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Malinconia esistenziale.
di Giorgio Marchese  ( direttore@lastradaweb.it )

4 settembre 2017






Che fare, per contrastare la paranoia?


COLLOQUI RISERVATI

In altri lavori della medesima sezione, si riportano estrapolati di colloqui di analisi personale (o di counseling), finalizzati ad affrontare argomenti privati ma di interesse pubblico. In questo articolo, seguendo lo stesso principio scientifico, si risponde a quesiti giunti via mail. Per ottimizzare il risultato, ci si è avvalsi di articoli già scritti sull’argomento e riportati nella sitografia. L’operazione, con il consenso dell’interessato, rispetta tutti i dettami della legge sulla Privacy ed i principi della deontologia medica.

Buonasera dottore spero che possa trovare un po’ di tempo per rispondermi. Ho letto con molto interesse ciò che ha scritto sul sito e spero che possa aiutarmi a districarmi un po’ in questo complicatissimo, almeno per me, mondo della malattia mentale.

Lo so che le domande che porrò sono tante ma spero proprio che lei possa aiutarmi perchè, spesso, davanti a tutto questo, sono veramente da sola e non so da che parte cominciare ed e’ veramente dura andare avanti perchè la malattia mentale è un mostro subdolo che logora, giorno dopo giorno.

E’ difficile da capire per chi non vive queste situazioni e neanche si possono spiegare a colleghi e amici. La ringrazio dell’attenzione.

Simona

Vorrei cominciare dalla prima domanda. Da circa tre anni mio marito soffre di un disturbo di personalità di tipo paranoide. Lo psichiatra mi ha spiegato che il disturbo era presente da temo e, un evento scatenante, in questo caso la perdita del lavoro, lo ha portato a galla. È vero?

Nella mia esperienza clinica di psicoterapeuta, ho avuto modo di poter osservare e affrontare molti ragazzi (di varia età) con disturbi diversi : "timidezza, aggressività, insicurezza, tic, fobie, ossessioni, anoressie, depressioni, etc."

Dopo l’accertamento che quei "particolari disturbi" non avessero una causa organica, d’accordo con i genitori, si è proceduto verso un lavoro analitico.

La terapia infantile non investe solo il bambino ma coinvolge tutti coloro che si occupano di lui (figure parentali o meno), che interagiscono con lui ed hanno un’influenza determinante per la produzione di conflitti, disturbi e difficoltà di varia natura.

Un’accurata indagine dell’ambiente è fondamentale per produrre un quadro conoscitivo sul tipo di personalità dei genitori, sull’educazione ricevuta, sul rapporto con i fratelli, con altri familiari, con gli amici, sulle attività svolte durante il tempo libero, la situazione scolastica ed i problemi di adattamento.

Si realizza così la "raccolta dei dati" che porta gradualmente alla "scoperta", alla "consapevolezza", alla "accettazione" della necessità di produrre il "cambiamento delle idee".

Tale cambiamento, operativamente, avviene in famiglia, con la sostituzione di quegli apprendimenti che, ad una verifica di logica, sono risultati scorretti.

Il SISTEMA-FAMIGLIA cambia e il sintomo scompare.

I membri della famiglia crescono perché hanno rivisto, sostituito, integrato le loro idee.

L’applicazione clinica mi ha permesso di verificare l’efficacia del modello analitico ad "Indirizzo Dinamico" di Giovanni Russo, mediante il quale io opero.

L’intervento sulla crisi, lo sblocco di stati preoccupanti, la "mobilizzazione" di energie in conflitto, la creazione di nuovi equilibri, a poco a poco, porta a vedere dei cambiamenti.

Ad esempio:

  • l’ossessivo smette di compiere i suoi cerimoniali;
  • l’aggressivo diventa disponibile e collaborativo;
  • il disadattato scolastico si integra nel gruppo;
  • il fobico non soffre più di paure immotivate;
  • l’anoressico riprende ad alimentarsi serenamente.

Le tecniche di cui mi avvalgo sono, tra le altre :

  • Il colloquio verbale;
  • l’osservazione del non verbale;
  • il gioco spontaneo o guidato (che nel piccolo bambino è l’espressione del linguaggio;
  • la narrazione ed il completamento di favole (per l’osservazione dei processi associativi ed emotivi);
  • il disegno in tutte le sue forme;
  • l’esecuzione di lavori;
  • le rappresentazioni sceniche;
  • Gli esercizi che tendono a migliorare e ad armonizzare certe insufficienze funzionali ( come nella terapia della dislessia o nel trattamento psicomotorio nei bambini le cui prestazioni appaiono insufficienti o disturbate).

Alcune espressioni da parte dei genitori verso i propri figli, non consentono loro di vivere la propria vita di bambino o di ragazzo.

Ne elencherò alcune: "Non toccare quest’oggetto perché lo rompi!" - "Se non obbedisci, ti arrivano due ceffoni !" - "Sei il solito buono a nulla, mi fai sempre arrabbiare !" - "Usciamo insieme, a condizione che non ti fermi per toccare ogni cosa!".

Io fornisco alcune spiegazioni basilari al genitore il quale, non avendo praticato studi specifici, può ignorare ciò che è più corretto per il proprio figlio.

ogni essere umano ha necessità di sviluppare le proprie potenzialità, per poi poterle utilizzarle correttamente. Tali potenzialità sono rappresentate dal movimento in armonia (energia aggressiva), dai sentimenti (energia affettiva), dallo sviluppo dell’attività mentale elaborativa logica e razionale (energia neutrergica );

Ogni essere umano ha la necessità di imparare tutto, per crescere e maturare Quindi allenarsi, fare errori, agire, chiedere, rompere, conoscere è utile per acquisire, con le giuste spiegazioni, le conoscenze.

Inizia così per il figlio il lungo cammino dell’attraversamento delle normali "fasi transitorie" che lo portano ad identificarsi con uno o più modelli, a competere con gli altri, ad esprimersi in maniera autoritaria pur essendo un gregario, a studiare senza convinzione, a voler appartenere ad un gruppo, a voler esprimere sesso senza amore.

Durante le fasi transitorie il ragazzo frequenta gruppi omogenei ed eterogenei e può apprendere e mettere in atto sistemi e comportamenti sbagliati (ritenuti idonei per appagare i bisogni); al tempo stesso, manifesta reazioni di piccola, media e massima espressione di aggressività o violenza (verso se stesso e verso gli altri) che portano il genitore ad etichettare il figlio come asociale, nevrotico, aggressivo etc...

Tali manifestazioni sono soltanto il risultato di uno sviluppo disarmonico della sua energia e dei suoi sbagliati apprendimenti.

L’analista, lavorando col genitore, fa presente che i tempi d’impegno e di spiegazione dell’adulto non coincidono con i tempi lenti e lunghi di assimilazione e applicazione del ragazzo.

Il genitore spesso, dimentica di essere stato bambino, di aver vissuto insoddisfazioni, difficoltà, momenti di inadeguatezza; pertanto, di fronte al figlio manifesta disappunto, lo rimprovera, lo punisce, gli impone divieti.

Questi sistemi non sono risolutivi ma creano nuovi dissapori nel rapporto genitori - figli.

Spesso il genitore mi comunica che, nel soddisfare le proprie esigenze, il figlio è impaziente, impulsivo, avido, si precipita sull’oggetto delle sue brame, non sa attendere.

Io spiego che ciò è normale, perché il figlio è egocentrico (stadio infantile, dove il mondo esiste in funzione di sé); faccio presente che non si può frustrare continuamente il ragazzo, altrimenti egli elaborerà schemi di difesa (cioè reazioni alle frustrazioni) di varia natura :

  • opposizione o rifiuto del cibo (diventerà anoressico);
  • rifiuto dello studio, dei genitori etc.;
  • produzione di disturbi ( quali risultati di conflitti emozionali) che serviranno per una richiesta d’aiuto.

Spiego al genitore che il concetto di educazione tradizionale non favorisce il corretto stato energetico del bambino, il bisogno di conoscenza, di acquisizione di dati, di comprensione, di fare esperienza.

Non è possibile pensare che il messaggio spiegato dal genitore possa essere introiettato subito dal bambino e fatto proprio.

Il messaggio va ripetuto, rinforzato: in questo modo, il ragazzo fa esperienza. I risultati di tale esperienza, vanno rivisti, capiti, valutati e così, a poco a poco il ragazzo costruirà la sua IDEA di maturità.

Giorno dopo giorno farà chiarezza su ciò che è giusto e su quello che è scorretto, per sé e per gli altri.

Tra gli altri miei obiettivi lavorativi, vi è quello di fare consapevolizzare al giovane che la competizione con gli altri non è utile quanto invece, può esserlo la competizione con se stesso.

Altri concetti trasmessi, riguardano l’affermazione sugli altri che si deve sostituire con la conoscenza e la gestione della propria vita (l’affermazione con se stesso).

Pian piano, il ragazzo:

  • comprenderà come costruire l’autostima (svincolata dal giudizio degli altri);
  • comprenderà la necessità di occuparsi di lui in maniera positiva;
  • svilupperà l’egoismo positivo, cioè tenderà a soddisfare i suoi bisogni nel rispetto della sua persona e degli altri (uguale a lui);
  • Imparerà un rapporto di scambio (affettivo, aggressivo, mentale) corretto, per vivere con gli altri, in pacifica convivenza, nel rispetto della libertà relativa.

 

Cara Simona, vorrei salutarla evidenziandole l’ultimo postulato del neuroscienziato Erik Kandel: La psicoterapia produce modifiche a lungo termine nel comportamento, probabilmente mediante l’apprendimento, provocando modifiche nell’espressione genica che alterano la forza delle connessioni sinaptiche e causando modifiche strutturali che alterano i modelli anatomici di interconnessione tra cellule nervose del cervello.

In conclusione, è necessario imparare a prendere in considerazione la realizzazione di un rapporto ottimale fra costi e benefici, rispetto ad eventi e obiettivi. Molto spesso, infatti, i nostri programmi presentano un costo di fattibilità eccessivo rispetto al reale vantaggio. Questo genera stress difficilmente compensabile.

A parte le tappe esistenziali particolarmente esposte alla possibile manifestazione di crisi ansiose per difficoltà di adeguamento (pubertà, repentini cambiamenti di stato sociale, gravidanza, menopausa, etc.), i fattori che creano i pressupposti per i disturbi di personalità, derivano da conflitti inconsapevoli (per eccesso di divieti e inibizioni morali) e da elementi conseguenti ad un disadattamento sociale per la perdita di valori di riferimento importanti (concezioni religiose, filosofiche, politiche, etc.) che lasciano l’uomo contemporaneo privo di un valido "progetto esistenziale", in preda a mille paure.

Se poi aggiungiamo il fatto che ciò che si apprende da giovani non è in armonia con i modelli presenti nell’età adulta, il cerchio "si chiude" in maniera sconsolante.

Cosa fare?

Anche se Alessandro Manzoni sosteneva che "È meglio agitarsi nel dubbio che riposare nell’errore", sarebbe opportuno, di tanto in tanto, ricordarsi di quello che ripeteva Winston Churchill: "Quando sono sopraffatto dalle preoccupazioni, ripenso a un uomo che, sul suo letto di morte, disse che tutta la sua vita era stata piena di preoccupazioni, la maggior parte delle quali per cose che mai accaddero".

Sitografia

  • G. Marchese - Psicogenealogia - La Strad@
  • G. Marchese - Psicoterapia, personalitą, epigenetica - La Strad@
  • G. Marchese - I disturbi della personalitą - La Strad@
  • G. Marchese - L’ansia e la paura - La Strad@
  • G. Marchese - Ansia: che fare? - La Strad@
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    Giorgio Marchese - Medico Psicoterapeuta (9 settembre 2012)

    Gentile Simona, prima di approfondirci nello specifico dei problemi di suo marito, sarebbe opportuno delineare alcuni elementi, come necessaria premessa.

    Con il termine "disturbo", si intende una manifestazione che evidenzia il peggioramento nel funzionamento di qualcosa. Con "personalità" si identifica quell’insieme di elementi che caratterizzano la specificità di un individuo nel suo modo di apprendere, riflettere e comportarsi.

    Il testo che rappresenta un punto di riferimento nel panorama mondiale dei disturbi mentali, il DSM IV - TR (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), indica con il termine "Disturbo di Personalità", la seguente definizione: "Modello di esperienza interiore e di comportamento che devia marcatamente rispetto alle aspettative della cultura dell’individuo, è pervasivo e inflessibile, esordisce nell’adolescenza o nella prima età adulta, è stabile nel tempo e determina disagio o menomazione".

    Quali sono le motivazioni?

    Partiamo dal principio che è frequente rendersi conto del fatto che un certo disagio esistenziale, prodromico di quel malessere che si evidenzia ogni qual volta ci si trova di fronte a disequilibri della personalità, si eliciti in ognuno di noi, dal momento che, nella Società attuale, è evidente la discrepanza che esiste fra le specifiche imposte dalle leggi di Natura (che stabiliscono le regole in grado di portarci ad una corretta autostima e ad un adeguata realizzazione in termini di ruoli e competenze) e il condizionamento sociale, tenuto conto delle difficoltà legate all’esiguo sviluppo in termini maturativi che, ciascun essere umano contemporaneo, si porta dietro.

    È innegabile il fatto che stiamo assistendo ad un cambiamento delle patologie legato proprio ai cambiamenti della Società. Facciamo qualche esempio:

    • le problematiche legate alle ossessioni generate dal Web o a quelle legate alle tossicodipendenze;
    • il cambiamento degli ideali, che una volta vedevano il conflitto tra l’essere o l’avere, ed oggi vedono l’antinomia fra l’essere e l’apparire;
    • l’ipotesi di eliminare il "disturbo narcisistico" dall’elenco dei disturbi di personalità e delle patologie nel DSM 5, perché si è arrivati a concludere che un funzionamento narcisistico aiuti a vivere meglio;
    • il cambiamento della famiglia, oggi fin "troppo" allargata...
    • l’assenza di regole certe che consentano di tenere sotto controllo pulsioni che conducono ad eccessi...

    Tutto questo (ed altro ancora) produce, in individui che non sono riusciti a determinare un’adeguata solidità interiore, una considerevole confusione esistenziale. Si parla, in tal senso, di "liquidità" dei valori trasmessi (in senso svalutativi, soprattutto dai media (politici, mediocri personaggi dello spettacolo, speculatori di ogni risma, etc.). si aggiungono a ciò, fattori come la difficile integrazione culturale, religiosa e sociale... e una indiscussa solitudine interiore, alienante, povero di contatti veri, tipico di una Società sempre più tecnologica.

    Paradossalmente, i maggiori disagi si manifestano nei contesti in cui un relativo benessere economico si è ormai consolidato. Una simile osservazione è suffragata da un banale quanto rilevante elemento di realtà. Nel momento in cui ci si mette in condizione di appagare i bisogni di base, ha inizio la fase più difficile cui un individuo può andare incontro: cercare la motivazione che dia un senso concreto alla propria esistenza. Un sistema sociale basato sulla necessità di produrre reddito in funzione di un incremento della propria capacità di spesa piuttosto che di un miglioramento nei settori che prevedono tutela, formazione e assistenza, comporta la creazione di svalutazioni sperequative nei confronti di valori fondamentali come: lavoro sostenibile, relazioni affettive, tempo libero. Le problematiche interiori che si instaureranno a seguito delle difficoltà di gestione delle proprie risorse globali (tempo, energia e motivazioni) determineranno quei conflitti emozionali responsabili delle nevrosi che, in vari misura (per qualità e quantità) avvelenano il nostro quotidiano.

    Sul piano più propriamente "accademico", sembra probabile che i Disturbi di Personalità (che sembrano statisticamente comparire in un’età compresa fra i 15 e i 35 anni) siano il risultato dell’interazione fra diversi fattori:

    • Elementi biologici e fattori costituzionali predisponenti (dismetabolismi e familiarità);
    • Complicanze della gravidanza e del parto (fattori predisponenti);
    • Abuso di sostanze tossiche (droghe, alcolici, etc.);
    • Alterazioni neurochimiche;
    • Crescita in condizioni ambientali (famiglia, scuola, amicizie, etc.) disagevoli, disturbanti, problematici, disgregati;
    • Esperienze traumatiche;
    • Capacità di integrazione e grado di accettabilità delle proprie peculiarità caratteriali all’interno di gruppi significativi (ambiente lavorativo, famiglia, amicizie, etc.).

    È altresì vero, inoltre, che una personalità disturbata, accresce in maniera esponenziale le difficoltà sopra menzionate, influenza il decorso dei disturbi post-traumatici, aumenta la vulnerabilità di una persona a sviluppare disturbi post-traumatici, contribuisce al mantenimento di disturbi post-traumatici.

    Il problema di suo marito, si dovrebbe ricondurre al gruppo A dei Disturbi di Personalità, che include, infatti, i Disturbi di Personalità Paranoide (caratterizzati da sfiducia e sospettosità per cui, le motivazioni altrui, sono vissute con notevole diffidenza),

    Lui non ha allucinazioni o deliri, si sente perseguitato dalla ’’ vita ’’, è sospettoso verso tutto e tutti ed ha una grossa depressione. Nonostante tutto, prende regolarmente i farmaci, lavora, viene dal medico e cerca di portare avanti la sua vita. Noi abbiamo due bimbe. Una di 8 anni e una di 3. Io cerco di far di tutto per far funzionare il nostro matrimonio perchè amo mio marito e le mie bimbe e cerco di renderli felici. Anche perchè credo nel matrimonio ’’nella gioia e nel dolore, in salute e malattia’’. Mio marito prende l’Abilify da 15 mg (una compressa al giorno) e l’Anafranil da 25mg (una compressa al giorno) da circa tre anni. È una terapia corretta?

    Il Disturbo Paranoide di Personalità è, effettivamente, caratterizzato da diffidenza e sospettosità pervasive (eccessive nell’invadenza) nei confronti degli altri (tanto che le loro intenzioni vengono interpretate come malevole), che iniziano nella prima età adulta e sono presenti in una varietà di contesti, come indicato da quattro (o più) dei seguenti elementi:

    • Sospetta, senza una base sufficiente, di essere sfruttato, danneggiato o ingannato;
    • Dubita senza giustificazione della lealtà o affidabilità di amici o colleghi;
    • E’ riluttante a confidarsi con gli altri a causa di un timore ingiustificato che le informazioni possano essere usate contro di lui;
    • Scorge significati nascosti umilianti o minacciosi in rimproveri o altri eventi benevoli;
    • Porta costantemente rancore, cioè, non perdona gli insulti, le ingiurie e le offese;
    • Percepisce attacchi al proprio ruolo o reputazione non evidenti agli altri, ed é pronto a reagire con rabbia o contrattaccare;
    • Sospetta in modo ricorrente, senza giustificazione, della fedeltà del coniuge o del partner sessuale.

    A proposito della terapia farmacologica di cui fa menzione, abbiamo a che fare con la molecola dell’aripiprazolo (Abilify) e con quella della clomipramina cloridrato (Anafranil)

    Qualche accenno relativamente al primo farmaco.

    Antipsicotico (codice ATC: N05-AX12); la sua efficacia nei disturbi schizofrenici e depressivi (Bipolari) è mediata da una combinazione di una attività di modulazione sui recettori della dopamina e della seronina

    Passiamo al secondo farmaco.

    Antidepressivo triciclico. Inibitore del riassorbimento della noradrenalina e (preferenzialmente) della serotonina. (Codice ATC: N06A A04).

    Agisce sulla sindrome depressiva in toto, inclusi aspetti particolari quali rallentamento psicomotorio, umore depresso e ansia. La risposta clinica di solito si manifesta dopo 2-3 settimane di trattamento. Questa sostanza, inoltre, esercita un effetto specifico, distinto da quello antidepressivo, nelle sindromi ossessivo-compulsive. Negli stati dolorosi cronici dipendenti o meno da cause somatiche, il farmaco agisce probabilmente facilitando la trasmissione nervosa serotoninergica e noradrenergica.

    Ultimamente anche il fratello di mio marito ha iniziato ad avere disturbi mentali psicotici. C’è qualcosa di genetico in queste malattie? Potrebbero esserci delle cause ’’ propriamente ’’ fisiche per tale malattia?

    Il XX secolo assiste alla nascita di due grandi modelli che influenzeranno il pensiero contemporaneo:

    • La psicoanalisi (con l’importanza dell’influenza ambientale);
    • Il DNA (con la conoscenza della sua struttura).

    Per diverso tempo, questi due modi di "osservare" la persona, hanno prodotto divisioni antitetiche, creando due fronti: quello degli "innatisti" (secondo cui, ogni manifestazione organica e ogni tipo di comportamento, sono contenuti all’interno dei geni) e quello degli "apprendimentisti" (che, invece, sostengono il valore e l’influenza dell’ambiente esterno che, grazie all’apprendimento, "crea" la struttura della personalità).

    Man mano che si sono sviluppati studi scientifici in grado di spiegare, con la Psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI), il dialogo fra organi e apparati, si è giunti ad accettare l’idea che genetica e ambiente, contribuiscono, insieme, alla costruzione dell’essere umano nel suo complesso. Infatti, in ciascuno di noi esiste una matrice genetica (portatrice di messaggi potenziali); gli stimoli esterni, influenzeranno il modo di leggere i geni, determinando una personalizzazione in funzione delle stimolazioni ambientali. Nasce da qui l’epigenetica.

    Nel 1998, il premio Nobel Eric R. Kandel, esamina dettagliatamente le posizioni della psichiatria americana ad orientamento psicoanalitico e, contemporaneamente, riassume le più importanti scoperte della biologia molecolare. L’inquadramento concettuale di Kandel pubblicato dall’American Journal of Psychiatry, rappresenta un’imprescindibile possibilità di leggere unitariamente le neuroscienze e la psichiatria, separatesi agli inizi del secolo scorso. Eric R. Kandel, docente alla Columbia University di New York, premio Nobel per la Medicina e le Neuroscienze nel 2000, grazie agli studi effettuati sulla lumaca di mare Aplysia, è uno dei massimi esperti dei meccanismi cellulari e molecolari della memoria e del condizionamento.

    Il quadro concettuale presentato da Kandel è costituito da cinque principi che rappresentano, in forma semplificata, il pensiero corrente dei biologi cellulari, sulla relazione tra mente e cervello, su base epigenetica:

    1. Tutti i processi mentali, anche quelli psicologici più complessi, derivano da operazioni del cervello. Il principio centrale di questo punto di vista è che, ciò che noi chiamiamo "mente", va considerato, in realtà, la gamma di funzioni svolte dal cervello. Le azioni del cervello, sono alla base non solo di comportamenti motori relativamente semplici (come il camminare e il mangiare) ma, anche, di tutte le azioni cognitive complesse, consapevoli e inconsapevoli, che noi associamo a un comportamento specificamente umano (come, ad esempio, il pensare, il parlare, o creare opere d’arte). Di conseguenza, i disturbi del comportamento che caratterizzano la malattia psichiatrica sono disturbi delle funzioni cerebrali anche quando, le loro cause sono chiaramente di origine ambientale.
    2. I geni e i loro prodotti proteici sono determinanti importanti del modello di interconnessione tra neuroni nel cervello sia dal punto di vista strutturale che da quello funzionale. I geni (e specialmente le loro combinazioni), quindi, esercitano un controllo significativo sul comportamento. Dunque la genetica contribuisce allo sviluppo delle più importanti malattie mentali.
    3. L’alterazione dei geni, da sola, non spiega tutta la variabilità di una data malattia mentale. Un contributo molto significativo proviene anche da fattori sociali o dello sviluppo. Proprio come le combinazioni di geni contribuiscono al comportamento, compreso quello sociale, così il comportamento e i fattori sociali possono esercitare retroattivamente delle azioni sul cervello fino a modificare l’espressione genica e di conseguenza la funzione di cellule neuronali. L’apprendimento, incluso quello risultante da una disfunzione comportamentale, produce alterazioni nell’espressione genica.
    4. Alterazioni nell’espressione genica indotte dall’apprendimento, danno luogo a cambiamenti nei modelli di connessione neuronale. Questi cambiamenti non solo contribuiscono alle basi biologiche dell’individualità ma sono probabilmente responsabili dell’insorgenza e del mantenimento di anomalie del comportamento indotte da circostanze sociali.

    Inoltre, anche altri autorevoli scienziati, portano avanti esperimenti per dimostrare in maniera sempre più evidente che i geni imparano dai messaggi che arrivano mediante il meccanismo dell’apprendimento. Tale nuovo modo di intendere le neuroscienze ha contribuito all’esplosione di interessi sui cosiddetti meccanismi epigenetici di regolazione del cervello. Questi meccanismi molecolari alterano l’attività dei geni senza modificare la sequenza del DNA. Uno dei meccanismi epigenetici più noti è la metilazione del DNA, alterazione chimica, molto studiata, tra l’altro, nei tumori.. In sintesi si è giunti a "suggerire" che l’epigenetica potrebbe spiegare come le esperienze di vita precoci possono lasciare un marchio nel cervello e influenzare il comportamento e la salute fisica in tarda età. Inoltre, questi effetti sono trasmissibili alla prole

    Nel caso della paranoia, cos’è, specificatamente nel cervello che non funziona come dovrebbe?

    Dai farmaci che assume suo marito, è facile desumere che, mentre non è necessario che sia presente un danno anatomico e/o funzionale, si deve determinare uno sfasamento nella produzione e nel riassorbimento di alcuni neurotrasmettitori (per i motivi descritti prima) fra cui, ad esempio, la serotonina, la noradrenalina e la dopamina.

    E’ utile che faccia prescrivere a mio marito dei controlli clinici ?

    Per aver fatto diagnosi, ci si deve essere necessariamente basati su dati riscontrabili. Se ci fosse stato bisogno di ulteriori accertamenti, presumo che glieli avrebbero richiesti.

    Ci sono dei farmaci ’’ naturali ’’ ’’erbe ’’ che possano con il tempo sostituire i farmaci che lui prende? Specialmente per quel che riguarda l’ansia (che tutti i giorni lo divora), ci sono degli ’’esercizi ’’ (fisici o mentali) che lui possa fare per aiutarsi?

    In merito ai farmaci, bisogna capire verso cosa dirigere le attenzioni (ansia, depressione, etc.). A quel punto, si potranno prendere in considerazione anche altre sostanze, più "naturali". Per quanto riguarda la seconda parte della sua domanda, è opportuno sapere che l’attacco d’ansia non può essere contrastato, può essere "disperso all’esterno", perché l’ansia è, dal punto di vista psicologico, uno scarico d’energia in confusione che produce una sensazione d’agitazione diffusa. Di conseguenza, non può essere racchiusa all’interno di un ambito perché è distribuita in maniera disordinata. Quindi, così come una mandria di cavalli distribuita in un’ampia radura non può essere recuperata, l’ansia la si può soltanto scaricare, consentendo che esca fuori da sè.

    In che modo?

    Due, sostanzialmente:

    • Attività fisica;
    • Dialogo verbale;

    Sia parlando che muovendosi si scarica l’ansia, a condizione che, chi sta vicino, non interferisca. Se non s’impressiona ed è disponibile ad ascoltarci, in pochi minuti si scarica l’ansia. Non ci vuole molto, basta muoversi, camminare, evitando di star fermi. L’ansia è di natura aggressiva, ecco perché porta agitazione; allora si può scaricare mediante attività di movimento, che può essere, ripeto, verbale o fisica. Lo stare fermo, come appena detto, non consente la detossicazione perché non c’è "fuoriuscita": purtroppo, non possiamo preoccuparci, in quel momento, di ciò che pensano gli altri di noi, perché dobbiamo avvantaggiare la nostra identità.

    Come si risolve il problema?

    Adeguandosi senza subire ma, al contrario, imparando il concetto dell’adattamento. Come scritto in molti altri articoli, il termine adattamento, deriva dal latino "Ad - aptare", che significa, accomodare, aggiustare convenientemente. Il termine adeguamento viene dal latino "ad equare", cioé rendere equo, pareggiare i conti, a qualsiasi condizione. È evidente che esiste una notevole differenza fra i due elementi di cui stiamo parlando. Mentre l’adeguamento prevede la necessità di far fronte ai cambiamenti (richiesti dal mondo esterno) "ad ogni costo", anche subendo, l’adattamento, invece, consiste nel realizzare le migliori condizioni (all’interno di sé) per rispondere alle mutazioni ed alle richieste che provengono da "fuori", realizzando continuamente nuovi equilibri interiori che riducono gli scombussolamenti relativi alle modifiche delle proprie abitudini di vita. In conclusione, possiamo affermare che ogni specie animale o vegetale ha necessità di adeguarsi al mutare degli eventi e delle condizioni ambientali, per poter sopravvivere: questo può avvenire riuscendo ad adattarsi (e si vive bene) oppure subendo gli eventi (e si producono sofferenze). Come sosteneva Bertolt Brecht, "Quando ci si trova davanti un ostacolo, la linea più breve tra i due punti, può essere una linea curva": l’importante è riuscire a percorrerla come se fosse un percorso particolarmente agevole.

    Dall’ansia, si può guarire?

    L’ansia non è una malattia, ma è un’attività, anzi le dirò di più, di fronte a delle attività fuori delle nostre abitudini, è normale produrre l’ansia perché ci si trova di fronte a delle novità: quante volte abbiamo prodotto ansia prima di un particolare evento, ad esempio un esame? Era ansia "anticipatoria" cioè in previsione di un avvenimento, ansia "attivatoria", che ci caricava come una molla per poi scattare e risolvere una problematica, ad esempio, fino alla domanda da parte del professore: quando cominciavi a parlare... l’ansia finiva, perché scaricavi attraverso le parole. In buona sostanza, imparando ciò che serve per non temere gli eventi e generare conflitti che rendono la vita assai difficile, il problema ansia smette di essere tale.

    Nel tempo, ci possono essere ricadute?

    Dipende da come si vive. Se si conduce un’esistenza equilibrata, non si produce ansia "fastidiosa". Non dobbiamo vivere il rapporto con l’ansia come qualcosa di fatalistico: a certe condizioni si produce, a certe altre, no... e comunque, si può sempre scaricarla. Ognuno di noi può imparare a prevenire il malessere e determinare il benessere: non dobbiamo viverci come canne al vento!

    Come si fa?

    Esiste una serie di standard da ottemperare per star bene: tecnicamente, si assimilano a standard utili alla costruzione di una identità equilibrata.

    Quali sono?

    Costruire un principio di corretta a concreta autoaffermazione, cioè imparare a vivere rispettando dei criteri che determinano equilibrio interiore, "realizzandosi" con se stessi e all’interno della Società. Imparare ad migliorare la propria autostima, apprezzando maggiormente se stessi, ma realizzandosi, avendo come parametri di riferimento, non tanto i valori sociali che cambiano nel tempo, ma i valori oggettivi legati alle grandi Leggi della Natura. Riuscire a creare un buon rapporto con il mondo esterno. Determinare delle motivazioni interiori che diano ogni giorno la voglia di vivere bene. Essere in grado di avvertire il bisogno di momenti in cui cercare tranquillità e pace, lontano dai frastuoni del mondo sociale. Rispettare se stessi secondo un sano concetto di riservatezza, senza dire troppo di sé agli altri, riuscendo ad imparare a riflettere correttamente: ecco, in sintesi i punti per riuscire a star bene.

    Quali sono i centri più avanzati in Italia e nel mondo, riguardo alle malattie mentali?

    A parte che, chi l’ha assistita finora potrebbe e dovrebbe risponderle, in tal senso, non è produttivo affrontare la problematica, sotto questo profilo, che porta, infatti, a valutare, il tutto, in ottica troppo clinica. Come credo di averle dimostrato finora, è meglio puntare su come equilibrare quelle parti di sé che determinano il problema.

    Quali sono gli aiuti che il coniuge di una persona con questa malattia può avere?

    Da una parte, attraverso un comportamento che non acuisca paure e senso di indeguatezza; dall’altro, spingendo il sofferente a considerare l’idea di affrontare un percorso di psicoterapia che miri ad ottimizzare almeno i seguenti aspetti:

    • L’assorbimento e la metabolizzazione delle frustrazioni;
    • la gestione e la risoluzione dei conflitti interiori più "impegnativi"
    • l’analisi e lo smaltimento di problematiche derivanti da rimorsi, rimpianti e sensi di colpa
    • il miglioramento della capacità di adattamento;
    • la possibilità di diventare un po’ più conciliativi, nei propri confronti.

    A questo punto, vorrei farle alcune domande riguardo alle mie figlie. La più grande, che ha 8 anni, e’ una bimba direi ’’ nella norma’’ a scuola va bene fa danza e studia violino ma, fuori casa, è timida (un po’ come mio marito) e, spesso, tende a stare più da sola che in compagnia. Ma quello che mi preoccupa è che è molto ansiosa.

    Quando è preoccupata di qualcosa mi ripete la stessa domanda 1000 volte, tende a fare le cose rapidamente senza saper aspettare; quando sta con le sue amiche spesso dice che queste ultime la escludono; nasconde in casa le sue cose per esempio sotto ai mobili per paura che la sorella le prenda. Quando è nata la sorella per un bel po’ ha trattenuto le feci.

    A volte sembra essere cattiva nei confronti degli altri. La notte digrigna i denti. Da poco ha come un tic che le fa chiudere spesso le palpebre.

    Quando le si nega qualcosa insiste per tutto il giorno fino a snervarti oppure diventa nervosissima e piange per ore. Semplici capricci o qualcosa di piu?

    A volte mi sembra così fragile nell’affettività (pensa subito che gli altri, o anche io, ce l’abbiano con lei) che tendo a essere permissiva ma, questo, mi crea molti dubbi perchè penso di viziarla.

    D’altro canto, mi sembra come se non potesse reggere a troppi no. Si vergogna a risalutare le persone che la salutano. Non dà mai niente di ciò che è suo, tende a ’’trattenere’’ tutto.

    Io ci rivedo molto mio marito. Imitazione o inizio di un disturbo di personalità?

    C’è un modo (un test o altro) per valutarlo? Ha ereditato qualche disturbo mentale? Se si, si è in tempo per correggerlo o attenuarlo? E’ cosa posso fare per lei? Dove posso farla visitare? Anche la piccolina tende ad essere molto ansiosa.

    Alcuni autori anglosassoni parlano di "psicogenealogia", cioè del rapposrto che intercorre fra l’abiente esterno, la nostra psiche e il nostro DNA. Noi assorbiamo dall’ambiente, sia dall’ambiente in cui viviamo che da quello in cui non ci troviamo a vivere, ma che ci viene trasmesso attraverso racconti o addirittura attraverso ciò che è nella mente dei nostri genitori, depositato sotto forma di apprendimento dagli avi e che loro trasmettono, sia a livello consapevole che a livello inconsapevole. Come è possibile? Cioè come è possibile, per esempio, che alcune sfumature comportamentali si trasmettano da nonno a nipote, se il nipote non ha conosciuto il nonno o se era talmente piccolo quando l’ha conosciuto, da aver potuto assorbire troppo poco? Esistono delle risposte teoriche e anche teorico-pratiche. E’ possibile, per esempio, che quello che noi acquisiamo si depositi in memoria sotto forma di "pacchetti software energetici" all’interno di strutture ben definite e che rimanga attivo all’interno della funzionalità di -particelle atomi del DNA di determinate cellule. Noi siamo degli "elementi radianti", cioè trasmettiamo delle onde elettromagnetiche, basta averle depositate in memoria e possiamo trasmetterle.

    Quello che ha notato, in sua figlia, è l’espressione di più di un disagio legato ad un profondo senso di inadeguatezza. Alcune manifestazioni, come spiegato, durante il costrutto delle mie risposte, potrebbero essere state acquisite da comportamenti familiari. La situazione di un bambino, salvo condizioni veramente particolari, è recuperabile, meglio che in un adulto. Sarebbe opportuna la valutazione di una psicoterapeuta dell’età evolutiva, che non le desse l’impressione di essere "malata", ovviamente.

    Per aiutarla a capire, le accludo, di seguito, il contenuto testuale di un articolo (Origine e trattamento dei disturbi, nell’età evolutiva) scritto dalla Prof.ssa Sara Rosaria Russo, direttrice della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia ad Indirizzo Psicodinamico -SFPID di Roma.

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