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Generazioni a perdere.
di Giorgio Marchese  ( direttore@lastradaweb.it )

27 ottobre 2011

Ognuno di noi mantiene una sorta di memoria mentale, in base alla quale, fissato un momento significativo della propria esistenza, si continua a pensare di "essere" quell'immagine (non percependo, ad esempio, il tempo che passa e ci trasforma) e ci si convince di trovarsi sempre nella medesima situazione (rifiutando di adattarci ai cambiamenti). Per quel che mi riguarda, mi sono rivisto, da poco, in un'intervista televisiva ( di quelle in cui la telecamera ti riprende impietosa, al netto della luce adeguata e del profilo migliore) e... sembravo mio zio! Mi riferisco ad un fratello di mia madre cui somiglio e in cui, per anni, mi sono identificato (sul piano caratteriale e culturale). Qual è il problema? Ho dovuto accettare l'idea di non essere più un ragazzo ma un signore di mezza età, con il volto che ha perso i contorni decisi e presenta un insieme di elementi (rughe, minore tonicità muscolare, etc.) che accompagnano verso il tempo che verrà. "I matti e i bambini dicono sempre la verità: purtroppo i primi li rinchiudono e i secondi li educano" (Giorgio Fornoni). È da qui, che voglio iniziare il discorso di oggi: i giovani, visti (ormai... e purtroppo) da lontano. Anagraficamente. E allora, mi sono messo a riflettere su una realtà storica: da che Mondo è Mondo, ciclicamente, una generazione è stata "sacrificata", a favore dei superstiti. Senza affondare i ricordi nella... PER LEGGERE TUTTO IL TESTO, CLICCARE SUL TITOLO.


...notte dei tempi, (almeno per quanto ci riguarda) è stato così per le guerre di Indipendenza, le due guerre mondiali, i vari altri conflitti internazionali, le vittime della droga, le varie contestazioni studentesche (dal ’68, in poi), il periodo brigatistico. E, per finire, il precariato sociale contemporaneo. A differenza del passato, però, oggi non c’è un leader traghettatore: un Garibaldi, un Armando Diaz, un Eisenhower, un Che Guevara, un Nikita Kruscev, un Kennedy, un de Gasperi...

"In ogni organizzazione c’è sempre una persona che sa esattamente che cosa succede. Questa persona deve essere licenziata". (Legge di John Horton Conway - Matematico inglese)

Attualmente, possiamo "contare" su una pletora, relativamente impreparata, di individui inseriti in un domino fatto di caselle che condividono lo stesso destino, senza variabili indipendenti: governanti "usa e getta" (anche se qualcuno, a volte, si ostina a resistere alle intemperie, pur privo di potere delegato) obbedienti a princìpi convulsi e scriteriati che, i più, chiamano "leggi di mercato". In pratica, un sistema che si autoalimenta senza copertura finanziaria e in assenza di valori etici, per soddisfare appetiti tanto bulimici quanto nevrotici e inutili. Per dirla in soldoni (sempre in Italia) se, per esempio, negli anni della rinascita economica, il figlio di un operaio poteva frequentare la Normale di Pisa e, conseguentemente trovare una giusta collocazione fino ad arrivare ad essere (come Fabio Mussi) addirittura, Ministro della Repubblica, al giorno d’oggi, è meglio essere un totale incompetente nelle grazie di qualche impresario ammanicato col potere, che un laureato alla Bocconi di Milano.

Se a questo sommiamo il delirio iniziato negli anni ottanta (del secolo scorso) in base al quale si è cominciato a generare montagne di denaro "precario" (perché non sostenuto da valori produttivi etici) attraverso speculazioni finanziarie (in base alle quali, il titolo di un’azione, in Borsa, veniva artatamente fatto aumentare per poterlo rivendere e guadagnarci, a danno dei piccoli investitori e delle aziende) e operazioni di "finanza creativa" (grazie alla quale, quasi ogni Stato del Mondo ha finanziato le proprie spese stampando moneta in eccesso ed appioppando titoli con la promessa di interessi sempre più alti) ecco che, una volta iniziato a soffiare il vento della psicosi collettiva, è crollata l’impalcatura illusoria e ci siamo ritrovati nudi e incapaci (perché non più abituati) di lavorare nei settori primari (agricoltura e simili) per tirare a campare.

"Lasciatemi affermare la mia più grande convinzione: la più grande crisi che dobbiamo affrontare, è la paura di non farcela" (Franklin Delano Roosvelt)

Secondo le indicazioni che ci forniscono analisti internazionali, si prospetta uno scenario in base al quale:

  • gli attuali quarantenni non riuscirebbero a vivere con la pensione che li attende;

  • i trentenni si troverebbero a non avere presente (in quanto precari cronici) né futuro (perché non maturerebbero i requisiti per alcuna pensione);
  • quelli che, ad oggi, sono diciottenni (o giù di lì) avrebbero qualche spiraglio a condizione di trovarsi una famiglia alle spalle che costruisca i presupposti per una loro collocazione operativa;
  • i bambini, quelli che hanno non più di 8 -10 anni, si troverebbero (una volta ripartito il sistema globale, dopo default vari e reset) a poter usufruire di nuove prospettive, umane, sociali ed occupazionali.

"Non esiste il vicolo cieco, ognuno deve sempre andare avanti trovando la propria via d’uscita" (Giorgio Fornoni)

Recentemente, il Prof. Romano Prodi, in una lezione di Economia, ha dichiarato che ciò che tiene unito uno Stato sarebbe l’esercito e la moneta. Forse per questo, altri economisti sono del parere che ogni volta che le risorse non sono più sufficienti per garantire sopravvivenza adeguata, è meglio generare conflitti bellici, in maniera da ridurre il numero dei consumatori. Ma non sarebbe meglio impegnarsi per ottimizzare l’uso razionale o applicare i dettami di uno sviluppo sostenibile?

Dicesi "Commissione" un gruppo di svogliati selezionati da un gruppo di incapaci per il disbrigo di qualcosa di inutile. (R. Harkness, The New York Times, 1960)

Gli 8 punti di Draghi

Il 31 Maggio 2011, nella relazione annuale di Bankitalia, il governatore Draghi (ora promosso a capo della BCE), ha fornito indicazioni su come muoversi in questo periodo di crisi, riassumendoli in otto punti fondamentali:

  • Giustizia civile: accelerare i processi, per non avere la percezione dell’impossibilità di difendere un diritto calpestato;
  • Istruzione: migliorare i livelli di apprendimento, per essere sempre più capaci di interpretare nel modo migliore, l’indirizzo di una Società in continuo sbandamento;
  • Servizi Pubblici: liberalizzazione e concorrenza, per evitare posizioni monopolistiche e stagnanti, governate dai boiardi di Stato;
  • Infrastrutture: tempi e prezzi certi, per iniziare a mostrare che, qualcosa, sta cambiando sul serio;
  • Lavoro: superare il dualismo fra tutelati e precari, introducendo il concetto di imprenditorialità mentale e flessibilità, in funzione delle esigenze, evitando arroccamenti anacronistici;
  • Relazioni industriali: migliorare e potenziare la contrattazione aziendale, per creare intese a danno di nessuno;
  • Lavoro femminile: aumentare la partecipazione, per aprirsi alle esigenze di un mondo diverso e più "colorato";
  • Protezione sociale: sostenere i disoccupati, non per parcheggiarli ma per aiutarli a riqualificarsi.

Secondo valutazioni un po’ più illuminate, una nuova filosofia, in questo mondo sempre più affetto da virosi speculative, sta aprendo la strada ad una concezione della persona, in grado di aprire nuove prospettive, dal mondo economico alla politica, passando per la famiglia. Ciò, porterebbe a non privilegiare più lo sguardo analitico (nel senso di "asettico") sul mondo quanto, piuttosto, il modo in cui le persone lo percepiscono per organizzarlo nelle loro menti. Si guarderebbe un po’ meno ai tratti individuali, e si presterebbe maggiore attenzione alla qualità dei rapporti tra gli esseri umani.

A queste condizioni, finirà per cambiare anche il modo di vedere quello che chiamiamo "capitale umano". Nel corso degli ultimi decenni si è affermata la tendenza a definirlo nel senso più restrittivo del temine, ponendo l’accento sul quoziente di intelligenza e sulle competenze professionali che, comunque, mantengono il loro valore. Ma le nuove ricerche, pongono in luce tutta una serie di aspetti più profondi, che abbracciano sia l’aspetto razionale che quello più intimo, sensibile ed "emotivo", fondendo insieme queste due categorie.

Con queste possibili prospettive, il gigante Europa, probabilmente, smetterebbe di essere un Museo per diventare, finalmente, un laboratorio, trasformando, ad esempio, un problema come quello della delocalizzazione (che depaupera risorse nazionali) in una sorta di rilocalizzazione all’estero, per impiantare e migliorare usi, costumi e modelli economici del proprio luogo d’origine: questa diventerebbe la vera forza del Paese!

"Negli occhi della gente si vede quello che vedranno, non quello che hanno visto"(A.Baricco)

Nel frattempo, attendendo che la piena passi e che qualcuno, poi, ripulisca e ricostruisca, cosa ci resta da fare?

Cari lettori (giovani e no), provate a riflettere sul seguente estrapolato del dialogo fra il Cav. Alfonso Carotenuto (erede della famosa ditta di calzature "Carotenuto e figli") e l’Ingegner Luciano de Crescenzo, riportato nel libro di quest’ultimo, intitolato "Usciti in fantasia". (Mondadori Editore). Solo trasmettendo l’amore per ciò che facciamo, susciteremo, negli altri, la voglia di amarsi, apprezzandoci e riconoscendoci il valore che meritiamo.

"Ma le scarpe?" dico io per ricondurlo al tema.

"Le scarpe!" sospira il cavaliere. "Oggi nessuno sa che cosa significhi questa parola. Una volta invece era un biglietto da visita, un traguardo sociale! Quando arrivava un cliente al laboratorio di papà in via Alabardieri, mio padre e Oscarino, il primo assistente, lo ricevevano come se fosse stato il Principe di Savoia: gli offrivano il caffè e lo intrattenevano a parlare. Nel frattempo il piede aveva tutto il tempo per rasserenarsi e diventare normale. Poi iniziavano le misure. Veniva messo a nudo prima il piede destro. Papà lo guardava con attenzione da tutti i lati e lo poggiava su una tavoletta di noce per vedere se la pianta aderiva in tutta la sua lunghezza o s’incurvava a metà. Se il piede era perfetto, il cliente riceveva i complimenti di papà e di Oscarino; qualche volta venivano chiamati anche i ragazzi dal laboratorio. Intanto si preparava il gesso per il calco, che era solo il primo approccio, uno dei tanti gradini necessari al raggiungimento dell’obiettivo finale: la scarpa perfetta.

La vera ragione sociale della ditta Carotenuto non era vendere scarpe o, perlomeno, non era solo questo quanto, piuttosto, raggiungere la perfezione assoluta a cui può arrivare una scarpa costruita da un uomo: la scarpità, questa è la parola!

Papà, quando un cliente usciva dal laboratorio, lo seguiva con lo sguardo fino a che non scompariva da via Alabardieri, solo per studiare l’andatura. Una volta calcolato il consumo, consegnava un paio di scarpe di prova, di capretto o di vitellone, che il cliente era obbligato a portare per almeno un mese, e solo in un secondo momento, se tutto era andato bene, preparava la scarpa finale, quella definitiva. Ma credetemi: quando vi facevate una passeggiata con le nostre scarpe, la cosa non passava inosservata. Anche dal marciapiede di fronte la gente se ne accorgeva. Tutti dicevano: "Quelle debbono essere delle Carotenuto!"

Ora, per spiegarvi come sono fatto, debbo premettere una cosa. La vita è tutta in questa formula: metà amore e metà lavoro. E quando dico lavoro, non penso a una fatica, a un supplizio che uno deve sopportare dalla mattina alla sera per rendersi indipendente dal punto di vista economico, ma a un’opportunità che Dio ci ha offerto per dare più senso alla nostra esistenza. Pure il tabaccaio, l’impiegato di banca e il metalmeccanico, se amano il proprio lavoro, si troveranno contenti: hanno voglia a chiedere riduzioni di orario. Anche sei ore, se fatte controvolgia non finiscono mai. Però, ricordatevi quello che vi dico: una cosa è "fare" il tabaccaio e una cosa è "essere" tabaccaio. Papà, fin da quando ero ragazzino mi ha insegnato a "capire" le scarpe. E così, piano piano, io mi sono fatto un’idea di come doveva essere fatta una scarpa. Ora, quando entra un cliente, io già lo vedo con le scarpe Carotenuto ai piedi e sono felice quando riesco a trovare il paio fatto apposta per lui. Ma veniamo alla domanda che mi avete fatto prima: è così importante avere delle belle scarpe? Sì, vi assicuro che è molto importante. Quando la sera andate a dormire, se prima di prendere sonno date uno sguardo alle scarpe che vi siete appena tolto, voi vi accorgerete che un bel paio di scarpe perfette, classiche, snelle, inalterabili, pulite, comunica un senso di sicurezza. Fedeli testimoni della vostra giornata, esse vi hanno tenuto compagnia. Oggi però non ci bada più nessuno. Il cliente entra e dice :"Voglio quelle li, ho il 42", se le prova, paga e se ne va

Essere l’uomo più ricco del cimitero non mi interessa. Andare a letto la sera dicendosi che si è fatto qualcosa di meraviglioso, questo è ciò che conta per me. - (Steve Jobs)

Si ringraziano Giovanna Conforti ed Eugenio Filice per la collaborazione offerta.

 

G. M. - Direttore La Strad@

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