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Buona Pasqua.
di Giorgio Marchese  ( direttore@lastradaweb.it )

30 marzo 2018






Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato.


Poco più di tre anni fa, un furgoletto quadrupede è entrato nella nostra vita installandosi nel giardino del condominio dova ha sede “Neverland”, a Castrolibero. Un po’ alla volta, con la sua delicata sensibilità, ha conquistato il cuore di tutti. Un brutto giorno, però, abbiamo temuto di averlo perso per sempre e, il buio e il freddo, si sono impadroniti della nostra coscienza all’idea che, qualcuno, avesse osato “profanare” la purezza di un essere così innocente... ma, come per incanto, ci è stata data la possibilità di riprenderci cura di lui e di accorgerci che, assistendo il più “debole”, saremmo riusciti a diventare migliori, condividendo quello che, forse, è il vero senso della vita...

Lui si chiama Bracco. E ci ha insegnato che la luce della speranza (quando il tuo cuore si è “perso”) può riaccendere la fiamma della Fede e quella dell’Amore. Un grazie affettuoso a Francesco Cosentini che, con la sua Famiglia è diventato il suo “miglior” Fratello.

Riflessioni

Se fossi stato un bambino, mi sarei dovuto chiamare Oliver Twist. Da piccolo, incolpevole, mi sono ritrovato da solo, a vagare per ambienti ostili dove ho conosciuto i lati più bui dell’animo umano.

Quelli capaci di tatuare la pelle e il cuore.

Non sempre, però, la verità è come appare: ciò che sembrava un cappio, si è rivelato essere il “passaggio” per un principio di accettazione sociale. Attraverso il Canile e il Microchip, infatti, sono diventato un essere “riconosciuto”.

Non più un randagio, ma un cane di quartiere, sterilizzato e, quindi, non più in grado di fare “danni”... Reimmesso nel territorio, ho imparato che nessuno ti cede quello che ritiene essere importante.

Nemmeno quando diventa superfluo.

La Libertà è, senza dubbio, un valore primario. Ma, quando ti accorgi di essere una vaso di coccio in mezzo a vasi e mazze di acciaio, a volte puoi solo decidere il sistema e la tempistica, per togliere il disturbo. Magari prima possibile.

Eppure, avrei voluto soltanto un pezzetto di giardino nella cui vegetazione nascondermi. E, da lì, osservare il Mondo, per capire la differenza che c’è, se c’è, fra l’Inferno e il Paradiso.

Eppure, mi sarebbe piaciuto saltellare felice accanto ad una mano affettuosa, anche a dividere il nulla. Ma con grande sentimento. L’affetto sincero, infatti, può far vivere di rendita. Famiglia, spesso, ha il vero significato quando ci vuole qualcuno a guardarti le spalle e, al tempo stesso, a sorriderti e tranquillizzarti anche quando ti trovi sul bordo di un precipizio. La serenità consiste nel sapere che, all’occorrenza, si andrà giù insieme.

Passeggiando, sotto la pioggia, come un cane nella notte, ho visto uomini lasciarsi andare, donne pentirsi di scelte che non avrebbero rifatto e bambini con uno sguardo a metà fra l’ingenuità e la malvagità come via necessaria alla contestualizzazione che ti evita di sparire fra i flutti dell’indifferenza.

Gli sono stato accanto, senza dir nulla. Non un gesto ma sguardi intensi, per provare a fargli capire che, la vita, spesso, è una questione di punti di vista e di osservazione. Dipende da dove ti siedi e cosa decidi di guardare.

Anche questo, è Amore. Il “mio modo” di condividere ciò che la solitudine insegna.

Dicono che la mamma dei cagnolini veglia su di loro proteggendoli a costo della vita. Io, purtroppo, non ricordo nulla di tutto ciò. Alcuni sostengono che io sia un giovanotto di appena tre anni altri, invece, che sia (con i miei 7/8 anni) sul vale del tramonto...

Nessuno mi ha insegnato a leggere, scrivere e far di conto. Io mi sento l’età del mio cuore: a volte leggiadro altre, invece, ingrigito da un angosciante fardello.

So di non sapere tanto, anche se la vita mi ha insegnato molto... So solo che, un giorno, ho individuato un cancello che custodiva uno spazio...

E, col cuore in gola, ho provato ad entrare.

Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato” (Matteo, 25)

Un po’ alla volta, ho scoperto che non era più necessario accumulare quello che, gli umani, chiamano “spazzatura” ma che, per me, rappresentava una possibilità in più, di sopravvivenza e, giorno dopo giorno, ho scoperto che il Mondo, in fondo, non era poi così brutto.

Ho apprezzato le aurore e i tramonti, il sole e la pioggia che leniva le mie cicatrici, attendendo gli amici, per dividere quello che, i più, chiamano coccole ma che, mi permetto di credere, sia il vero senso della vita: la ricerca dell’altro che ti consente di riconoscere, come in uno specchio, le carenze da colmare, i vuoti da riempire, le gioie da donare.

Per sentirti, finalmente, completo.

Con la voglia di ricominciare, ogni giorno che il buon Dio degli animali e della piante ti concede di assaporare.

Finchè, un giorno, il destino ha presentato, nuovamente, il conto sotto forma di un Pit bull che mi ha aggredito, lasciandomi esanime. Non saprei dire se ha prevalso il dolore fisico o quello morale: essere sopravvissuto ai fortunali e restare colpito da mano fraterna!

La tentazione di sperare che tutto finisse è stata considerevole ma, poi, ho concluso che non c’era colpa nell’accaduto: così come gli schiavi erano costretti a uccidersi fra loro, a lui era stato insegnato ad aggredire, anche senza un perché. E, allora, ho “sentito” che avrei dovuto riprendere la via di quella che avevo cominciato a considerare “Casa”.

Così come un condannato ingiustamente, cerca di osservare il panorama, nel momento “supremo”, per catturare più vita possibile da portare con sé, mi sarebbe piaciuto chiudere gli occhi con l’immagine di qualcuno che avrebbe pianto per me. Con me.

E forse, anzi, evidentemente, il mio libro non era giunto all’epilogo. Tanti cuori solidali hanno palpitato per trasfondermi l’ossigeno che mi ha aiutato ad essere ancora qui.

Accadono cose che sono come domande. Passa un minuto, oppure anni. E, poi, la vita ti risponde. (Alessandro Baricco)

E, un po’ alla volta, sto imparando che è bello, camminare al guinzaglio se,accanto hai un amico. E poi, chi può dire... chi conduce e chi segue?

Questo è il bello della condivisione emotiva.


Buona Pasqua a tutti quelli che mi (e si) vogliono bene.

Bracco (1 Aprile 2015)

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