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In media res.
di Sabrina Granese  

28 settembre 2012






Io non salirò, su quel treno..


Indubbiamente credo di essere appeso a un filo. Questa notte ho sognato di non sognare. Ho avuto la sensazione di giungere fino al senso ultimo dell’uomo. Non era vuoto, né tanto meno oblio. Giunto alla soglia della consapevolezza ho attraversato la via censoria che giunge all’inconscio e non vi ho trovato tracce di un’altra mia vita, mal riposta, scomoda o dimenticata.

Ho cercato lungo il percorso e, in quello spazio infinito, mi sono perso. M’è parso, ad un tratto, di scorgere qualcosa lì in fondo, ma non è stato che un miraggio... come se fossi perduto in pieno deserto e la mente venisse oppressa dai sortilegi della stanchezza e dell’afa soffocante.

Così sono qui seduto a descrivere cosa mi ha condotto in questa strana dimensione.

Lo scrivo ad oggi solo per dare un allarme a chi potrebbe vivere la mia stessa condizione. Potrebbe cogliere le avvisaglie di questo ridimensionamento dell’essere. Se, in definitiva, di essere si può parlare dal momento che a me ne manca una cospicua parte.

Era ormai da anni che ragionavo sul fatto che non trovassi dimora in questo tempo. Direi che non c’è niente di nuovo in questo, poiché molti, moltissimi, hanno sofferto del mio stesso male. In ogni secolo s’innalzano voci, urlate o silenziose, che maledicono il loro tempo. Non a sproposito, io credo, perché se è pur vero che ogni individuo è insieme creatore ad altri individui dei dettami vigenti della propria epoca, è anche vero che giungiamo in media res.

Proprio lì nel momento della narrazione.

E non è detto che ci capiti la fortuna di essere personaggi amati dall’autore, ben collocati nella storia con tutto il fare vincente e vittorioso di chi alla notte si addormenta sereno di essere nel posto giusto al momento giusto. Non è una lamentela la mia, ma frutto sragionato di una lunga esperienza che mi vede oggi qui col solo intento di registrare una constatazione di fatto. Vorrei tanto raccontarvi la storia di un uomo che si presenta a voi con la formula vincente consegnatagli dal genio che il suo tempo gli ha donato. La capacità di scorgere quella breccia che apre al senso di un nuovo modo di concepire l’essere e l’esistenza. La chiave anticipatrice che possa concedere il dono della scoperta e delle potenzialità che questa epoca continua, evidentemente, a nasconderci. Niente di nuovo, dunque. Io faccio parte di quella schiera di personaggi che si chiamano inetti o senza qualità, per nulla capace di inventare un nuovo linguaggio modellando come un esperto vasaio la materia di questo compresso. Non riesco neanche ad avere l’ abilità sufficiente per essere un buon artigiano di menzogne e giungere attraverso la finzione a convincere me e voi che non siamo, chi più chi meno, volutamente inconsapevoli.

Dunque, credo di essere prigioniero della mia mente e di questo autore che si diverte con me. Io lo guardo e aspetto che mi faccia fare quel salto di qualità sufficiente affinché anch’io possa essere ricordato come il personaggio più significativo del nuovo millennio. Eppure lui, malvagio, continua ad usarmi per prendersi gioco di me e pormi lì in disparte per dimostrare ed affermare categoricamente che bisogna sbarazzarci del vecchio, dell’usurato, del già fatto. Mi ha fatto entrare nella storia solo come espediente speculativo, in modo che tutti gli altri e il mondo che ha abilmente costruito potessero manifestarsi in tutto il loro splendido significato. Ma io percorro queste righe insieme, o addirittura, prima di lui e quando egli posa la penna sono libero di andare dove voglio. Mi libero facilmente da questa gabbia e giungo scivolando sul non scritto confrontandomi per le strade con tutti coloro che incontro e che già mi rivelano ciò che succederà. Poiché siamo noi a suggerirgli la trama. In definitiva non gli resta altra scelta che farci andare dove vogliamo, una volta che ha tracciato i contorni delle nostre figure, conferendoci come un figlio di Prometeo questa vita che non è diversamente regolata dalla finzione quanto quella vissuta al di fuori di queste pagine.

Capisco, dunque, che il mio destino è già segnato. Non riuscirò a concludere niente e, con tutta probabilità, mi sono persuaso che dovrò uccidermi o finire in manicomio, o peggio, rassegnarmi e divenire a mia volta scrittore o che so io.

Eccolo che ritorna. Ora tocca a lui parlare. Mi ha lasciato alla stazione.

***

Giulio se ne stava seduto sulla panchina fredda della stazione e con la sua solita espressione stanca e disincantata registrava i cambiamenti approntati dai lavori di manutenzione: gli orologi non erano più quelli grandi e tondi di un grigiore spento, al loro posto tabelle digitali efficienti e colorate adesso scandivano i minuti che, come risaputo, nell’attesa trascorrono lenti. Naturalmente era bastato cogliere questo piccolo particolare per far sì che la sua mente vagasse per strade che lo conducevano a riflessioni inutili che, ancora di più, dilatavano lo scorrere del tempo.

"Niente. Non si sente niente. Ma non faceva tic-tac l’orologio? Ora anche questo andava assolutamente modificato insieme al tempo! Nessun rumore accompagna il susseguirsi dei numeri su questa tabella. Eh l’hanno fatta proprio bella! Cari miei, se i minuti e le ore qui non c’è più niente che li faccia udire pare che non esistano. Non è un semplice dettaglio questo!".

- Scusi le dispiace se mi siedo?

Giulio era rimasto immobile, incapace di udire alcun richiamo dall’esterno quando, prigioniero della sua mente com’era, andava sragionando oziosamente di questo e di quello.

- Scusi! - disse l’uomo alzando d’una ottava il tono.

- Eh... Si?

- Le ho chiesto se posso sedermi.

- Oh si, si. Faccia pure.

Giulio non aveva certo il fare schietto e sbrigativo di colmare i vuoti dell’attesa e, quindi, non gli passava per la mente di attaccare bottone con il suo vicino. L’attesa era condizione che non lo infastidiva, dal momento che ci aveva basato tutta la sua vita.

- Tic. Tac. Tic. Tac. Tic. Tac.

- Prego?

- Prego cosa?

- Stava dicendo qualcosa...

- No, no. Tenevo il tempo.

- Teneva il tempo?

- Beh, certo. Per forza. Non vede che hanno tolto gli orologi?

- No. Gli orologi ci sono, non vede? E anche nuovi di zecca!

- Io li vedo, ma non li sento. Il tempo, a parer mio, deve sentirsi perché esista. E se il tempo non continua il suo corso finiamo per restare, io e anche lei, ad aspettare qui il treno. E magari non solo il treno. Dovremmo restare qui forse fino alla fine dei nostri giorni. Fa rabbrividire.

- No. Guardi. Lei deve stare tranquillo, perché anche se il tempo non si sente scorre comunque e fra poco il treno arriverà e saremo liberi da questa attesa.

- Il punto, credo, non sia questo caro signore. Il treno di certo arriverà e domani, magari ne aspetteremo un altro, poiché il tempo anche se si cerca disperatamente di cancellarlo scorre, per fortuna, inesorabile come ha detto. E quello che stanno cercando di fare ciò che mi preoccupa! Vede non è l’aspetto materiale della questione, ma bensì il concetto dominante di fondo, silenzioso e serpeggiante che cercano d’insinuare nella nostra mente!

Giulio inesorabile e impietoso continuava la sua discussione, incurante che il povero passeggero era completamente stordito dalle sue parole.

- Dal momento che è ben chiaro che non esiste soluzione alcuna alla condizione dell’essere umano, ora l’unica soluzione è quella di ‘far sembrare che’ e tutti ne dobbiamo essere così convinti da non renderci conto che, in realtà, ci stiamo deteriorando più che mai e che non siamo interessanti neanche come oggetto di studio, se non per chi voglia farsi due risate. Ci troviamo nel bel mezzo di un romanzo! Vera e pura finzione! Lei e io che sembriamo fatti di carne ed ossa, in realtà non siamo che una mera creazione riuscita neanche tanto bene, direi. Se guarda bene è tutto fermo, immobile. Sembra che ora siamo qui ad aspettare il treno e che tutto intorno in noi brulichi di vita, ma se si concentra solo per un attimo, vedrà che tutto è fermo!

-Caro signore lei parla come chi non ha speranza alcuna né nel mondo, né nel prossimo. Io le dico che, invece, lei non ‘mi sembra’, ma posso vederla qui proprio di fronte a me a svelarmi questo strano congegno che scorge sotto le sembianze del mondo.

- Devo proprio smentirla. Io stesso sono parte dell’ingranaggio. Io stesso sono ciò che sembro, ma in realtà non lo sono. Deve sapere che non sono che un personaggio necessario, utile nella mia inutilità, per porre in risalto le meraviglie del nostro tempo. Mi è stato consegnato il cappello del matto fin dalla prima pagina e non posso che perire prigioniero di me stesso incompreso e inascoltato. Sa come vanno queste cose. La solita storia. Ma per far sì che sia l’altra storia quella più riuscita a me spetta portare il gravoso fardello di ciò che è stato e che nessuno più vuole o che si desidera superare. Oh ma ecco che arriva il treno...

- Vede che il treno è arrivato? Con tutta la sua ferraglia si avvicina. Non lo vede? È fatto di pura materia! E ora entrambi vi saliremo per giungere dove dobbiamo e il tempo sarà passato e noi saremo mutati con esso.

Giulio ormai sfugge al mio controllo. Ha deciso di tradirmi.

- No, caro signore, io non salirò su quel treno con lei, perché il mio treno deve ancora arrivare o, meglio, purtroppo è già passato.

- E non può prenderne un altro o aspettare domani?

- Mi piacerebbe, ma purtroppo non mi è stato permesso. L’autore ha deciso così... Ma lei, caro signore, faccia buon viaggio.

S.G.

 

 

 

 

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