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Al Mega.
di Alessandro Citro  ( alekoscitro@tin.it )

5 agosto 2011






Breve racconto sulla realtà degli ipermercati.


Racconti, riflessioni ed emozioni.

Non era facile, lo sapevo, ma ormai lo avevo deciso; sarei andato da solo, dopo due anni che non riuscivo a entrarci. Ora mi sembrava arrivato il momento giusto, lo sentivo, dovevo andare, dovevo, a costo di cadere dalle scale, sbattere con la macchina contro un camion; niente mi avrebbe potuto fermare neanche quei luridi ricordi che a sprazzi mi annebbiavano il cervello, maledetti ricordi.

Certo, con Laura sarebbe stata un’altra cosa: telefonata- "passo alle sei - va bene"- e subito felici di passare due ore sprofondati nella fiumana delle scale mobili diretti al terzo piano, lì dove si trovavano i negozi di musica e abbigliamento con sconti eccezionali e offerte strepitose.

Giusto le offerte mi facevano litigare con Laura. Lei preferiva spendere la maggior parte dei soldi, se non tutti, comprando jeans, scarpe o camicette e ogni volta i risparmi di una settimana volavano in un attimo: io, invece, calcolavo quale investimento sui cd avrei potuto fare, se prendere i cofanetti di musica classica che fanno sempre effetto, oppure gettarmi sulle offerte dei cantautori o della musica leggera in generale, ma comunque, giuro, me lo ricordo che era sempre così; uscivo dal centro con in tasca ancora i soldi per andare al cinema, mentre Laura era un’ossessione, stava sempre a dire che erano dei ladri, sì dei ladri, però poi li comprava tutti quegli inguardabili giubbini di jeans e sempre a chiedermi i soldi: - scusa ho sbagliato a fare i calcoli, mi mancano 20 mila lire .

Insomma, alla fine i soldi non bastavano mai perché loro, quelli che ti devono ammollare le loro cose, sono furbi e le pensano tutte pur di riuscire a svuotarti le tasche e ti fanno anche felice, perché pensi che hai fatto l’affare del giorno, comprando questo e promettendo di acquistare quell’altro e pensi di essere lì, in quel momento, ad acquistare quella cosa, perché sei stato bravo a fiutare l’affare e anche se c’è voluto un po’ di tempo alla fine hai avuto ragione tu perché sei felice. Ti senti a posto dentro, proprio come ti senti dopo aver compiuto una buona azione.

Certo, quando c’era Laura - perché era lei che decideva di andarci un giorno sì e l’altro pure - non potevo fissare lo sguardo sulla commessa della 32ma cassa, quella mingherlina con due piccoli nei sulla guancia sinistra che sembrava mi aspettasse al solito orario, 19.50 all’incirca, col solito carrello formato montagna e più o meno i soliti prodotti utili, due o tre, e i soliti prodotti che non ti avrebbero mai cambiato l’esistenza, i rimanenti trenta o quaranta, che non avresti adoperato neanche se ti avessero scelto come protagonista di Survivor.

Stare con lo sguardo basso mentre tiravo via gli oggetti dal carrello mi consentiva di leggere ancora una volta di più le etichette dei prodotti scritte in almeno dodici lingue (due o tre a me sconosciute) e siccome l’operazione ogni volta richiedeva sempre più tempo m’immaginavo lei, che evitando di incontrare lo sguardo di Laura, mi guardava un po’ sognante e desiderosa di parlarmi, di chiedermi qualche cosa, tipo, come mai, dopo due
giorni che avevo preso l’offerta dei trentadue cornetti alla marmellata di more, ero lì che le presentavo la stessa offerta ai gusti amarena-crema, trentadue bombe glicemiche che avrei eliminato in un baleno. Vaglielo a spiegare che da quando frequentavo il Mega tutte le voglie più malsane s’erano date appuntamento presso di me, e proprio i dolci, che prima non sopportavo, erano diventati i birilli che inesorabilmente stendevo dallo scaffale e se qualcuno mi avesse chiesto quante marche di prodotti dolciari erano presenti nel reparto alimentari avrei risposto subito sorridendo altezzoso: quasi duemila!!!

Fare la spesa non era proprio semplice e dopo il fattaccio della signora imbestialita non c’avevo più provato né da solo né in compagnia.

Era accaduto che, nella selva dei carrelli che giravano guidati da mani esperte, per un attimo, non so ancora come, sarà stata la calca che c’era, i bambini, canaglie che li spingevano lontano e poi, pericolosamente, li accostavano vicino alle scale, per un attimo dicevo, avevo perso il contatto con il mio fedele carrello ma subito lo avevo intercettato vicino al bancone dei liquori e lo avevo ripreso, sicuro che fosse il mio. Le mozzarelle di bufala, le sottilette, il vino greco, il pane integrale, l’acqua effervescente, insomma i miei soliti acquisti erano in quel carrello. Avevo girato per un’altra mezz’oretta acquistando varie leccornìe, dopo di che mi ero deciso a puntare dritto verso la cassa numero 32. Non avevo neanche preso il primo pezzo che, da dietro, un urlo rauco mi aveva fatto tremare: "Disgraziato, è mezz’ora che sto girando e rigirando per il mio carrello. Me li volevi fregare, gli ultimi tre zamponi con l’offerta di natale, ma ancora deve nascere chi vuole farmela!".

Sbigottito frugai nel carrello che fino a quel punto pensavo fosse il mio e, dal fondo dell’angolo destro, sbucarono le tre sagome degli zamponi disegnate sul cartone avvolgente. Dichiarai subito la mia buona fede scusandomi più volte con la signora che ancora sbraitava e dopo 5 buoni minuti di canea riuscìi a far desistere quella viràgo di una tonnellata circa dalla pretesa assurda di farsi pagare gli zamponi come risarcimento per l’inseguimento fattomi. Infatti il giro di mezz’ora per i labirinti degli alimentari le aveva causato una sudorazione abnorme e il respiro era diventato accelerato fino al punto di temere per l’incolumità del suo corpo di cento chili.

Tutto questo imbarazzante teatrino avvenne sotto lo sguardo inquisitorio di Laura e quello comprensivo della commessa dai due nei ma da allora non ebbi più il coraggio di fare la spesa lì al Mega e la bella commessa, per colpa del maledetto carrello e dei suoi mille e passa fratelli, non la vidi più.

Fare il giro nei negozi era più intrigante che addentrarsi nei reparti alimentari. La catena dei negozi era disseminata per i cinque piani di quella che da lontano sembrava una cittadella medievale con i suoi torrioni, le sue mura di cinta, i suoi passaggi levatoi e passerelle che si slanciavano lungo i laghetti artificiali. Se non fosse stato per quelle maledette scale mobili veloci come tappeti volanti orientali e nelle quali non riuscivo mai ad accordare il passo col gradino che stava per uscire, aggirarsi stupiti per quell’impero di aria condizionata era una sfida esistenziale che ogni volta accettavo con un misto di ansietà e felicità. Era bello guardare le luci, i colori che le vetrine rendevano ancori più puliti alla vista, ascoltare le musiche che salivano e scendevano per i vari piani, lanciare lo sguardo in profondità e non trovare un orizzonte certo ma scoprire sempre un limite nuovo, un nuovo spazio che man mano che ti avvicinavi si gonfiava ti si presentava davanti e ti invitava ad invaderlo. Era affascinante subire quella che sembrava una vertigine, un’ebbrezza che ti portava in un’altra dimensione, ti faceva sentire piccolo e leggero al cospetto di architetture da faraone, di spianate abbacinanti, di altezze infinite e chiedersi come era stato possibile fare tutto ciò, quale grande mente lo avesse pensato e quale grande forza lo avesse realizzato.

Se non avessi avuto il punto fermo che era rappresentato dalla mia Laura, in quell’oceano di figure senza volto, avrei lanciato il mio urlo di uomo solo, la mia mente avrebbe traballato di fronte ad un esercito di avversari inferociti e decisi a tutto pur di espugnare la cittadella, portando fuori da essa i suoi frutti costosi. Ma Laura per me rappresentava il mio alleato pronto a intervenire quando l’esercito nemico avesse tentato di prendere il sopravvento; era la mia sentinella di guardia che mi aspettava nel luogo pattuito, e se il nemico avesse ostacolato uno di noi due sarebbero intervenuti i nostri codici segreti: "Se ci perdiamo ci troviamo alle otto al parcheggio sinistro".

L’esercito ci provò più volte ad annientarci ma alla fine le battaglie le vincemmo tutte, Laura ed io.

Adesso Laura non c’era più. Non avevo più alleati da opporre al nemico ma mi sentivo pronto lo stesso, avrei combattuto da solo, non era facile lo sapevo, ma ormai lo avevo deciso!

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