in aria. Le braccia e il volto abbandonati, pronti alla caduta. La sua figura si stagliava su un cielo azzurro macchiato da qualche nuvola in lontananza. Un cielo profondo che sembrava arrivare chissà dove.

- Le piace quello?

La sua voce mi ridestò. Ero completamente concentrato su quel quadro appeso, per mancanza di spazio, proprio su una finestra. La luce, infatti, entrava a stento e fasci biancastri ne disperdevano i contorni.

- Sì… Mi piace molto questo qui.

- Secondo lei che fa? Si butta oppure no? E poi, sta per andare su o giù?

Mi voltai di scatto fissandolo con un espressione enigmatica. Lui continuava a sorridere mentre riponeva una vecchia teiera su una griglia riposta nel camino. Lo fissai nei suoi movimenti lenti e mi domandavo chi fosse mai quest’uomo così strano…

- Beh… Presumo che stia per buttarsi giù… Vede com’è abbandonata. Com’è felice e serena la sua espressione? Sembra che non lasci niente, che non abbia nulla in sospeso. Il suo corpo già non c’è più. La sua mente è già altrove.

- Lei dice? A me sa non sembra proprio. Questo è ciò che vede lei. O le pare del tutto logica la sua interpretazione? Inoppugnabile?

- A me sembra proprio che sia così. Poi, certo, il quadro l’ha dipinto lei. Ne saprà sicuramente più di me Detto questo mi siedo su una sedia posta proprio di fronte alla finestra.

- No, per carità. Il fatto che l’abbia dipinto io non significa che io ne brandisca il significato assoluto. Vede, io ho dipinto quella bella donna con i capelli neri. Poi ha deciso lei, di sua spontanea volontà, di scegliere quella posizione. Sono mesi che se ne sta lì senza decidere cosa fare.

Scoppiai in una risata. – Ma cosa dice? Non scherzi! Lei davvero vuole farmi credere che quelle linee ad un certo punto si sono animate all’interno del quadro e hanno cambiato posizione?

- Certo. Perché non mi crede? Non stavo assolutamente scherzando. Mi dispiace che questo la faccia sorridere -. Mi parlò con un espressione triste che mi tolse subito la voglia di ridere.

- Mi scusi, non volevo offenderla… È solo che è un po’ difficile da credere...

- Difficile?

- Sì, difficile.

- Oh… Ad ogni modo, se vuol sapere come la vedo io, credo che la donna del quadro sia comunque molto indecisa sul da farsi. Quel piede ancora a terra non comunica di certo una scelta precisa.

- Ma tutto il resto del corpo, invece, suggerisce che una decisione, invece, l’ha presa. Vedremo -. Detto questo versò l’acqua fumante in due tazze e me ne porse una.

Dopo un breve silenzio che facevo fatica a sostenere bevvi in fretta il mio thè e gli dissi che dovevo proprio andar via.

- Come mai ha così fretta?

- Perché, a differenza della donna del quadro, io finalmente avevo scelto la mia direzione…

- Dove va? Su o giù?

- Su…

Sorrise. Posò la tazza sul tavolino e si diresse verso le tele accatastate in un angolo della stanza.

Trovò subito quello che stava cercando.

- Penso che ora cambierà idea…

Detto questo svelò ai miei occhi il contenuto del quadro e, con mio grande stupore, vidi la mia immagine! Me e quest’uomo che avevo davanti agli occhi essere ritratti nel medesimo istante appena trascorso!

Mi alzai di scatto facendo cadere la sedia a terra, come fosse una proiezione dei miei nervi.

- Questo non è possibile! - urlai. – Che diavoleria è questa!?

- Non aver paura, calmati. Non indietreggiare… Permettimi di spiegarti. Io non sono né uno stregone, né un pazzo… Sono solo un uomo che è precipitato volando.

Posò la tela e con un gesto premuroso mi fece cenno di sedermi. Frastornato mi abbandonai sulla sedia che aveva alzato da terra.

- Voglio solo darti un consiglio. Torna da dove sei venuto. Non riprendere quel volo che ti è sembrato tanto leggiadro. E poi, sono certo che non eri così sicuro della scelta che avevi preso, altrimenti non avresti deciso di scendere e di fermarti qui. Io sono condannato a vivere in questo limbo. Condannato dalla mia inettitudine alla vita decisi di spiccare il volo. Ma dopo anni trascorsi a volteggiare, la forza di gravità creata dal peso della solitudine mi ha spinto a scendere di nuovo a terra. Da allora osservo il tempo passare e dipingo l’indecisione di vivere di tutte le persone che, come me, in fondo, non sanno se andare su o giù. Non saprei dirti come e perché riesco a vedere tutto questo. Negli anni mi sono fatto un’opinione e credo che, forse, esista una linea sottile che connette le persone come te e me. Un’entità, un Dio, o forse, un demone, mi ha affidato l’arduo compito di avvertire coloro che, ancora intimoriti dallo spettro della solitudine, si fermano indecisi.

Ricordi la donna del quadro? Anche lei molto presto spiccherà il suo volo e deciderà se scendere, “solo un’ultima volta”, si dirà. Come quella donna ho visto anche te giungere affannato sul bordo di quel precipizio che, se ricordi bene, ti è apparso dal nulla.

Lo guardavo stralunato, tremante e, in effetti, a quelle sue parole cercai di ricordare. Era vero! Un attimo prima ero steso sul mio letto e, un attimo dopo, ero lì pronto a spiccare il volo. Cominciai a piangere senza distogliere lo sguardo dal viso di quell’uomo.

- La possibilità di scelta non è un caso fortuito, ma una condizione che noi stessi creiamo. Altrettanto possiamo decidere di non farlo.

Mi sorrise e si alzò barcollando. – Puoi riposare se vuoi.

Decisi di andare via, tornare indietro, anche se non sapevo assolutamente come. Guardai attentamente il viso della donna per cogliere la sua espressione. Capire cosa avrebbe deciso. Improvvisamente si mosse e di scatto feci un passo indietro. Il braccio egregiamente dipinto si sollevò da che era abbandonato. E così rimase.

Mi addormentai senza neanche accorgermene. Rimasi a lungo immerso in un dormiveglia confuso. Abbandonato sulla sedia percepivo, senza poter interagire, che tutto intorno a me mutava di forma.


La sveglia del mattino mi colse di sorpresa. Mi alzai intorpidito, sentivo un formicolio lungo il braccio su cui avevo appoggiato pesantemente il corpo. Ero nel mio appartamento. Sorrisi di me e degli strambi intrecci che era capace di creare il mio inconscio. Se di giorno ero passivo nei pensieri, di notte ero capace di dar vita a storie fantastiche in cui, però, apparivo comunque inconcludente.

Al posto della colazione fumai una sigaretta. Feci una doccia per aiutare il mio risveglio. Pronto per il giorno, decisi di andare a passeggiare. I rumori della città mi stordivano, la luce del sole infastidiva i miei occhi che di certo non avevano riposato per niente la notte prima.

Pensavo al volto della ragazza che mi aveva catturato in sogno con i suoi lunghi capelli neri. Non riuscivo a scacciare la sua immagine. Mi domandavo se fosse reale. Se ci fosse davvero da qualche parte nel mondo una donna pronta ad andare chissà dove o, forse, alla ricerca di un compagno di viaggio per restare ancora qui.

Entrai in un negozio d’antiquariato. L’inganno della notte mi aveva fatto balenare in testa la stupida idea che forse potevo trovare un quadro che ricordasse il mio strano sogno. Una traccia rimasta sulla soglia. Mentre mi aggiravo per il negozio pieno di oggetti che occupavano ogni spazio possibile mi rendevo conto a quale follia stavo dando credito. Nulla lì dentro destava la mia curiosità. “Meglio mettere qualcosa nello stomaco e non dar più retta a queste sciocchezze”. pensai.

Uscii dal negozio ringraziando il commesso, avvezzo ormai a rispondere senza neanche alzare lo sguardo. Non interessano più a nessuno i vecchi oggetti, a meno che alla parola “vecchio” non si sostituisca “vintage”.

Seduto a un bar presi cappuccino e cornetto e, intanto, raccontavo alla mia mente le solite bugie. Oggi, certamente, sarebbe stato il giorno in cui avrei dato una svolta alla mia vita. Sul mio taccuino segnavo per punti il da farsi:

- Trovare un buon lavoro.

Erano i soldi, che mi servivano, non i sogni riposti in un cassetto che stava per esplodere.

- Essere più gentile con gli altri e, quindi, maggiormente predisposto alle convenzioni sociali.

Maledizione, chi mi credevo di essere? Pensandoci bene, forse, nessuno. Questo era il problema.

Terzo punto: - Agire.

Il cameriere, intanto, aveva riposto tutto sul tavolino. Mangiai voracemente pronto ad iniziare bene la giornata.

Ecco. Ero per strada insieme a tutti gli altri! Camminavo velocemente per far credere che avevo tanto da fare, tanto per confondermi con loro. Per sentirmi più simile a loro. Ad ogni passo, come se avessi imbracciato uno scudo, scansavo le mie paure e procedevo dritto con passo deciso!

In realtà, anche se i passi erano più decisi, stavo percorrendo il solito cammino verso il parco. Avevo nella giacca una vecchia copia sgualcita del mio libro preferito. Decisi di andare a rilassarmi un po’ prima di abbandonare tutte le mie frivolezze.

Era una giornata abbastanza luminosa e il tepore della nuova stagione permetteva di godere dei nuovi colori del parco. Mi sentivo al sicuro, seduto sulla mia solita panchina a contemplare le vite degli altri.

- Cos’ha lì nella giacca? Un libro?

Pace terminata.

- Sì, un libro. Perché?

- Sono un appassionato. M’interesso di tutti i libri.

- Davvero? Beato lei che lo dice sorridendo.

- Perché, scusi? Non potrei dirlo altrimenti.

- È una storia lunga. Proprio oggi credo di aver capito non aver mai colto bene il senso di ciò che leggevo.

- Capita.

- Lei dice?

- Assolutamente! Capita e di frequente direi, un po’ a tutti. O, almeno, a quelli che sono rimasti. Ad ogni modo c’è chi li usa per imprigionarsi - e ne è consapevole, si badi bene - e chi, invece, li utilizza per andare ancora più lontano. Poi ci sono quelli che li usano per moda, o per dimenticarsi di ciò che non si ricordano, ma questo è un altro discorso.

- Beh, credo di appartenere al primo gruppo.

- Io quelli come lei li chiamo gli “indecisi”.

- Come li chiama? Scusi, può ripetere?

- Gli indecisi. Conosce la storia dell’Asino di Buridano?

Feci un cenno d’assenso col capo.

- Ne ero certo. Lei è un ragazzo mezzo sveglio, si vede. Dunque. Quando ero piccolo mio nonno mi fece imparare i versi di Voltaire che parlavano – testuali parole- della “frivola storiella” dell’asino che s’insegna a scuola. Purtroppo credo che non si faccia più e, questo, al povero Voltaire meglio che nessuno glielo dica. Mi dia il libro che porta con sé.

L’asino ero io…

- Uh… Avere o Essere. Fantastico. Ottimo. Guardi fa proprio al caso nostro.

Lo guardavo e, intanto, avevo l’immagine di me nella mia vecchia aula di scuola elementare in un angolo col capello di carta tutto mortificato. La maestra che continuava a spiegare la lezione e io, adulto fatto, imbronciato ad aspettare la campanella.

- Ecco qui. Le ho scritto la poesia. La impari anche lei a memoria, mi raccomando.

- Grazie. Credo proprio che lo farò. Suo nonno era un uomo saggio. Doveva esserle molto affezionato.

-Sì. Moltissimo. Un uomo di mondo davvero. Andò via, però, poco dopo avermi insegnato questa storiella. Io ero ancora un bambino.

- Davvero? Mi dispiace. Una grave perdita.

- No, no. Non morì. Andò via un giorno e non se ne seppe più nulla. I suoi quadri e questa storiella sono tutto ciò che mi rimane.

- I suoi quadri… - balbettai.

- Sì. Ah è vero non gliel’ho detto. Mio nonno era un pittore e anche molto bravo direi. Ora devo salutarla. Mi raccomando non si lasci morire di fame. Nel dubbio, tenti.

Mi diede una pacca sulla spalla e andò via.


Sabrina Granese


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