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La FelicitÓ, per me.
di Giorgio Marchese  ( direttore@lastradaweb.it )

9 settembre 2016






Provare a condividere ci˛ che, la Solitudine, insegna...


Riflessioni

Tutti gli esseri umani vogliono essere felici; peraltro, per poter raggiungere una tale condizione, bisogna cominciare col capire che cosa si intende per felicità. (Jean-Jacques Rousseau).

Non è, per me, affatto difficile, trovarmi a mio agio nel rispondere ai quesiti che, quotidianamente, la gente mi pone. Questo, per una sorta di presunzione che mi porta a divertirmi nel “mettere alla frusta” la mia mente (e il mio cervello). Sempre più spesso, però, mi fermo a ricordare il mio sorriso interiore, identificandolo come un valore aggiunto capace di contraddistinguermi, a bordo di quella vetturetta (una “Fiat UNO SMART”) con cui, in 9 anni, ho macinato oltre 450.000 Km (creando una linea autostradale senza soluzione di continuità, fra la mia città natale e la Capitale, per gettare le basi di un mio radicamento capitolino), sottoposto a forti vicissitudini al volante della mia amatissima Alfa Romeo e molto più difficilmente riscontrabile, quando mi guardo nello specchio retrovisore della mia attuale ammiraglia di quasi 5 metri lunghezza...

Sofferenza ondivaga, forse?

Mi domando, a questo punto, che senso abbia avuto impegnarmi, per anni, nello studio della mente umana, con l’obiettivo di capire e comprendere, per vivere meglio! MI raccontava un amico che, il famoso Cesare Musatti, fondatore della Società Italiana di Psicoanalisi, alla domanda: Qual è il suo stato d’animo, guardando il Mondo?” pare che, così, abbia risposto: Mi sento come una grande Mamma un po’ angosciata, all’idea dei suoi figli sparsi in un ambiente così ostile!” .

Eppure, tutto sommato, ho amato abbastanza della mia esistenza. Compreso i (non pochi) momenti di dolore con le relative cadute e le conseguenti risalite. Così come, anche, le passioni e le delusioni. Contrariamente a quello che ho pensato per anni, non so più se essere “riconoscente” al tempo che ho attraversato. Anche se mi capita, non di rado, di averne nostalgia pur sviluppandosi, in me, la curiosità di come andrà a finire.

Solo, vorrei ritrovare ad una ad una le persone che ho incontrato e amato, per dirci le cose che non abbiamo fatto in tempo a raccontarci o che non abbiamo avuto il coraggio di confessarci.” ("Ciao" -Walter Veltroni, Rizzoli Ed. 2016)

Operando un’analisi introspettiva, potrei dividere, sul piano temperamentale (come specchio dell’Anima, ovviamente) la mia vita (finora condotta) in quattro fasi importanti:

da zero a dodici anni (connotata dall’allegria tipica dell’età, simile, a volte a quella descritta dal Leopardi quando parla di chi sorride fidente, trovandosi sull’orlo di un precipizio);

da tredici a venticinque anni (in cui, lo stato d’animo prevalente, è stato caratterizzato da una condizione di angosciato esistenzialismo per il sentirmi troppo piccolo di fronte ad un Universo troppo grande...);

da ventisei a quarant’anni (periodo di rinascita interiore, frutto dell’analisi personale condotta con il “Maestro” Giovanni Russo che mi ha consentito di dare colore e respiro a tutto ciò che mi ha circondato, non senza crisi di maturazione tanto dolorose quanto necessarie in grado di spingermi a progettare e costruire anche “contro vento” con obiettivi a lungo termine);

da quarantuno anni ad oggi, che ne ho cinquantadue (pur non potendomi considerare un vecchio, so che, il traguardo ideale, è certamente più vicino della linea di partenza; sono, quindi, alla ricerca di una buona strada per adattarmi, pur trovandomi in uno spaccato esistenziale che non perdona più gli errori...)

Qualcuno sostiene che, col progredire anagrafico si scopre che la felicità non si raggiunge inseguendo gli obiettivi che ritenevi importanti: non cerchi più di prevalere, come un gladiatore nell’Agone del quotidiano; cominci a capire che l’Amore di (o verso ) qualcuno non è, di per sè, un valore assoluto; non cerchi più le emozioni intense; non credi più all’importanza della scalata nel sociale...

Una sorta di pace interiore, insomma... ma con un sottofondo di leggera inquietudine. Forse perchè, come sosteneva Ferdinando Pessoa, noi non ci realizziamo mai perchè siamo due abissi: un pozzo che fissa il cielo.

Ma, allora, cosa ci vuole per essere felici?

Siccome esistono termini che vengono considerati sinonimi, proviamo ad intenderci sul loro reale significato. Solo allora, sapremo cosa cercare per determinare in noi, la sensazione di piacere. Comunque lo vogliamo chiamare.

Quand’è che possiamo definirci contenti?

Ognuno di noi crede di esserlo, quando è carico di gioia e sprizza gaiezza. Ebbene, questo termine deriva dal Latino contenere”:quindi, il diritto di sentirci “contenti” ogni volta che avremo l’animo appagato e lo dimostremo con dolce, calma e beata tranquillità!

Allo stesso modo, ci troveremo pervasi di Gioia (dal Latino Iocum  iocare) , a condizione di avere uno stato d’animo particolarmente positivo in consegunza di qualcosa che piace come un gioco. E (sempre secondo la derivazione etimologica) se la gioia deriva da una condizione amorosa (verso un partner, un elemento divino, etc.), allora diventa “Gaudio”!

Quindi, saremo Allegri (dal Latino Alacer) quando ci sentiremo motivati e disposti a darci da fare, per goderci la vita.

E felici?

Mia madre, molti anni fa, mi ha spiegato che “Felicità” è un termine di derivazione latina (Felicitas), che si riporta al verbo greco Feo(PHYO) con il significato di produttore di Fecondità: in sostanza ricchezza interiore.

Ne ho tratto la conseguenza che si può definire la felicità come quello stato d’animo di “pienezza” emotiva che consegue al raggiungimento di un obiettivo importante, per il quale ci si è impegnati a fondo; è tipico dell’essere umano realista (che sa valutare correttamente il positivo ed il negativo della vita sapendo apprezzare ciò che ha e quello che può ottenere) il quale ha acquisito, mediante l’esperienza, la capacità di produrre benessere, cioè quella condizione temporanea, conseguente allo stato di equilibrio metabolico psicofisico (OMEOSTASI) che deriva dall’appagamento dei propri"bisogni".

Come ho, qualche volta, raccontato, più di dieci anni fa ho avuto un po’ di quei problemi di salute dai quali si esce, per lo più “in posizione orizzontale”. Essendo, a dispetto delle predizioni dei miei colleghi medici, riuscito ad andare ben oltre l’ostacolo, da allora, per dare un senso alla mia vita e per non cadere nella noia (con la preoccupazione di sciupare quel Tempo che mi era stato “riconcesso”), ho percepito la necessità di crearmi degli obiettivi di vita:

  • a "breve" temine;

  • a "medio" termine;

  • a "lungo" termine.

Fra i miei obiettivi a "breve" termine...

"Se stai bene di pancia, di polmoni e di piedi, tutte le ricchezze del mondo non potrebbero aggiungere nulla alla tua felicità" (Virgilio). Imparare ad utilizzare correttamente i 5 sensi che la Natura mi ha donato dando importanza, ad esempio, a tutto quello che, nonostante tutto, nel mio quotidiano, va bene (efficienza psicofisica - eventi positivi cui non si dà importanza);

E crescendo impari che la felicità è fatta di cose piccole ma preziose... e impari che il profumo del caffè, al mattino è un piccolo rituale di felicità, che bastano gli aromi di una cucina, che basta il muso del tuo gatto o del tuo cane per sentire una felicità lieve, fatta di emozioni in punta di piedi, di piccole esplosioni che, in sordina, allargano il cuore” (Il gabbiano Jonathan Livingstone).

Nei miei obiettivi a "medio" termine...

Propormi dei progetti mediante i quali ottenere una realizzazione (relativa a quel progetto) e che riguardi uno dei seguenti capisaldi dell’ esistenza:

  • Lavoro;

  • Affetti ;

  • Tempo libero da dedicare al rapporto con la mia Identità;

Come obiettivi a "lungo" termine...

Imparare a vivere secondo una dimensione umana corretta, riuscendo ad appagare sempre meglio il senso di Autostima e quello di Autoaffermazione:

  • ponendomi domande "intelligenti";

  • cercando risposte adeguate;

  • applicando, nella vita quotidiana, i risultati delle proprie riflessioni;

  • facendo tesoro delle esperienze conseguenti;

  • mantenendo il gusto verso il nuovo... così come fanno i bambini!

Dopo dodici anni di questo mio nuovo, determinatissimo modo di essere, cosa posso raccontare di me?

Cari amici della mia vita andata, oggi, in questo silenzio, vorrei poteste riapparire tutti, come per magia. Vorrei potervi vedere arrivare uno ad uno ragazzi che eravamo. Vorrei che al tramonto, ci potessimo sedere attorno al pallone di cuoio e parlare a lungo e dirci quello che non andrà, nelle nostre vite. Vorrei che ci mettessimo in guardia dagli errori che faremo e ci dicessimo la verità su quello che, poi, il tempo ci ha riservato. Soffriremmo di meno, saremmo più amici. E comunque, anche per un attimo, ci ritroveremmo come eravamo e non come siamo diventati, assecondando i nostri destini.("Ciao" - Walter Veltroni, Rizzoli Ed. 2016)

Abbiamo soltanto la felicità che siamo in grado di capire. (Maurice Maeterlinck)

Da piccolo guardavo il cielo alla ricerca della Stella che mi avrebbe guidato nelle scelte importanti... ora immagino di potere accedere all’interno di un armadio magico, in cui trovare i vestiti di tutti coloro che mi hanno amato (e che porto, sempre, con me in quella parte del cervello così intima da somigliare al Cuore...) per poterli estrarre dal cellophane della memoria, distenderli sul più prezioso dei miei tappeti e provare ad avvicinarne i lembi al mio volto. Così, giusto per sentire l’odore e ricordare il “calore” e riaverli, almeno per un po, con me.

Cari Lettori, ritengo di poter essere ascritto nell’elenco di coloro a cui piace studiare. Probabilmente leggo meno libri di quanto dovrei... Non riesco a trovare energia mentale a sufficienza. Ad una certa ora, il mio cervello reclama la propria libertà dalle costrizioni cui lo sottopongo. E allora, dopo aver assorbito molte letture saggistiche (monografie tematiche di approfondimento), mi resta una certa voglia di entrare nelle vite degli altri. Ma non come psicoterapeuta.

Solo per curiosare, in punta di piedi. E in religioso silenzio.

Ecco che, nel tempo, ho imparato a dare importanza a quello che ascolto e osservo, durante ogni istante della mia giornata. Percorro molti chilometri in automobile, un po’ di meno in bicicletta. Ma, quando ci riesco, amo, ancora, “perdermi”, a piedi, sui monti della Sila, lungo sentieri che non ci trovi nessuno. Sono questi, i momenti in cui uso l’auricolare del mio Smartphone per ascoltare palinsesti radiofonici culturali e scientifici, conditi da musica e parole. E cerco la “verità” del Bosco, tentando di dare un senso a tutti i suoi alberi.

E allora immagino, come nei versi di Lucio Dalla, di volteggiare sopra i tetti delle città, mescolarmi con l’odore del caffè, fermarmi sul naso della gente mentre leggono i giornali; girare il cielo per fermarsi, ogni tanto a curiosare qua e là volare con la polvere dei sogni inseguendo ogni battito del cuore, per capire cosa succede dentro e da dove viene, ogni tanto, questo strano dolore...

Seduto sulla spiaggia deserta cerco di concentrare la mia mente su un vecchio detto indiano che nel dormiveglia mi è entrato in testa e non se ne va: "L’uomo dice che il tempo passa. Il tempo dice che l’uomo passa" (Tiziano Terzani).

Come si fa ad incolpare chi ti rende, col suo modo di essere, particolarmente sensibile?

Eppure, forse, mia madre avrebbe potuto contenersi, allorquando mi ha riempito di tutto ciò che mi ha, un po’ alla volta, facilitato il “sentire” empatico...

Si, perchè, fin da piccolo mi sono ritrovato da solo, a vagare per ambienti ostili dove ho conosciuto anche i lati più bui dell’animo umano.

Quelli capaci di tatuare la pelle e il cuore.

Ecco, costantemente impatto con quella realtà che ti costringe ad ammettere che, in fondo, nessuno ti cede quello che ritiene essere importante.

Nemmeno quando diventa superfluo.

E nonostante mi sia convinto del fatto che la libertà sia, senza dubbio, un valore primario, quando ti accorgi di essere una vaso di coccio in mezzo a vasi e mazze di acciaio, a volte puoi solo decidere il sistema e la tempistica, per togliere il disturbo. Magari prima possibile, anche perchè io sono sempre più convinto, del fatto che la vita non abbia valore in sé e che non sia, nemmeno, così sacra. Spetta a noi, infatti, darle il giusto Significato e Apprezzamento..

Ogni tanto mi fermo a pensare, soppesando le idee... in fondo, come il mio amico “Bracco” avrei voluto soltanto un pezzetto di giardino nella cui vegetazione nascondermi. E, da lì, osservare il Mondo, per capire la differenza che c’è, se c’è, fra l’Inferno e il Paradiso.

Corriamo spensieratamente verso l’abisso, non prima di aver messo qualcosa tra noi e lui per impedirci di vederlo (Blaise Pascal)

Ecco, se fossi stato un cane, credo che (come fanno i “miei” Jake e Sally), mi sarebbe piaciuto saltellare felice accanto a una mano affettuosa, anche a dividere il nulla. Ma con grande sentimento. L’affetto sincero, infatti, può far vivere di rendita. Famiglia, spesso, ha il vero significato quando trovi qualcuno a guardarti le spalle e, al tempo stesso, a sorriderti e tranquillizzarti anche quando ti trovi sul bordo di un precipizio. La serenità consiste nel sapere che, all’occorrenza, si andrà giù insieme.

Che bello, togliersi per un po’, il peso delle tante responsabilità....

I giri mentali cui sottopongo la mia mente visto la vita e il mestiere che svolgo, mi identificano con chi passeggiando, sotto la pioggia, come un randagio nella notte, vede uomini lasciarsi andare, donne pentirsi di scelte che non avrebbero rifatto e bambini con uno sguardo a metà fra l’ingenuità e la malvagità come via necessaria alla contestualizzazione che ti evita di sparire fra i flutti dell’indifferenza.

Ecco, io provo a star loro accanto, cercando di dire poco o nulla, per provare a far capire che, la vita, spesso, è una questione di punti di vista e di osservazione. Dipende da dove ti siedi e cosa decidi di guardare. Qualcuno, un tempo, mi ha detto che, anche questo, è Amore. Un modo di condividere ciò che la solitudine insegna. Anche perchè, “La religione è per chi ha paura dell’Inferno. La spiritualità che scaturisce dall’interiorità, è per chi ci è già stato”.

Cosa credo che mi riserverà il futuro?

Più o meno quello che sarò stato in grado di realizzare, con la mia opera e con il mio modo di essere. Certo, si tratterà di conciliare due opposti estremismi: quello che vuole il Sociale e quello che si aspetta la mia Identità.

Quindi, credo, continuerò a vivere nel confronto con gli altri, individuando percorsi di massima esposizione (perchè è solo così che ti puoi garantire quella libertà relativa che ti consente l’autonomia dal dipendere dal potente di turno) pur con l’aspirazione di un contesto bucolico dove il denaro, ad esempio, non conta e il lavoro si svolge solo perchè ti piace farlo.

Riconosco, in me, la presenza di più di un pensiero felice: l’immagine delle mie figlie, ad esempio, l’incontro con i begli occhi che mi apprezzano... Credo, però, che la luce in fondo al mio tunnel sia il punto in cui la mia creatività raggiungerà l’apogeo della Libertà. Quando, cioè, la mia Identità si fonderà con l’essenza di cui tutti siamo composti, in un quel luogo di Energia e materia Oscura, dove smetti di esistere come Persona per diventare parte del “Tutto”. Dove, per intenderci, quello che il bruco chiama “fine del Mondo”, il resto del mondo, lo chiama “Farfalla”.

C’è un’ape che si posa su un bottone di rosa: lo succhia e se ne va. Tutto sommato, la felicità è una piccola cosa. (Trilussa)



Giorgio Marchese (Medico Psicoterapeuta, Counselor) - Direttore "La Strad@"


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