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Ti prego, Biancaneve...
di Maria Francesca Renzelli  ( m.renzelli@email.it )

4 dicembre 2011






Non mangiare quella maledetta mela!


Devo vomitare.

Tormento, malessere.

Dolore.

Stasera il tuo ha trovato posto nel mio.

Non so come.. dal momento che non lo consento più da tempo.

La tristezza modulava la tua voce.. stasera.

Questa sera.. la tua voce era musica.

Mi ha dato un pugno in piena faccia e non ho saputo difendermi, non ne ho avuto il tempo.

Per questo.. devo vomitare tra righe asciutte ed essenziali tutto ciò che, puntualmente, non dico.

Il telefono non è mio amico..

Lo sai..

Non so parlare al telefono.. perché questo non contempla le pause, ti rammenta che non c’è tempo, ti chiede chiarezza, velocità, incedere ritmico e costante.. Ed io zoppico, non sto in equilibrio senza i miei silenzi.. Non so riempire il tempo con parole altrui. Eppure lo faccio.

"Come stai"? Mi chiedi...

"Bene"! Rispondo..

E’ la risposta più immediata, quella che fa perdere meno tempo a chi ti pone la domanda, quella che tutti vogliono sentirsi dire perché così si può passare alla prossima.. di domanda.

Perché così..

..è più facile colmare il vuoto.. e il tempo.. parlando di nulla. Senza eccessive responsabilità. Senza angosciosa partecipazione. Senza costringere la mente a far luce su due vite a confronto. La tua.. e quella di quell’altro lì.. di cui stenti a ricordare il nome. E’ incredibile quanto la gente parli senza dirsi nulla. E’ un’arte.. quella di comunicare per restare in silenzio.. che mi piacerebbe apprendere, spesso serve.

"Come stai?" è la domanda più intima, spiazzante, insopportabile e, paradossalmente, più frequente che qualcuno possa rivolgerti. Non la pongo mai per prima, sarebbe quasi una forma d’invadenza nei confronti di chi, con ogni probabilità.. vista la giostra odierna, altro non aspetta se non il momento propizio per defilarsi e sbrigare "quella faccenda urgente.. rimasta in sospeso". Per ridurre al minimo, cioè, la durata dell’"intoppo",ecco. Che saresti tu. D’altronde.. se l’interlocutore non volesse dirmi nulla? Perché imporgli questa violenza? Allora ecco che si risponde "Tutto bene, grazie". E’ il mezzo più celere per catapultare altrove l’attenzione. L’altro, di certo, non indagherà oltre.

Sovente mi trovo, infatti, dall’altra parte.. Dalla parte di chi, frustandola, ha allenato la mente ad aggirare brillantemente "ostacoli del genere".. per fuggire alla svelta.

Che la reticenza sia pure confusa, o intenzionalmente scambiata, per maleducazione! Non m’importa.

Con l’intento di lenire l’inquietudine conseguente a tali piccoli, fastidiosi, sistematici episodi.. mento a me stessa dicendo che non devo ad alcuno più di ciò che sono. Se non fosse che.. "ciò che divento in simili circostanze".. sia poco più della decenza.

I più, quando non sono mossi dal desiderio di vederti strisciare, chiedono di te per mera curiosità.. Magari si è, finalmente, presentata l’imperdibile occasione per sdebitarsi di quel "Buon Natale" che tu, preso da un moto di coscienza natalizia e dall’assurda speranza che le cose potessero cambiare in seno alla divina spiritualità del momento, avevi augurato loro due o tre anni fa... Di tutto questo ti accorgi quando.. alle tue risposte.. annuiscono con fare svagato, mentre la loro mente si concentra su nobili pensieri pertinenti del tipo.. "Porca miseria.. ma quanto è ingrassata"? E già lì ti è andata bene, quantomeno non sono assetati d’ascoltare le tue disgrazie.. in modo che loro possano tirare un sospiro di sollievo e pensare che, tutto sommato, la loro quotidianità possa dirsi nella norma.

Esagerata? No! Parenti del genere ti forgiano in tal senso sin dalla tenera età.

Non è, però, delle dinamiche psicologiche che muovono i fili delle conversazioni.. ciò di cui voglio parlarti.

E se evito d’imbattermi in domande scomode.. tipo "Come stai?".. non è certo perché non m’interessi saperlo.. Se una persona vuole dirtelo.. lo fa e basta.

Piove.

Fuori e dentro.

Chissà di che umore è adesso.. il mare.

Chissà se mi perdonerà.. per non averlo amato abbastanza.. oggi..

E se dovesse farlo.. sarebbe mai disposto a sommergere il mio inconscio notturno.. spazzando via tutto? Un regalo, lui sa, che attendo da sempre.

Ucciderà mai gli assassini, gli inseguitori, le bestie feroci e fameliche che popolano i miei sogni inquieti? Nutrirà i terreni aridi di una psiche esausta? Porterà vita sulla roccia sbiadita? Sarà specchio di una nuova luna nel deserto.. levigando, con le sue gocce saline, queste spine nella carne?

Sai..

Ogni giorno odio la tua assenza.. e non perché tu mi piaccia.. visto che non ho modo di saperlo.

Odio la tua assenza perché s’impone come un macigno molesto tra le mie ore più intime, perché.. senza averla invitata occupa parte della mia giornata, perché bussa insistentemente alla mia porta senza chiedersi se disturba, perché è l’unica cosa che ho di te.

Mille volte al giorno, reprimendo un’angoscia spietata e la sensazione di un imminente abbandono, urlo.. addosso all’immagine tua.. un "addio" sussurrato, debole, sgretolato, quasi privo di consistenza..

Non senti esplodere nel cuore le mie grida? Non odi, a gran voce, il mio richiamo? L’anima mia, claustrale e vagabonda, rabbrividisce vedendoti innalzare sopra la polvere, accanito spettatore di guerra, l’insulso stendardo dell’indifferenza..

Eppure..

..ogni volta io tenti di lasciarti andare, spingendoti.. con forza.. fuori da me, la seguente frustrazione ad una scelta in realtà subita, una non-scelta dunque, irrompe con ferocia.

Ciò che anticipa lo sguardo ottenebrato del mio sentire, abusandone smodatamente, è una profondità che ha te come unico punto di fuga prospettico.. Successione dei piani, angolazione e lontananza.. ruotano, intimamente ed unicamente, attorno al tuo imponente, folle, grandioso ego ammorbato. Perciò vorrei cancellarti, mandarti al diavolo..

Vorrei rispolverare il taccuino delle mie scuse e scovarne subito una.. da avanzare, principalmente a me stessa, per allontanarti..

Qui intorno ne fluttuano innumerevoli.. di scuse, sia mie.. sia tue. Ma mai nessuna realmente valida.. che possa, in qualche modo, ostacolare l’incontro di due vite..

Vorrei indagarti, bruciare il tempo, concludere che non mi piaci e salutarti.

E sai perché?

Quando ti abbraccio.. spesso sono perplessa e confesso: "Non so cosa stia abbracciando"! Tu sorridi e, divertito, mi conforti di non esser mica un delinquente..

Però..

.. se tu lo fossi.. non avrei paura.. perché saprei cosa aspettarmi.. e, quindi, come difendermi.

Temo, invece, ciò che m’impedisci di vedere..

Il buono , tangibile o latente, che alberga in te.. m’inquieta terribilmente..

E non parlo del "buono comune".. sai.. Solo di quello che potrebbe andarmi bene.. che saprebbe prima accogliermi, poi sopportarmi.

Di questo..

.. ho paura.

Per quanto abbia foggiato il vuoto a compìto, garbato, intimo coinquilino.. sarebbe intollerabile l’idea di trovarne dell’altro lì fuori..

Ogni persona.. è un salto nel vuoto.

E questa cosa è, per me, terrificante.. perciò.. cerco di bastarmi.

Invano. Ma ci provo.

Da qui l’urgenza, quei giorni, di rivederti.. Dovevo porti una sola domanda che, per ora, non ha preso fiato..

"Posso ancora coltivare l’idea di battermi con te"?

"Posso nutrire questo pensiero ..o è vietato"?

Non volevo assolutamente trasmetterti altro, fretta o cosa..

Fretta poi.. per cosa?

Tutto ciò che devi fare è decidere se vuoi appropriarti di un po’ del tuo tempo.. per allenare la fronte a picchiare forte.

Non occorre altro.

Non devi costringere i pezzi della tua vita in binari diversi da quelli che conosci.

E’ spaventoso, lo so, imparare a pensare il cambiamento. Variare alcuni tasselli-cardine (posizionati a fatica, per far spazio a qualcosa che non esiteresti a credere, ahimè, mera "res fluens").. sottende una considerevole dose di coraggio e una smisurata voglia di scoprire cos’altro puoi offrirti.

Perciò.. non devi cambiare niente.

Solo.. domandarti tutto questo!

E quando gli opprimenti affanni dello spirito saranno eccessivamente molesti.. affonda, con forza, il viso nel cuscino. Blocca , per pochi attimi, il respiro e il fluire spietato di pensieri veri e importuni. Procrastinare la sofferenza è allettante.. Rimandare il momento, brutale e ineludibile, in cui si comprende di non aver capito nulla, d’aver trascorso consistenti pezzi di vita nel buio dei propri limiti (che credevamo leggenda).. inseguendo miti inesistenti, coltivando speranze ed energie in terra brulla, arrivando a dire "ho, finalmente, una certezza"per poi capovolgerla come fosse un’omelette in padella antiaderente.. con estrema, agghiacciante, crudele semplicità.. è quasi doveroso verso noi stessi, umanamente comprensibile, quasi del tutto perdonabile se non si arreca danno agli altri. D’altronde qualcuno intona "..qui nessuno c’ha il libretto d’istruzioni.." a giusto credere.

Ma.. tutto ciò.. è come una pugno di neve che, rotolando, da pallina diventa valanga. Sopravvivere, così, all’inevitabile schianto.. è più arduo.

Ti parlo dai resti del subisso nevoso che mi vede, ancora, piuttosto frastornata per la violenza dell’impatto.

Meglio affrontare una manciata di candidi fiocchi (freddi, per carità!) ogni giorno.. piuttosto che pagare il conto tutto insieme. Non credi? L’umiltà del dubbio costante, probabilmente, si delinea come sola efficace armatura contro i demoni che ci abitano, contro la nostra parte oscura. Che non va ciecamente combattuta ma.. conosciuta, compresa e sconfitta in quelle parti che inquinano la nostra serenità.

Non sei d’accordo?

Com’è ovvio non arriveremo mai a conquistare, del tutto, una posizione del genere rispetto a noi stessi e, quindi, agli altri. Altrimenti raggiungeremmo la perfezione. Banale, noiosa, prevedibile, mediocre perfezione.

Eccoci, dunque, a rotolare.. nervosi e alquanto impotenti.. nel fango dell’affascinante (per molti.. inaccettabile) approssimazione.

Dio quanto la odio, è lei a possedermi e non il contrario.

Cosa accade quando sei a pochi passi..?

Osservo, con stupore, l’ombra sorridente della mia anima bambina.. fausta di poter giocare, finalmente, con qualcuno. Lei.. smaniosa d’esprimersi, d’ascoltare, d’esser guardata.. assaggia, paurosamente, una felicità nuova. Scruta, eccitata di chimerico desiderio, i confini ignoti di una giovane, vergine, inesplorata angolazione.

Sembra non ti spaventi la voragine che mi porto dentro da tempo, sembra che a te non pesi il mio "star da sola"..

Sembra non turbarti il fatto che, spesso, sia solo corpo in movimento..

..che non sorrida, che stia zitta.. che la mia diffidenza sfoci, inesorabilmente, in aggressività..

.. che mi trascuri e vesta di nero.

Sembra, appunto.

In realtà.. non posso saperlo.

Verosimilmente, invece, non te ne importa niente. E, forse, non è sbagliato. Il mondo funziona così.. dicono.

Brividi sulla pelle m’invitano a depositare nella scatola dei sogni questi pensieri pericolosi..

"Peggio per te"- mi avvertono - "se t’illudi che tali percezioni siano, in qualche modo, legate alla realtà"..

So che dovrei ascoltare la mia pelle. Lei è istinto. Non è ciecamente menzognera come il cuore, né scaltra e accorta come l’intelletto, capace di farsi, addirittura, lo sgambetto.

Lei.. non mente a se stessa e al mondo. Si mostra com’è.

Ed ora..

..è fredda e spaventata.

Ma tu spingi la mia schiena con forza.. perché s’inoltri, senza indugio, in questo territorio sconosciuto, un po’ troppo colorato per esser concreto, autentico.. perché non appartenga a quegli scenari fiabeschi in cui lupi cattivi e prede ingenue muovono la macabra danza della "morte-fuga-sopravvivenza"..

Tu..

..interrompi le mie parole.. ma non i miei silenzi.

Sei agitato, ti muovi.. non riesci a star fermo.. fendi l’aria con lo sguardo. E nella tua irrequietezza trovo la mia calma istantanea..

Quando i tuoi occhi sospendono la loro affannosa corsa e sostano nei miei (ogni volta solo poche frazioni di secondo).. ciò che dentro mi divora.. smette per un attimo di farlo.. perchè è distratto da te, non ti trova noioso.. bensì multicromatico e amabilmente imperfetto.

Sai..

Quando smarrisci il senso di te..

..e le ragioni del tuo essere su questa terra svaniscono.. o si annebbiano..

Quando perdi completamente l’orientamento e cominci a vagare in tondo senza un perché..

Quando guardi lo specchio e la tua faccia.. non è più tua..

..o ti tocchi un braccio e la percezione tattile tarda ad arrivare..

Quando il buio diventa una cosa naturale..

..e la mattina ti alzi solo perché devi farlo, non perché ci sia un motivo insistente..

Quando il tempo ti scivola fra le dita e non riesci ad afferrarlo perché le mani sono diventate un cumulo di ossa rotte..

Quando tutto scorre e tu sei immobile..

..e dimentichi i tuoi sogni..

..e non sai più giocare..

Quando la vita passa.. e tu la guardi, invidioso, dalla finestra..

.. scadendo in un egoismo tale da non saper dare più nulla neanche a te stesso..

Quando da troppo tempo Papà Natale giace, moribondo, sulle ceneri del camino di casa..

..e t’inaridisci, diventando così presuntuoso da non credere più nel potenziale della vita..

Quando l’aria, fresca e selvaggia, viene filtrata, addomesticata, intiepidita e privata del suo violento sapore ancestrale.. perché sia gradita a un paio di polmoni cancerosi..

Quando l’ottimismo diviene una mera parola insapore di nove lettere..

Ecco..

Quando tutto questo accade e te ne rendi conto.. il nero diventa l’unico colore.. e non perché sia brutto.. anzi..

..diventa l’unico colore perché solo questo in grado di sovrapporsi a tutti gli altri.. coprendoli, senza lasciarne traccia..

Il nero nasconde.. ma non riempie..

E’ solo una buona via di fuga, sovente una bugia da raccontarsi per far finta di affrontare il mondo lì fuori..

..che, in realtà, non affronti ma.. osservi soltanto..

In fondo spero che quanto scritto ti terrorizzi e t’induca a scappare.. senza che abbia modo o voglia di voltarti..

Succederà.

Succede sempre.

E non ti odierò per questo.

Per una volta non c’è sfida nelle mie parole. Ho imparato che le persone s’incontrano un attimo.. e l’attimo dopo vanno via.. E non perché siano "cattive"..o perché si è tanto mostruosi da atterrirle..

La cattiveria e la bontà, propriamente dette, non esistono..

Ad esistere sono solo le circostanze..

Semplicemente..

..ho imparato a non aspettarmi niente..

Ho imparato che l’attesa prima si consuma nel desiderio, poi si tribola nella disperazione, infine.. diventa quiete. E quando l’ultimo stadio giunge.. un nuovo equilibrio nasce.. e un senso di pace pervade lo spirito.

Ho imparato che il silenzio è un "luogo" ostile solo quando lo si vive nel torpore dei sensi..

Nei miei giorni vuoti.. ho imparato la pazienza.

Ho imparato..

.. che l’angoscia è solo una dea arrabbiata.. bramosa di una carezza..

..che il dolore può essere educato perché non straripi dal suo spazio..

..che, in alcuni momenti, la vita non vuole riempimento convulso.. ma lentezza e reale percezione di sé..

..che ogni ora ha il suo bagaglio pieno e preciso.. e non v’è posto per altro.

Ascoltate..

Cosa grida la fanciulla dei boschi in cerca di nutrimento per l’anima sua?

"Prima di amare me, elfo infelice di una fiaba incompiuta, devi amare le mie più salde paure.. levigandole col tocco leggero di una carezza, di un pensiero gentile, di un sapore delicato. Devi amare i miei limiti.. i miei capricci.. la mia vanità.. il mio egoismo.. gli imperdonabili eccessi e le mancanze più gravi. Devi amare, elfo dei sogni di donna, il male che, umana, mi porto dentro.. Solo passandovi attraverso esplorerai e dominerai quei luoghi liquidi e privi di barriere che abitano il mio più intimo "Sé", quello in cui, forse, non esistono sorrisi.. né pensieri lieti.. Quello che attende, con ansia, un raggio di luce bianca"..

..Perché la fiaba, prostrata dall’eterno, triste peregrinare dei suoi piccoli eroi, possa.. finalmente.. regalarsi un senso.

Riecheggia nelle branchie del mio spirito questo archetipo della sofferenza:

"Anche se molte saranno le cicatrici, è bene ricordare che, nella resistenza alla tensione e alla pressione, la cicatrice è più forte della pelle".

E’ probabile che.. ognuna di queste parole sia frutto, infatti, di una cicatrice.. il cui "significato etimologico" nutre la radice stessa del trauma da cui origina.. ma..

..perché deporre nel palmo della tua mano antiche lacrime indurite dal freddo? Perché versarne di nuove e calde.. proprio adesso.. proprio qui.. dove sei tu?

Non scrivo a te ma..

.. dentro di te..

Mi scuserai se questa sera ti ho preso in prestito per depositare.. tra corde nuove.. i miei pensieri.

Non importa se questo foglio si polverizzerà nei tuoi ingranaggi.

Non importa se andrà perduto o si nasconderà dietro la memoria.

Non m’importa se avrò sbagliato l’ennesima volta.

Tu non sei.. "l’ennesima volta".

Tu sei. Questo basta.

Mf - domenica, ventidue maggio duemilaundici, venti e venti

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