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I sogni...
di Scuola di Formazione in Psicoterapia ad Indirizzo Dinamico - SFPID  ( info@sfpid.it )

6 novembre 2013






Che voltano pagina...


Scuola di Formazione in Psicoterapia ad Indirizzo Dinamico - SFPID

 

Direttore Sara Rosaria Russo

TITOLO ORIGINALE

 

I sogni che voltano pagina come processo di significazione del trauma e passaggio alla personalizzazione.

 

Allievi III anno S.F.P.I.D.

Antonietta Di Renzo, Gaetano Filocamo, Giuliana Gallo, Maria Teresa Giuffrida, Cinzia La Carrubba, Annamaria Laudato, Elio Lorecchio, Clara Margiotta, Margherita Massaroni, Violetta Prota, Gabriele Ronco, Giovanna Teti, Barbara Surico, Agnese Zanchetta 

Tutor: Ripa A.

 

Riassunto: L’articolo illustra nelle linee generali il percorso che, dopo Freud, ha portato a concettualizzare il sogno come processo complesso, che permette l’acquisizione di nuovi modelli di organizzazione dell’esperienza. Prende in esame, con particolare riferimento alle vicissitudini della relazione di transfert e controtransfert, le caratteristiche dei "sogni che voltano pagina"; secondo Quinodoz, questa particolare tipologia di sogni, dal carattere paradossale, si manifesta dopo un cambiamento significativo nell’assetto psichico del paziente. Gli Autori si concentrano sul sogno come forma di comunicazione interpersonale, oltre che come processo intrapsichico; sottolineano l’importanza della funzione di rêverie della madre-analista per favorire nell’analizzato la capacità di pensare/sognare l’esperienza emotiva e, dunque, un funzionamento psichico più evoluto.

Parole chiave: sogno, cambiamento, transfert e controtransfert, identificazione proiettiva, rêverie, significazione del trauma.

 

Summary: This article delineates in general the course that, since Freud, shifted the conceptualization of dream into a complex process that allows different arranging experience models to be achieved. Concerning the ongoings of the transference/countertransference relationship, this work examines the peculiarities of "dreams that turn over a page"; according to Quinodoz, this particular kind of dreams, with paradoxical character, occurs as a result of a substantial change in patient’s intrapsychic arrangement. The Authors focus the attention on dream as an interpersonal communication feature, besides an intrapsychic process; they emphasize how prominent the rêverie function of the mother-analyst is in order to promote the analyzed’s ability to think-and-dream the emotional experience and therefore a more evolved psychical functioning.

Key words: dream, change, transference and countertransference, projective identification, rêverie, traumatic event signification.

"Sognare non è un altro modo di fare l’esperienza di un altro mondo, ma per il soggetto costituisce l’esperienza più radicale del suo mondo" (Foucault M., 2003, p. 61).

I sogni, da Freud ad oggi

Il lavoro sui sogni di Freud ha rappresentato un’importante svolta nella comprensione dei processi psichici, divenendo punto di riferimento per la sistematizzazione dell’intero edificio della psicoanalisi e per i successivi approfondimenti.

Se il Progetto di una psicologia scientifica (Freud S., 1895) conteneva il primo abbozzo di una teoria del sogno su basi neurofisiologiche, la lettera a Fliess del 4 marzo 1895 propose la prima interpretazione di un sogno, quello del Dott. Emil Kaufmann, nipote di Breuer, letto in termini di "breve episodio di psicosi onirica" (Freud S., 1887-1904).

Solo l’interpretazione del sogno di Irma del luglio 1895, però, ha aperto la strada alla nuova teoria freudiana (Jones E., 1953).

La concettualizzazione del sogno come "appagamento di un desiderio" rimosso, precedentemente solo abbozzata, fu approfondita ne L’interpretazione dei sogni (1899).

Nel sogno, "via regia" per esplorare ed interpretare il mondo interno dell’individuo attraverso le libere associazioni, si cela, secondo Freud, un significato inconscio. Il lavoro del sogno consiste, infatti, nella trasformazione di un contenuto onirico latente in un contenuto manifesto. Il contenuto latente include desideri inconsci provenienti dall’Es - di origine infantile -, dal Super-Io, da pensieri conflittuali preconsci, da residui diurni e da stimolazioni somatiche. Il lavoro onirico, deformando il contenuto latente, in modo da eludere la censura, permette l’appagamento allucinatorio del desiderio rimosso, vera forza motrice del sogno, preservando lo stato di sonno. Il sogno è, pertanto, secondo Freud, una formazione di compromesso, così come i sintomi, i lapsus, gli atti mancati. L’incubo, al contrario, è il risultato del fallimento del lavoro della censura: l’irruzione del materiale inconscio non camuffato e della quota affettiva d’angoscia provoca il risveglio.

Diverso è il caso dei sogni nelle nevrosi traumatiche. Essi, "al di là del principio del piacere", sembrano riproporre all’apparato psichico la scena traumatica, nel tentativo di scaricare un eccitamento eccessivo ed impensabile (Freud S., 1920). Oltre alla coazione a ripetere, essi appaiono testimoniare la necessità di trasformare in attivo un fatto, vissuto, in passato, in modo passivo (Mangini E., 2001). Metafora del "gioco del rocchetto", i sogni traumatici si rivelano, quindi, come un tentativo di rappresentazione e messa in forma di un avvenimento che non ha avuto possibilità di elaborazione.

Il lavoro di Freud sui sogni ha stimolato ricche riflessioni, dando vita a nuovi sviluppi, non solo in ambito teorico, ma anche in rapporto alla loro applicazione clinica.

L’interesse per il simbolo, per il concetto di imago, come rappresentazione universale ed innata, per la psicologia dei popoli e per il concetto di "sincronicità", indusse Jung (1916-48) a ritenere che i sogni potessero essere letti, oltre che col metodo causale, anche con quello prospettico o costruttivo, che permette di indagare le linee di sviluppo di un processo psichico a partire da aspetti potenziali, non ancora attualizzati (Galimberti U., 1992).

Egli analizzò, quindi, una particolare categoria di sogni, quelli "profetici", premonitori: da intendersi come combinazione anticipatoria di probabilità, essi evidenziano la capacità dell’inconscio di anticipare gli eventi. Nello specifico, tali sogni sono originati da quella parte celata dell’anima che si occupa dell’organizzazione del domani e dei suoi avvenimenti.

Il sogno, inteso anche come rappresentazione della situazione attuale dell’inconscio, illustra, secondo Jung, attraverso le immagini archetipiche, il rapporto tra gli opposti (materia e spirito) e, quindi, consente quel delicato processo di riconoscimento, avvicinamento ed integrazione delle parti scisse, necessario per portare a termine il percorso di individuazione fino al Sé, centro della totalità psichica, sintesi tra coscienza ed inconscio, espressione dell’autenticità dell’individuo e fatto collettivo.

Il sogno, non più concepito come appagamento di un desiderio, possiede, quindi, secondo Jung, una funzione compensatrice che permette l’autoregolazione della psiche.

In linea con questa evoluzione, a partire dagli anni ’60 del secolo scorso, gli approcci centrati sulla Psicologia dell’Io hanno enfatizzato le funzioni dell’Io nella vita diurna, relegando in secondo piano il lavoro sul materiale onirico, più inconscio e soggetto ad interpretazione (Migone P., 2006).

Grazie alla Psicologia del Sé, inoltre, i sogni hanno acquistato un significato puramente relazionale e recuperato un nuovo spazio nella clinica (ivi): l’attenzione si è, quindi, focalizzata sul tempo, sul modo, sullo scopo per cui un paziente racconta un sogno e sulla capacità dell’analista di contenerlo senza bisogno di interpretarlo (Lippmann P., 2000).

Kohut (1977), a proposito dei self-state dreams, aveva descritto due tipi di sogni: quelli che esprimono contenuti latenti verbalizzabili (desideri pulsionali, conflitti, ecc.) e quelli che forniscono immagini, che rimangono allo stesso livello del contenuto manifesto e che servono a fissare le tensioni non verbali di stati traumatici, nel tentativo di armonizzare lo sforzo evolutivo e proteggere la coesione del Sé.

Gli anni ‘70 e ‘80 del secolo scorso hanno visto il fiorire di una letteratura sempre più corposa sui sogni.

Grinberg (1967), per esempio, ne ha descritto tre tipologie: i "sogni di evacuazione", dai contenuti primitivi, il cui scopo sarebbe l’espulsione di parti indesiderate in un oggetto interno o esterno che funge da contenitore; i "sogni di elaborazione", propri della posizione depressiva, che si manifesterebbero in concomitanza di significativi processi di integrazione psichica, ed, infine, i "sogni misti", caratterizzati dalla contemporanea presenza di aspetti di evacuazione e di elaborazione.

Guillaumin (1979) ha illustrato i "sogni riepilogativi": in grado di far luce sui conflitti inconsci sottostanti al transfert, non necessariamente apparirebbero in contemporanea con un cambiamento psichico.

Segal (1988), invece, ha descritto sogni spaventosi che, manifestandosi al termine di un percorso terapeutico, sarebbero indicativi, così come i "sogni invasivi", descritti in precedenza da Steward (1973), di un livello di integrazione più elevato e non di regressione.

In quegli stessi anni, un contributo importante alla comprensione dei sogni è giunto dall’approccio relazionale: la formazione del sogno sarebbe una tappa dell’organizzazione dell’attività mentale, con funzione di tipo integrativo, e la sua interpretazione non dovrebbe prescindere dalle dinamiche della coppia analista-analizzato. In quest’ottica, il contenuto del sogno non andrebbe più considerato esclusivamente come un prodotto intrapsichico, bensì come un processo intersoggettivo (Williams P., 1999).

Negli anni ’90, nel contesto del dialogo sempre più articolato tra psicoanalisi e neuroscienze, l’attenzione si è rivolta anche alla memoria che opera nei sogni. Le scienze cognitive, in particolare, hanno scoperto nella traccia mnestica l’esistenza di un processo continuo di cambiamento e ritrascrizione che sembra rimandare alla complessa nozione freudiana di Nachträglichkeit o après-coup (Costantini M. V., Mariani F., 2003).

La storia del trauma si articola in un primo momento, di "negatività semantica", in cui il vissuto non è capito e in un secondo momento, di "posteriorità elaborativa", in cui l’evento è ritrascritto e risignificato, attraverso esperienze positive, oppure confermato nella sua traumaticità.

Nel caso di traumi non rappresentati, la relazione terapeutica può rivelarsi come après-coup che "costruisce un colpo nel tentativo di legare le discontinuità, di narrare una storia riferibile all’autore, di trasformare la pura esistenza o l’accadere di un evento in uno indirizzato al soggetto e che di fatto lo costituisce come oggetto di desiderio e di investimenti" (Balsamo M., 2009, p. 11).

L’idea freudiana secondo cui un ricordo diventa trauma solo più tardi, cioè in après-coup, implica, infatti, che l’evento, fino ad ora condannato al silenzio rappresentativo e, dunque, alla ripetizione, grazie alla seconda scena "divenga nel processo di ripresa ritrascrittiva finalmente parlante al soggetto e ai suoi interlocutori" (ivi, p.12). Questo processo di significazione del trauma e di personalizzazione/soggettivazione è realizzabile in un contesto terapeutico di trovato/creato (Winnicott D. W., 1971) e nelle esperienze del transfert, che rendono possibile la ripresa del lavoro psichico per trasformare le impressioni in tracce di cui il soggetto può appropriarsi (Balsamo M., 2009). Freud stesso scriveva a Fliess: "Sto lavorando all’ipotesi che il nostro meccanismo psichico si sia formato mediante un processo di stratificazione: il materiale di tracce mnestiche esistente è di tanto in tanto sottoposto a una risistemazione in base a nuove relazioni, a una sorta di riscrittura. La novità essenziale della mia teoria sta dunque nella tesi che la memoria non sia univoca, ma molteplice e venga fissata in diversi tipi di segni" (Freud S., 1887-1904, p. 236).

Se, quindi, concettualizziamo il sogno come raggiunta capacità di rappresentazione e ritrascrizione di "memorie molteplici" (ivi), il processo onirico si rivela come la prima possibilità di risignificazione e ritrascrizione di un evento traumatico, dichiarato scomparso; ciò è necessario affinché contenuti non rappresentabili possano diventare rappresentazioni e affetti ed essere, quindi, rimossi (Costantini M. V., Mariani F., 2003).

In linea con le recenti acquisizioni, l’aforisma di Freud "il sogno è la via regia all’inconscio", potrebbe, dunque, essere trasformato in "il sogno è l’espressione regia dell’attività mentale inconscia" (Fosshage J. L., 1997). Il che mette in risalto processi intrapsichici più ampi e il lavoro di reintegrazione psichica.

Fosshage, rivalutando le intuizioni di Jung e riprendendo alcuni aspetti della concezione dei self-state dreams di Kohut, ha riconosciuto al sogno una funzione organizzativa, adattiva ed evolutiva: il sogno dischiuderebbe nuovi modelli di organizzazione dell’esperienza attraverso il "consolidamento della rappresentazione di nuove configurazioni psichiche emergenti" (ivi, p. 658).

Fosshage, inoltre, ha ridefinito il processo primario in termini di modalità di funzionamento mentale che usa immagini visive e sensoriali, con connotazioni intensamente affettive e il processo secondario come modalità concettuale e logica che si avvale di simboli. Da intendersi come modalità diverse ma complementari di apprendere, rispondere ed organizzare il mondo esperienziale, con funzioni di integrazione e sintesi, i due processi si intreccerebbero nel corso dell’attività mentale, in proporzioni che variano a seconda del momento e della persona (Fosshage J. L., 1983, p. 649). Rispetto a quello secondario, quindi, il processo primario sarebbe una funzione parallela diversa, né superiore, né primitiva, in cui i contenuti mentali sono continuamente elaborati (Bucci W., 1997).

Il processo primario, pertanto, non andrebbe trasformato in quello secondario perché le immagini del sogno possono essere comprese senza essere necessariamente tradotte nei significati latenti.

In linea con ciò, i sogni, indipendentemente dal loro contenuto, sembrano essere in grado, all’interno della relazione terapeutica, di trasformare e ritrascrivere le impressioni del processo primario (percepito) in tracce mnestiche, dotate di rappresentazione di parola. I sogni, quindi, sarebbero "terapeutici" nella misura in cui segnano l’inizio della rappresentazione e dell’integrazione di elementi scissi, che possono emergere nel contesto della relazione terapeutica, proprio perché l’Io riesce a tollerarli e ad integrarli nel processo secondario. Segnale della presenza di una memoria semantica e, quindi, di una capacità elaborativa, che trova la spinta nel desiderio (Costantini M. V., Mariani F., 2003, p.682), il sogno sarebbe anche una forma di comunicazione interpersonale.

Questo significa che lo sviluppo dell’après-coup si appoggia sull’intersoggettività; prima della comparsa di un soggetto sulla scena e della possibile traduzione del momento traumatico (Balsamo M., 2009), sembrerebbe, però, necessaria la creazione di uno spazio psichico di pensabilità.

Rifacendosi a Winnicott (1971), Khan (1974) ha approfondito la capacità di far uso del sogno e di entrare nello spazio-del-sogno (dream space). A differenza del sognare come processo psichico innato, lo spazio del sogno appartiene al campo del simbolico il cui sviluppo necessita di cure primarie adeguate. Secondo Khan, occorre differenziare lo script di un sogno dalla possibilità di contenerlo e di metterlo in scena nel teatro interno. Se questo spazio interiore non si è sviluppato, il sogno tende ad essere esteriorizzato e, quindi, agito nella realtà. Ciò che definisce il sogno è la cornice del risveglio, la barriera di contatto, che funziona da limite e da zona di transizione tra il sogno e la veglia. Il sogno nutre la mente solo se attualizzato nello spazio-del-sogno. Ecco, allora, che il soggetto potrà, tramite il sogno, avere accesso alla propria realtà psichica, invece di agire il suo sogno non-sognato nel mondo (Civitarese G., 2013).

Le scoperte delle neuroscienze e gli influssi della Psicologia del Sé hanno favorito un rinnovato interesse nei confronti dei sogni, dopo una fase in cui la crisi del concetto di interpretazione, in ambito psicoanalitico, ne aveva minato la centralità nella clinica (Migone P., 2006). Tra i contributi degli psicoanalisti che hanno riconosciuto al sogno funzioni volte a garantire un migliore funzionamento mentale e, quindi, un miglior adattamento, si colloca quello, relativo ai sogni che voltano pagina, di Jean-Michel Quinodoz (2001).

I sogni che voltano pagina: aspetti teorici

A causa del loro carattere paradossale e del loro contenuto primitivo ed angosciante, questi sogni potrebbero essere erroneamente scambiati per una regressione o per una reazione terapeutica negativa. Si tratta, invece, secondo l’Autore (ivi), di sogni che si manifestano dopo un cambiamento significativo e non prima, come per il modello classico freudiano, secondo cui il cambiamento sarebbe frutto dell’elaborazione delle resistenze e difese emerse nel sogno.

Lungi dall’apparire solo in prossimità della fine del percorso, essi possono emergere in qualunque momento del processo psicoterapeutico.

Per comprendere i sogni che voltano pagina occorre far appello a concetti propri dell’approccio kleiniano e postkleniano, quali quelli di fantasma inconscio, di identificazione proiettiva, di oscillazione tra posizione schizo-paranoide e posizione depressiva e di integrazione. L’Autore, inoltre, attinge alla prospettiva relazionale contemporanea, che concentra la propria attenzione non tanto sul contenuto del sogno, quanto sulla narrazione dello stesso nel contesto del percorso terapeutico e, come accennato, sulle vicissitudini della relazione di transfert e controtransfert.

Come è noto, secondo M. Klein (1935, 1940), nel bambino, sin dalla vita prenatale, sono presenti un impulso distruttivo, innato e primario, che opera all’interno dell’Io per annientarlo (angoscia di annichilimento) e fantasie inconsce di carattere oggettuale. Esse sono un corredo innato, espressione diretta delle pulsioni, vera sostanza della vita mentale e base dell’esperienza della realtà.

Quinodoz si rifà alla concezione kleiniana di fantasia inconscia quando illustra il contenuto dei sogni che voltano pagina. Essi, infatti, illuminano l’organizzazione delle pulsioni e delle difese, la struttura della personalità e svelano "la matrice originale del fantasma" (Quinodoz J. M., 2001, trad. it. 2003, p. 35), mettendo in scena i fantasmi inconsci primitivi ed aggressivi che sottendono i conflitti intrapsichici.

I sogni che voltano pagina, secondo l’Autore, si manifesterebbero solo in seguito all’evoluzione della relazione transferale. Essi testimonierebbero, quindi, l’avvenuta acquisizione da parte dell’Io dell’analizzato di una maggiore coesione ed unità e, dunque, la sostituzione della scissione, propria della posizione schizo-paranoide, con la rimozione e l’accesso ad una maggiore integrazione della vita psichica e relazionale (posizione depressiva). Ciò, secondo Quinodoz, consentirebbe all’Io del sognatore di confrontarsi con contenuti indesiderabili precedentemente denegati, scissi ed espulsi attraverso l’identificazione proiettiva. Il ritiro delle proiezioni a vantaggio dei fenomeni di introiezione renderebbe possibile, in un secondo momento, la reintegrazione nell’Io delle parti scisse.

Il confronto con la scissione, che minaccia l’integrità dell’Io e il riemergere di parti scisse, dal carattere perturbante, suscitano, tuttavia, nel sognatore una profonda angoscia, tanto da indurlo ad una momentanea confusione tra fantasia e realtà e a temere, proprio nel momento in cui sperimenta un progresso, di aver fatto un passo indietro nel proprio percorso terapeutico.

La posizione schizo-paranoide (Klein M., 1935), come è noto, è espressione di un sistema psichico retto dalla scissione e dominato dall’angoscia persecutoria, dal timore, cioè, che potrebbe accadere qualcosa all’Io, se gli oggetti scissi cattivi, interni ed esterni, prendessero il sopravvento su quelli buoni. Tipica di questa posizione è l’invidia. Espressione precoce dell’istinto di morte, essa attacca gli oggetti parziali, impedisce di ricevere aiuto e conforto da un oggetto ideale e priva l’Io della possibilità di arricchirsi mediante l’introiezione.

Grazie al prevalere di esperienze gratificanti di relazione con l’oggetto di accudimento, l’Io acquisisce integrità, stabilità e tolleranza nei confronti della propria aggressività; limita, pertanto, l’uso della proiezione ed integra gradualmente le qualità buone e cattive dell’oggetto e gli aspetti scissi del Sé. Questa nuova modalità di funzionamento psichico, la posizione depressiva (ivi), è caratterizzata dal riconoscimento/accettazione dell’ambivalenza e dal senso di colpa; fronteggiato attraverso la spinta alla riparazione, esso è connesso al timore di aver distrutto, con le proprie fantasie sadiche ed aggressive, l’oggetto.

Se, dunque, l’angoscia della posizione schizo-paranoide è legata al timore per la propria sopravvivenza psichica, quella della posizione depressiva è legata alla preoccupazione per la sopravvivenza dell’oggetto d’amore. La gratitudine subentra, infatti, all’invidia.

Il passaggio dalla posizione schizo-paranoide a quella depressiva non è mai definitivo: la spinta all’integrazione e la tendenza alla frammentazione si alternano e sovrappongono durante tutta la vita, senza alcun bisogno di fare appello al concetto di regressione.

La dinamica dell’oscillazione tra posizione schizo-paranoide e posizione depressiva è stata ripresa anche da Bion (1963), quando ha sottolineato come ogni acquisizione ed integrazione sia preceduta da una perdita, da un ritorno alla frammentazione, e seguita da una nuova fase di caos, che prelude ad una sintesi di livello superiore.

Secondo Quinodoz, tali oscillazioni "si ripercuotono non solo sulla struttura delle relazioni tra l’Io e gli oggetti, ma anche sulla funzione del sogno [...] quando l’Io tende verso l’integrazione, i meccanismi legati alla rimozione entrano in gioco; al contrario, quando le difese primitive prendono il sopravvento, la stessa funzione del sogno può essere alterata" (Quinodoz J. M., 2001, trad. it. 2003, p. 96). I contenuti intollerabili del sogno, allora, invece di essere elaborati e simboleggiati, sono evacuati nella mente dell’analista e, dunque, agiti nella seduta.

Il sogno che volta pagina conterrebbe, quindi, la richiesta da parte dell’analizzato alla psiche del terapeuta di accogliere e di elaborare l’angoscia scatenata dalla possibile acquisizione di una nuova maturità. Quando ciò si verifica, quando, cioè, il contenuto trova un contenitore, si realizzerebbero, secondo Quinodoz, due processi in contemporanea: 1) l’analizzato prende coscienza dei propri conflitti inconsci; 2) gli oggetti parziali frammentati trovano un contenitore (l’analista), che trasforma la percezione parziale dei conflitti inconsci in una percezione totale (Williams P., 1999).

Vista la coesistenza in ogni personalità di una parte psicotica e di una non psicotica e di difese primitive ed evolute (Bion W. R., 1962), i sogni che voltano pagina, secondo Quinodoz, sebbene più frequenti nel caso di organizzazioni di personalità borderline o psicotica, si presenterebbero anche in analizzati con organizzazione nevrotica.

L’interpretazione dei sogni che voltano pagina e le vicissitudini della relazione di transfert e controtransfert

Nel processo terapeutico il controtransfert è una considerevole ed ineludibile fonte di comprensione, non solo in fase diagnostica, ma durante l’intero percorso terapeutico.

Se l’analista non tiene conto che la regressione ad uno stato caotico può essere letta come un tentativo di fronteggiare angosce psicotiche, in vista di una migliore integrazione, il suo vissuto controtransferale sarà profondamente scosso dal transfert e dal contenuto primitivo del sogno che volta pagina.

Attraverso l’analisi del proprio controtransfert, il terapeuta può dedurre se il paziente ha collocato in lui parti di sé (identificazione concordante) o oggetti interni (identificazione complementare) (Racker H., 1968).

L’analizzato può mettere nel terapeuta, attraverso l’identificazione proiettiva, contenuti onirici primitivi non ancora pensabili (elementi β).

Nel lavoro di interpretazione in due tempi dei sogni che voltano pagina, l’analista è chiamato a recuperare le proprie memorie procedurali per significare le memorie primitive, ancora non rappresentate, dell’analizzato (Costantini M. V., Mariani F., 2003). A tal fine dovrà servirsi dell’azione interpretativa prima ancora che dell’interpretazione verbale (Ogden T. H., 1994 b).

Per contenere l’angoscia del paziente, l’analista, infatti, secondo Quinodoz, dovrà, dapprima, individuare e collegare gli aspetti primitivi e scissi dell’Io e degli oggetti, le pulsioni aggressive e libidiche; questo al fine di interpretare il sogno come testimonianza dell’accresciuta capacità del paziente di confrontarsi con fantasmi inconsci, fino ad allora inaccessibili. Favorendo l’elaborazione della posizione depressiva e, dunque, l’integrazione delle parti scisse dell’Io e delle pulsioni libidiche ed aggressive nella relazione oggettuale, l’angoscia del paziente potrà essere contenuta per poi scomparire.

Solo in un secondo momento, quando la capacità dell’analizzato di pensare e di simboleggiare si mostrerà accresciuta, sarà possibile procedere all’interpretazione dei contenuti onirici veri e propri.

È essenziale, tuttavia, collocare il sogno all’interno del percorso analitico e tener conto sempre sia della funzione che il suo racconto assolve nel contesto della seduta sia del livello di simbolizzazione ed elaborazione raggiunto dal paziente. Usato spesso come acting out all’interno della seduta, occorre interpretare il modo in cui l’analizzato impiega il sogno per agire sull’analista.

Il lavoro interpretativo consente all’Io del paziente di recuperare la propria capacità integrativa, momentaneamente sconvolta. Quando, però, l’angoscia dell’analizzato permane, nonostante il lavoro di contenimento ed interpretazione degli aspetti primitivi del sogno, occorre ricorrere a quelle che Quinodoz chiama "interpretazioni nella proiezione": l’analista verbalizzerà, allora, in maniera diretta, gli scopi inconsci del paziente, consentendogli di riconoscerli e di recuperare la propria capacità di contenere ed elaborare l’angoscia derivante dalle reintegrazione degli elementi primitivi (Quinodoz J. M., 2001, trad. it. 2003, p. 45).

Grazie al processo di sintonizzazione, l’analista può cogliere la natura integrativa dell’angoscia proiettata dal paziente, permettendogli, così, di sentirsi "visto" e "riconosciuto" (Aron L., 1996). Necessario prerequisito è che l’analista sia in contatto conscio con il proprio controtransfert e con il transfert del paziente. Un controtransfert non pensato, non chiarito nel discernimento dell’analista, offusca la corretta percezione del transfert dell’analizzato, compromettendo la capacità di rêverie dell’analista che, contenitore attivo, "digerisce" le proiezioni del paziente in una forma pensabile e dotata di significato (elementi α) e la possibilitΰ del paziente di re-internalizzarle e di identificarsi con la funzione contenitrice e trasformativa dell’analista. Solo cosμ l’analizzato potrà tollerare l’angoscia scatenata dal contenuto del sogno.

L’elaborazione degli aspetti emotivi, transferali e controtransferali, aiuta il paziente ad osservare le proprie proiezioni per come queste sono state ricevute e riconosciute dall’analista. L’identificazione con un terapeuta, capace di tollerare ed integrare il complesso insieme relazionale-comunicativo del paziente, permetterà a quest’ultimo di acquisire un Io più forte. La funzione contenitrice, quindi, mostra la propria spinta dinamica nel momento stesso in cui gli elementi ripresentati al paziente introducono dati di sempre maggiore complessità, che accrescono la sua possibilità di scelta rispetto alla visione univoca e stereotipata che ha della realtà, stimolando in lui il processo evolutivo (Ogden T. H., 1994 a).

Può accadere, però, che l’analista, travolto dalle angosce che il sognatore gli comunica attraverso l’identificazione proiettiva, s’identifichi inconsciamente con quella parte dell’Io che il paziente ha disconosciuto e proiettato in lui, agendo, pertanto, una contro-identificazione proiettiva. Solo reagendo a questa reazione primaria, alla sensazione di subire un’invasione irritante, angosciante, avvilente e alla momentanea perdita di insight, l’analista potrà cogliere i fantasmi e le emozioni inconsce da cui il paziente si difende agendo su di lui.

In tale ottica la produzione onirica di un paziente offre un importante contributo all’analisi della relazione transfert-controtransfert e rappresenta per l’analista un’occasione di supervisione (Langs R. J., 1978; Casement P., 1991; Ferenczi S., 1932).

L’idea che i sogni possano essere usati come forma di supervisione implica un postulato teorico estraneo al pensiero freudiano classico: i sogni non sono soltanto un riflesso del processo intrapsichico, ma anche, come già evidenziato, una forma di comunicazione interpersonale. In tal senso, essi hanno una duplice intenzione: disvelare contenuti personali rimossi e comunicare il proprio vissuto nei confronti di un’altra persona (Aron L., 1989). Il sogno, dunque, illumina non solo la dinamica interna del paziente, ma anche le eventuali interferenze controtransferali dell’analista (Kanzer M., 1955). Visto da questa angolatura, esso è un atto transizionale, a metà strada tra il conscio e l’inconscio, e una comunicazione rivolta sia al sognatore che all’analista a cui il sogno è raccontato (Blechner M. J., 1983; 1992).

Il sogno che volta pagina come contenuto intrapsichico e interpersonale

Nel contesto dell’analisi, inevitabilmente, il paziente è costretto a confrontarsi di continuo con il vissuto di perdita e separazione, reale o fantasmatica. Ciò, insieme all’angoscia scatenata dal contenuto arcaico del sogno, determina la ricomparsa dell’ambivalenza verso l’analista, allo stesso tempo amato e odiato. L’invidia può indurre il paziente a distruggere il valore di ciò che il terapeuta ha da offrirgli perché per lui è impossibile tollerare che qualcosa di buono ed indispensabile sfugga al proprio controllo.

Solo la capacità dell’analista di accogliere queste proiezioni e di sopravvivere consentirà al paziente di differenziare l’aggressività dalla distruttività e di collegare i sentimenti negativi a quelli positivi; la spinta riparativa permetterà, quindi, di integrare amore e odio in relazioni più ricche e complesse.

Quando diniego, scissione, meccanismi proiettivi ed onnipotenza cedono il passo ai processi di introiezione, la capacità dell’analizzato di tollerare angoscia, separazione, perdita e solitudine sarà accresciuta. L’elaborazione del lutto, reso possibile dall’interiorizzazione di un oggetto interno buono, protettivo e rassicurante, e il raggruppamento delle parti disperse dell’Io consentiranno all’analizzato di sperimentare coesione ed unità, vale a dire un sentimento di "portanza" (Quinodoz J. M., 2001, trad. it. 2003, p. 98).

I sogni che voltano pagina non vanno confusi con i sogni di evacuazione e con gli incubi perché non provocano sistematicamente il risveglio del sognatore; l’angoscia associata ad un incubo tende a permanere nel tempo nonostante interpretazioni adeguate, mentre quella suscitata dai sogni che voltano pagina si dissolve rapidamente, in seguito ad una valida interpretazione e l’atteggiamento del paziente è, di solito, più ricettivo (ivi, pp. 12-13).

Il riconoscimento da parte di quest’ultimo del bisogno di sostegno dell’analista richiede, oltre alla tolleranza dell’ambivalenza nei suoi confronti, che questi sia riconosciuto come persona diversa e separata da sé, capace di contenere gli aspetti primitivi dell’esperienza onirica. Ciò che il paziente cerca nell’analista è, in definitiva, un contenitore in grado di aiutarlo a risolvere, oltre ai conflitti rimossi, quello tra la tendenza alla frammentazione (pulsione di morte) e la tendenza all’integrazione (pulsione di vita).

Se nella posizione schizo-paranoide prevale una forma primitiva di simbolizzazione, l’equazione simbolica, in cui simbolo e simboleggiato si confondono, nella posizione depressiva si raggiunge la vera rappresentazione simbolica e la riparazione interna. Il sogno, allora, non avrà più il carattere espulsivo, ma diventerà, oltre che un mezzo di comunicazione intrapsichica tra conscio ed inconscio, di espressione figurata dei conflitti inconsci e di ricerca di una soluzione fantasmatica, un mezzo di comunicazione nella relazione tra analizzato ed analista.

Conclusioni

I sogni che voltano pagina sembrano essere l’espressione di un lavoro psichico, attraverso il quale contenuti traumatici denegati e scissi scoprono la via della rappresentazione nel transfert e controtransfert della relazione terapeutica.

La reintegrazione degli elementi espulsi incontra la spinta elaborativa solo all’interno di una relazione terapeutica in cui l’analizzato ha potuto trovare/creare uno spazio psichico e di rêverie, in grado di avviare un processo di significazione e di temporalizzazione dell’evento traumatico.

Bion (1962), ponendo un parallelismo tra funzione materna e funzione dell’analista, ha illustrato come le esperienze emotive di rêverie materna siano all’origine della barriera contro gli stimoli. La funzione materna paraeccitatoria, svolta nelle prime fasi di vita, può essere intesa anche come un "oggetto trasformativo". La madre, cioè, è "funzione di significante" nell’integrazione dell’Io (cognitiva, libidica, affettiva) del neonato e rappresenta il garante primigenio della continuità del suo essere a fronte delle modifiche che il bambino via via subisce (Bollas C., 1987, p. 12).

Secondo Bollas, la natura dell’esperienza duale, che è stata interiorizzata e ha strutturato l’Io precoce del soggetto, viene a riproporsi nei suoi sogni. È questa fantasia primaria che permette di comprendere perché alcune esperienze oniriche siano vissute in sintonia con il proprio Sé, mentre altre siano sentite come alienanti (ivi) ed è, per esempio, il caso dei sogni che voltano pagina. La finzione onirica necessita, infatti, della funzione estetica dell’Io, capace di trasformare il pensiero in rappresentazione simbolica; l’oscillazione dalla posizione schizo-paranoide a quella depressiva, però, è possibile solo se il soggetto ha la capacità di far fronte ai processi di lutto e di separazione-individuazione.

La mente, intrinsecamente intersoggettiva, emerge, a partire dalla nascita, solo "perdendosi" nell’altro, un perdersi che equivale ad un ritrovarsi. Scopo dell’analisi è accrescere la capacità dell’analizzato di pensare/sognare l’esperienza emotiva e costruire, ove manchi o sia carente, uno "spazio potenziale", che renda possibile non solo il separarsi del me dal non me, ma anche l’attività simbolica ed il processo creativo (Winnicott D. W., 1971). Quest’area comune, co-creata (in modo asimmetrico) dall’analista e dall’analizzato, a cui Ogden (1997) dà il nome di "terzo analitico intersoggettivo", è composta da stati sovrapposti di rêverie. In quest’ottica, anche il sogno raccontato in analisi sembra realizzarsi in un interscambio di stati di rêverie e può essere pensato come un sogno del terzo analitico (Civitarese G., 1013).

Il sogno, paragonabile ad un protopensiero, nasce seduta dopo seduta con l’analista, in relazione al transfert e al controtransfert. È in questo contesto che verrebbe a ripresentarsi il dolore di un’esperienza psichica, vissuta in un passato remoto, quando l’analizzato non aveva ancora gli strumenti necessari per metabolizzare (Borgogno F., 2000) "l’evento dichiarato scomparso" (Russo L., 2008).

A questo livello, la relazione terapeutica, capace di contenere e metabolizzare i pensieri impensabili, pone le fondamenta per la nascita della vita psichica: il passaggio alla costituzione dell’Io si realizza, infatti, con un appoggio dei pensieri sulla relazione contenitore-contenuto, resa possibile dalla madre-analista (Anzieu D., 1985). Se il terapeuta sarà stato in grado di porre queste prime basi, il sogno potrà divenire espressione di un altro fondamentale aspetto della relazione, ossia dell’attivazione della funzione α, in grado di tradurre le impressione sensoriali, magmatiche e criptiche, dell’analizzato in elementi rappresentabili e pensabili e di favorire il passaggio dal corporeo al mentale.

Rimandando, pertanto, oltre che alla dinamica pulsione-difesa, anche all’interazione transfert-controtransfert, un sogno che volta pagina diventa il luogo di "messa in scena" di un trauma: un après-coup che contiene elementi di significazione che dischiudono, a condizione d’incontrare un ascolto e un’interpretazione, ad una trasformazione (Balsamo M., 2009) non solo della storia passata, ma anche di quella terapeutica.

 

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