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E forse un giorno...
di Fernanda Annesi  ( fernanda_65@yahoo.it )

22 luglio 2018






Il mio sguardo incontrerà quello che cercavo.


Pensieri degli anni difficili

E forse un giorno riuscirò a dare voce al mio dolore, cercherò di andare fino in fondo pregando e sperando.

E forse un giorno riuscirò ad accendere quell’ultima luce, che illuminerà la strada e tutto apparirà più chiaro e nitido.

E forse un giorno le parole trasformeranno i bui pomeriggi, le tensioni si tramuteranno in nuova energia e la vita sarà vissuta con quella leggerezza che un tempo ci apparteneva.

Come da manuale!

Decido che è arrivato il momento di affrontare e lasciarsi andare. Non si può resistere all’infinito, negando e cercando una causa biologica a qualsiasi moto dell’animo.

L’ascolto. Emerge da questa veloce lettura virtuale l’importanza delle parole.

La disponibilità. Rendersi finalmente conto che le difficoltà, materializzate nei disturbi, per poter essere affrontate necessitano della volontà a nominarle. Si, anche solo a dargli un nome.

Il tempo. È questa la prima delle risposte che provo a darmi. Stanca come non mai, pronta non a gettare la spugna ma a riconoscere la necessità, il bisogno di lasciarsi aiutare.

Punto e a capo.

Ora si può iniziare a lavorare seriamente. Finalmente dopo anni la verità ha trovato la sua strada, è uscita allo scoperto, non con poche paure, anzi, ma ha trovato il coraggio di parlare ad alta voce. Come? Forse nella maniera più brutale, non c’era altro modo. Quasi ad esplodere. Ed ora si può solo lavorare seriamente.

Prevedo i prossimi giorni, senza alcuna sicurezza ma cercando in essi la serenità di cui abbiamo bisogno. Tutti, in questo momento della vita particolarmente difficile.

Cosa ho imparato? Ho imparato davvero?

Il dolore. Ci fermiamo e soffermiamo prestando l’ascolto che gli è dovuto. La sua voce si propaga come un’onda di energia, veloce spesso a non farsi riconoscere, ingannevole da trascinarti su altre strade, ma vera. Espressione concreta del malessere dell’anima, mai da trascurare e sfuggire, autentico nelle sue varie forme, sincero nel manifestarsi.

E forse un giorno riuscirò a guardarlo a testa alta, senza nascondermi e senza timori.

E forse un giorno la pace farà luce sul percorso, rendendo il tutto semplicemente chiaro.

E forse un giorno riavremo tutto quello che pensavamo non potesse tornare più.

Uno strano silenzio regna questa notte al di sopra dei tetti della città, ormai vuota, a riposo dopo una assolata giornata ricca di inquietudine. Provo a cercare nella cartella dei miei ricordi più vicini ciò che riesce a distogliere la mente e l’attenzione da quel maledetto pensiero circolare. Incamero una boccata di aria fresca e dolcemente colorata, suggerita da uno degli affetti a me più cari, lentamente in tutto corpo, attraversa ogni distretto a purificare. Immagino di respirare intensamente fino in fondo e, poi, finalmente la leggerezza vestita di freschezza e di spontaneità.

Un riflesso di luce dolcemente mi raggiunge accarezzando il viso, troppo teso dalle incomprensioni delle ultime ore. Mi addormento di un sonno non leggero però, per placare questo silenzio che si è impadronito della mia anima. Poche ore o forse solo pochi minuti. Afferro l’eternità dell’istante e lo trattengo, fra le dita, nelle mani ormai stanche, nelle braccia non più aperte.

Già, non più aperte.

Improvvisamente scompaiono i dolori che hanno costellato queste ultime ore. Mi sposto solo un po’ e ritrovo l’equilibrio in me stessa. La gioia in un sorriso, la freschezza in un pensiero, la serenità in una corsa verso il sole che discende lentamente nella linea all’orizzonte.

La vita prepotentemente mi richiama un po’ arrabbiata. Non riesco, proprio non riesco a risponderle come vorrei, come lei vorrebbe.

Un tuffo all’indietro, un bisogno da esaudire immediatamente, due tre numeri veloci e parte il contatto. Comunico con voce tremolante, con un sorriso che nasconde in verità...la verità. Ancora una volta scoperta nelle mie stesse parole.

Cerco sollievo negli occhi che, lì di fronte, mi parlano. Cerco conforto, la necessità di sentire la cosa giusta, quella che non fa perdere il senso della realtà e mi riporta a me.

È sempre la paura che muove l’essere umano, anche questa volta. Cosa basterebbe? Un po’ più di sicurezza, quella che nasce dalla giusta conoscenza delle cose.

E forse un giorno il mio sguardo incontrerà il sorriso che cercavo. E forse non sarà necessario guardare troppo lontano...

 

Fernanda (30 luglio 2012)

 

 

 

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