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L’angoscia esistenziale.
di Giorgio Marchese  ( direttore@lastradaweb.it )

8 agosto 2011






Il pensiero è come il mare. Più è profondo, più fa paura.


 

A spasso verso un futuro migliore

Se tu fossi qui, adesso io saprei cosa fare. Se tu fossi qui, non mi nasconderei davanti agli occhi tuoi, ti direi quello che non ti ho detto mai, sceglieri i momenti giusti da ricordare... se tu fossi qui. A volte basta una parola, per stare bene a metà fra l’emozione e la paura d’amarsi, in questa eternità! Se tu fossi qui, io non impazzirei per questo amore. Se tu fossi qui, io non mi perderei davanti alla realtà. Ti direi quello che non ti ho detto mai... sceglierei i momenti giusti da ricordare... se tu fossi qui. A volte basta una parola, per stare bene a metà... fra l’emozione e la paura d’amarsi in questa eternità (Pino Daniele).

Di angoscia, così come di ansia, se ne parla ogni qual volta si viene pervasi da quella strana sensazione che non ti consente di essere definita propriamente, un dolore ma, al tempo stesso, non somiglia neanche alle varie gradazioni di stati emotivi di cui crediamo di disporre. E allora? Proprio l’indefinibile fastidio diventa, al tempo stesso, una sorta di "insostenibile leggerezza dell’essere"!

Se ci soffermiamo a considerare l’immagine proposta, possiamo ricavare una serie di informazioni interessanti. Quella donna che, apparentemente, dovrebbe rappresentare un emblema di sensualità ed erotismo, in realtà (basta soffermarsi sul suo sguardo), esprime un insieme di difficoltà: quelle di trovarsi all’interno di un vuoto che, contestualmente, è estremamente pesante da condurre, da portare e, all’interno del quale, è difficile vivere.

Perché?

Perché l’angoscia è quello stato d’animo che ognuno di noi prova, in determinate condizioni, nel momento in cui sente quel non so ché che gli impedisce di agire, che gli spegne le motivazioni ma al tempo stesso lo rende inquieto e gli rende difficile da gestire le emozioni, i comportamenti con in più, rispetto a quello che, comunemente, chiamiamo ansia, una sorta di somatizzazione neurovegetativa (cioè, un coinvolgimento organico, sul piano sintomatologico: un peso "alla bocca" dello stomaco, una certa "fame" d’aria, una sorta di tosse nervosa, le tempie che sembrano "esplodere", le gambe pesanti, i muscoli doloranti, etc.). Tutto questo porta ad uno stato di inquietudine "frenata": è come se volessi fuggire ma ti sentissi legato ad una catena.

Perché questo abbinamento di angoscia e noia?

 La noia deriva da una condizione di ridotta attivazione per mancanza, progressiva di motivazioni. Questo determina una situazione di "ipostress" che tende, progressivamente a spegnere gli strati superiori della coscienza, lasciando in ebollizione, quelli più profondi. Un po’ come il cono di un vulcano inattivo: all’esterno sembra che tutto taccia; sotto, invece, nella cosiddetta "camera magmatica", la temperatura è elevata e le pressioni che si producono, spingono la lava incandescente a cercare uno sfogo. Allo stesso modo, la noia (soprattutto quando deriva da frustrazioni legate alla mortificazione di obiettivi importanti (come il lavoro o il mondo degli affetti), genera una reazione di pseudo depressione che andrà a creare stati sfiatamento smanioso e angoscioso.

Il giorno più facile? Ieri!

 Soltanto quando le cose le hai fatte e sei riuscito a portarle a termine, allora ti accorgi che erano alla tua portata. Non... "domani è un altro giorno" quanto, piuttosto... "oggi è un altro giorno"... e devi ricominciare, perché ti devi rimettere in gioco completamente, totalmente, unicamente perché sei tu e soltanto tu, a potere determinare (costruendo nella tua mente e studiando in anticipo tutto quello che servirà per risolvere i problemi) le strategie necessarie al raggiungimento di quello che ti sei proposto. E allora, ogni giorno riparti daccapo, con la consapevolezza che, tutto ciò che hai fatto ieri, se dovessi rifarlo, sarebbe facile. Fin troppo. Ma ti aspetta il nuovo.

Senza la certezza di saperlo affrontare! 

L’egoismo è l’uomo o, per meglio dire, il moto dell’uomo. Togliete l’egoismo all’uomo e ne farete una pietra: non ha più ragione di operare il bene né il male. L’egoismo è l’unico movente delle azioni umane" (Cesare Bini). Quotidianamente, più volte al giorno (alla stregua di una somministrazione galenica), ovunque volgiamo il nostro sguardo, notiamo manifestazioni di egoismo totale, incondizionato, camuffato e truffaldino.

La parola "Io".

In psicologia rappresenta una struttura psichica (organizzata e relativamente stabile) deputata al contatto ed ai rapporti con la realtà, sia interna che esterna. Nella grammatica della lingua italiana, "diventa" un pronome personale che indica un soggetto (che in quanto tale non è disponibile a subire l’essere un oggetto). La sua derivazione etimologica trae origine dal greco "Ego" che, con l’aggiunta di "ismo" (suffisso che tende a formare parole astratte che indicano dottrine o atteggiamenti) diventa, guarda guarda, egoismo.

Ogni qualunque operazione dell’animo nostro ha sempre la sua certa e inevitabile origine nell’egoismo (Giacomo Leopardi). "E tutti quelli che hanno rischiato la vita, che sono riusciti a ispirare altri a morire per una causa? - si, in quel momento si... ma poi, cosa rimane? Letame e ceneri!" (Tiziano Terzani).

E anche se volessimo considerare i vari Dalai Lama, Danilo Dolci, Madre Teresa di Calcutta, Giovanni Paolo Secondo, Nelson Mandela, etc... non potremmo e non dovremmo ignorarne la grandezza ma... a parte il fatto che non li abbiamo frequentati nel privato per giudicarne il carattere... può darsi che noi esseri umani operiamo in tal senso:

  • Quando c’è da agglomerarsi intorno alla difesa o al recupero di valori importanti riusciamo a trovare la spinta a tirare il meglio di noi;
  • Nei momenti in cui si vive lontano dal bisogno di lottare, o narcotizzati da un apparente benessere, finiamo col comportarci come le bestie che si abbeverano alle pozze della savana, dove i predatori si sfamano (all’occorrenza) e le prede continuano come se nulla fosse (tanto non è toccato a loro); o come i maiali nel proprio recinto, che litigano quando qualcuno di loro invade lo spazio dell’altro, ignari del fatto che altri stanno decidendo per il loro futuro (salumi e affettati vari, per intenderci).

Ultimo minuto.

Ultimo minuto è un film del 1987 diretto da Pupi Avati. L’ultimo interpretato da Ugo Tognazzi.

Walter Ferroni (Ugo Tognazzi) è il general manager di una squadra di calcio che sopravvive, nella bassa classifica della Serie A degli anni ’80, tra problemi finanziari, piccoli imbrogli e tanta passione.

Dopo anni di difficoltà e di bilanci "aggiustati con la scolorina", Ferroni riesce a fare acquistare la squadra dal ricco industriale Di Carlo (Lino Capolicchio), credendo che questi si limiterà a finanziare la società lasciando a lui la gestione. Il nuovo presidente invece, con piglio imprenditoriale, lo rimuove dall’incarico e gestisce personalmente, inserendo nuovi manager accanto a quelli del vecchio staff di Ferroni prontamente passati al servizio del nuovo padrone.

La nuova gestione parte con baldanza, ma senza l’esperienza e i contatti di Ferroni incontra subito notevoli difficoltà. Il nuovo presidente impara a proprie spese che gestire una società di calcio è diverso dal gestire un’azienda. La squadra passa da una sconfitta all’altra, sino a quando lo stesso Di Carlo viene pesantemente contestato e minacciato dai tifosi. Il presidente si trova costretto a ritornare sui suoi passi e richiama Ferroni che, emarginando l’incapace allenatore, rende la squadra nuovamente competitiva, assumendone di fatto anche la guida tecnica.

Tra le perplessità e l’ostilità di molti, dentro e fuori la società, vince la prima partita della sua nuova gestione con una mossa coraggiosa e disperata: sostituisce a pochi minuti dalla fine della gara con l’Avellino il vecchio e corrotto centravanti (Boschi), con un giovane diciassettenne (Paolo Tassoni) della squadra "primavera", che realizza il gol decisivo. Proprio all’ultimo minuto.

  • Si, avanti!
  • Mi aveva fatto chiamare?
  • Si, mi scusi se mi trova in queste condizioni. A proposito, tanti saluti da mia moglie!
  • Ah, grazie!
  • Sa, io nel mio ambiente ormai ho una tale esperienza da non avere più grossi problemi ma questo campo è nuovo per me e per i miei collaboratori!
  • No, ma guardi, non si deve preoccupare ai contratti e ai trasferimenti ci ho sempre pensato io e quindi...
  • È questo che non mi piace! Se l’industria è sana, efficiente, giovane e grintosa può espandersi e sopravvivere; se la si gestisce con vecchi trucchi o intrallazzi di ogni genere è destinata a scomparire.
  • Ma, guardi, che se c’è una squadra pulita quella è la nostra! Glielo giuro su mia figlia!
  • Sua figlia? Lei lo sa che non è vero! Basta leggere i bilanci. È bastata una mezza giornata al mio amministratore, per rendersi conto del grande casino nel quale vi siete mossi in tutti questi anni. Lei mi dirà che non c’era altra soluzione. E allora è meglio chiudere, cambiare!
  • Ma non vorrà mica togliere la squadra dal campionato’
  • Cambiare sistema. Ed è quello che il mio gruppo ha deciso di fare!
  • Ed io?
  • Naturalmente può restare!
  • Con quale incarico?
  • Accompagnatore della squadra, così per quanto riguarda l’esterno nessuno se ne accorge.
  • Due anni fa, per salvare la squadra, dalla retrocessione lo sa che cosa ho fatto? Ho venduto l’appartamento di mia moglie; in due giorni mi sono fatto 3.000 km in macchina per convincere un amico ad aiutarci. Ma questo non è niente! L’anno successivo, stessa cosa. Sempre in mezzo ai guai! Centocinquanta milioni di cambiali firmate in proprio, per permettere al nostro allenatore di dichiarare in televisione che aveva salvato "lui", la squadra dalla serie B! Io non so quando è nata mia figlia... ma so esattamente che il 23 dicembre 1976 abbiamo fatto 2 a 2 con l’Udinese e che, la domenica successiva, abbiamo perso 3 a 0 con la Roma. E allora la domenica dopo, lo sa cosa ho fatto? Ho fatto fare un autogol ad un giocatore della squadra avversaria, a 3 minuti dalla fine. Un favore personale !

Il grande Tognazzi, interpreta un personaggio simile a ciò che era, in effetti, nell’ultimo scorcio della propria vita: sensibile, delicato, leggermente presuntuoso, vulnerabile, disilluso, stanco, deluso. Una figura che ricorda lo sconforto di un personaggio di una fra le tante e significative poesie composte da Antonio de Curtis (totò), particolarmente significativa: Ludovico e Sarchiapone.

Teneva diciott’anne Sarchiapone, era stato cavallo ammartenato, ma... ogni bella scarpa nu’ scarpone addeventa c’ ’o tiempo e cu ll’età . Giuvinotto pareva n’inglesino, uno ’e chilli cavalle arritrattate ca portano a cavallo p’ ’o ciardino, na’ signorina della nobiltà . Pronto p’asc’i sbatteva ’e ccianfe ’nterra, frieva, asceva ’o fummo ’a dint’ ’o naso, faville ’a sotto ’e piere, ’o ffuoco! ’A guerra! S’arrevutava tutt’ ’a Sanità . Ma... ogni bella scarpa nu scarpone c’ ’o tiempo addeventammo tutte quante; venette pure ’o turno ’e Sarchiapone. Chesta è la vita! Nun ce sta che ffà . Trista vicchiaja. Che brutto destino! Tutt’ ’a jurnata sotto a na carretta a carrià lignammo, prete, vino. "Cammina, Sarchiapò ! Cammina, aah!". ’0 carrettiere, ’nfamo e disgraziato, cu ’a peroccola ’nmano, e ’a part’ ’o gruosso, cu tutt’ ’e fforze ’e ddà sotto ’o custato ’nfaccia ’a sagliuta p’ ’o fà cammenà . A’ stalla ll’aspettava Ludovico, nu ciucciariello viecchio comm’ a isso: pe’ Sarchiapone chisto era n’amico, cumpagne sotto ’a stessa ’nfamità . Vicino tutt’ ’e dduje: ciuccio e cavallo se facevano ’o lagno d’ ’a jurnata. Diceva ’o ciuccio: "I’ nce aggio fatto ’o callo, mio caro Sarchiapone. Che bbuò fà ? lo te capisco, tu te si abbeluto. Sò tutte na maniata ’e carrettiere, e, specialmente, ’o nuosto,è ’o cchiù cornuto, ca maie nce puteva capità . Sienteme bbuono e vide che te dico: la bestia umana è un animale ingrato. Mm’ he a credere... parola ’e Ludovico, ca mm’ è venuto ’o schifo d’ ’o ccampà . Nuie simmo meglio ’e lloro, t’ ’o ddico io: tenimmo core ’mpietto e sentimento. Chello ca fanno lloro? Ah, no, pe ddio! Nisciuno ’e nuie s’ ’o ssonna maie d’ ’o ffà . E quanta vote ’e dicere aggio ’ntiso: "’A tale ha parturito int’ ’a nuttata Ĺna criatura viva e po’ ll’ha accisa. Chesto na mamma ciuccia nun ’o ffà !". "Tu che mme dice Ludovico bello?! O’ vero ’o munno è accussi malamente?" "E che nne vuo sapè , caro fratello, nun t’aggio ditto tutta ’a verità . Tu si cavallo, nobile animale, e cierti ccose nun ’e concepisce. I’ so plebbeo e saccio tutt’ ’o mmale ca te cumbina chesta umanità ". A sti parole ’o ricco Sarchiapone dicette: "Ludovì , io nun ce credo! I’ mo nce vò , tenevo nu padrone ch’era na dama, n’angelo ’e buntà . Mm’accarezzava comm’a nu guaglione, mme deva ’a preta ’e zucchero a quadrette; spisse se cunzigliava c’ ’o garzone (s’io stevo poco bbuono) ch’ eva fà ". "Embè ! - dicette ’o ciuccio - Mme faie pena. Ma comme, tu nun l’he capito ancora? Si, ll’ommo fa vedè ca te vò bbene è pe nu scopo... na fatalità . Chi pe na mano, chi pe n’ata mano, ognuno tira ll’acqua al suo mulino. So chiste tutte ’e sentimente umane: ’a mmiria, ll’egoismo, ’a falsità . ’A prova è chesta, caro Sarchiapone: appena si trasuto int’ ’a vicchiaia, pe poche sorde, comme a nu scarpone, t’hanno vennuto e si caduto ccà . Pe’ sotto a chillu stesso carruzzino ’o patruncino tuio n’atu cavallo se ll’ è accattato proprio stammatina pe’ ghi currenno ’e pprete d’ ’a città ". ’0 nobbile animale nun durmette tutt’ ’a nuttata, triste e ll’uocchie ’nfuse, e quanno avette ascì sott’ ’a carretta lle mancavano ’e fforze pe tirà . "Gesù , che delusione ch’aggio avuto!" (penzava Sarchiapone cu amarezza). "Sai che ti dico? Ll’aggia fa fernuta, mmiezo a sta gente che nce campo a ffà ?" E camminanno a ttaglio e nu burrone, nchiurette ll’uocchie e se menaie abbascio. Vulette ’nzerrà ’o libbro Sarchiapone, e se ne jette a ’o munno ’a verità .

Versione tradotta, in Italiano.

Aveva diciotto anni Sarchiapone. Era stato un cavallo purosangue ma... ogni bella scarpa, uno scarpone diventa nel tempo e con l’età! Da giovanotto pareva un inglesino, uno di quei cavalli bardati, che portano a passeggio, nei giardini, le signorine della nobiltà . non appena capiva di dover uscire, scalpitava facendo uscire il fumo dalle narici e, sembrava, che sotto gli zoccoli, uscisse addirittura il fuoco, tanta era la potenza sprigionata! Sembrava una guerra: si rivoltava, tutto il quartiere Sanità!

Ma... da ogni bella scarpa, in uno scarpone malridotto, col tempo, ci trasformiamo tutti quanti. E venne anche il turno di Sarchiapone. Questa è la vita! Non si può fare altrimenti! Triste vecchiaia, amaro destino! Tutto il giorno a trainare un carro carico di legname, o di pietre, o di botti di vino.

"Cammina, Sarchiapò ! Cammina, aah!". Il carrettiere, infame e disgraziato, lo percuoteva violentemente, sul costato, con la frusta dalla parte del manico, per spingerlo ad accelerare ad ogni salita. Nella stalla lo attendeva Ludovico, un asinello vecchio come lui. E, per Sarchiapone, questo, era un amico, compagno di sventura costretto a subire le stesse infamità. L’uno accanto all’altro, si sfogavano per quanto avevano subìto durante la giornata.

Diceva l’asino: "io c’ho fatto il callo, mio caro Sarchiapone. Che vuoi farci? lo ti capisco, tu sei abbattuto...I carrettieri sono tutti di una cattiva razza e, specialmente il nostro padrone è il più sadico che ci potesse capitare. Ascolta bene quello che ti dico: la bestia umana è un animale ingrato! Mi devi credere... parola mia... che m’è venuto il disgusto per la vita. Noi siamo, di gran lunga, meglio di loro, te lo garantisco: siamo sensibili e riconoscenti. Sai, invece, loro di cosa sono capaci? Fanno cose che non sogneremmo lontanamente di commettere! Quanta volte mi è capitato di ascoltare - "la tale ha partorito nella notte un bambino vispo e sano... e poi lo ha soppresso!" - questo, una mamma asino, non lo farebbe mai!!".

"Tu che mi stai raccontando, Ludovico bello?! Veramente il mondo è così brutto" .

"E cosa ne puoi sapere , caro fratello, non ti ho nemmeno detto tutta la verità. Tu sei cavallo, nobile animale, e certe bassezze neanche riesci ad immaginarle. Io, invece, sono di umili origini e sono a conoscenza di tutto il male di cui è capace questa immonda umanità".

"Ludovìco... io nun ci credo! Avevo un padrone che era un angelo... Mi accarezzava come un bambino, mi dava le zollette di zucchero; spesso (quando stavo poco bene) si consigliava con gli esperti, per sapere come comportarsi".

"Embè ! - rispose l’asino - Mi fai proprio pena. Ma come, non lo hai capito ancora? Se l’uomo fa vedere che ti vuole bene e si interessa a te, è per un fine ben preciso e per un tornaconto personale! Chi per un verso, chi per un altro, ognuno tira l’acqua al suo mulino. Sono questi, i sentimenti umani: l’invidia, l’egoismo, la falsità. La prova è questa, caro Sarchiapone: appena sei entrato "nella terza età", per pochi spiccioli, come una scarpa vecchia ti hanno svenduto e sei caduto in questa disgrazia. Sotto quel bel carrozzino che trainavi tu, con talta baldanza, il tuo padroncino ci ha messo un altro cavallo che ha comprato proprio stamane, per scorazzare lungo le vie della città".

Il nobile animale, per quella notte, non riuscì a prendere sonno. Al mattino, triste e confuso, appena fu attaccato al carro da lavoro, si accorse di non avere più forze e motivazioni per continuare.

"Gesù, che delusione che ho avuto!" - (pensava con amarezza) - "Sai che ti dico? La voglio fare finita. In mezzo a questa gente... cosa ci sto a fare? "

E camminando sul ciglio di un burrone, inspirò profondamente, chiuse gli occhi e si lasciò cadere. Volle chiudere il "suo" libro, Sarchiapone. E se ne andò, nel mondo della "verità"..

E’ anche da qui, che nasce l’angoscia esistenziale:

  • La paura che, prima o poi, sarai "fatto fuori" perché sarai ritenuto non più utile (socialmente, moralmente, affettivamente, etc.);
  • Il turbamento relativo al fatto che, ora che sei ancora forte, non sai come dirigere e utilizzare questa tua energia;
  • Il senso di colpa che ti deriva dal fatto che, con molta probabilità, per realizzare tutto quello che hai prodotto (e che ti è costato sacrificio), con molta probabiltà avrai commesso degli errori che avranno fatto soffrire altri per cui tu, in un modo o nell’altro, cercherai di schivare rimorsi e rimpianti ma, dentro, ti porterai il peso di un vuoto "ingombrante", perché ti blocca come una catena attaccata al collo e ad una delle due caviglie in maniera tale che, tu, avrai l’illusione di poterti muovere, spostando in avanti quella gamba che senti libera, le braccia che senti libere però... subito avrai un primo strappo perché il torace non lo potrai spostare più di tanto e, successivamente, subirai un secondo strappo perché, dopo aver portato avanti, la gamba libera, vai per muovere quella legata e quella, pur "rispondendoti", senti che è impedita e dolorante perché l’anello cui è legata la catena, comincia a scavare la tua pelle che, a furia di sfregare porterà il segno dei dolori conflittuali.

Il padrino - Parte III (The Godfather: Part III)

È un film del 1990 diretto da Francis Ford Coppola, come epilogo di una saga che comprende altri due capitoli.

Trama (fonte Wikipedia)

New York, 1979: Michael Corleone, gode, ormai la fama di una persona rispettabile, ricca e potente. In realtà, è indebolito da una vecchiaia che gli fa sentire il peso delle sue malefatte e, per cercare di scrollarsi di dosso un po’ di rimorsi, è impegnato in una sincera attività volta a guadagnarsi onorabilità sociale e ad estraniare definitivamente la propria famiglia dal mondo della mafia. Sua figlia, Mary è presidente onorario della "Fondazione Vito Andolini Corleone", (impegnata nell’opera di rinascita culturale e sociale della Sicilia) e suo figlio Anthony, sceglie di intraprendere la carriera di cantante lirico. Solo il nipote Vincent (figlio naturale del fratello Sonny) gli resta accanto, come erede designato. Ricevuta dall’Arcivescovo Gilday una bolla papale con un titolo onorifico conferitogli da Paolo VI, in virtù delle sue opere benefiche, Michael investe seicento milioni di dollari nella Banca Vaticana, per entrare nella "Internazionale Immobiliare" (in mano alla banca vaticana) e assumerne il controllo. Tale investimento serve all’Arcivescovo per evitare il rischio di una bancarotta fraudolenta causata dalle manovre di un gruppo di avidi uomini d’affari cattolici, gudati dal potente Licio Lucchesi, un influente uomo politico italiano, che guida la maggior parte dei clan mafiosi in Italia. Tale operazione viene contrastata anche dalla mafia americana che tenta (senza riuscirci) di eliminare Corleone. Quest’ultimo, giunto a Palermo per assistere al debutto nell’opera di Anthony, scopre chi muove i fili della cospirazione contro di lui. Anche il nuovo pontefice (Giovanni Paolo I) che avrebbe potuto sostenere l’operazione in suo favore, viene eliminato. Micheal scopre che tutto il suo operato per estraniarsi dal crimine è stato vano. Non potendo (e non volendo) proseguire oltre, cede il comando al nipote che, a quel punto, assume il nome di Don Vincenzo Corleone. La sera del debutto di Anthony al Teatro Massimo si svolge la resa dei conti fra i Corleone e i propri nemici. Vittima di ciò, diventa Mary, colpita al posto del padre,che muore sotto gli occhi di quest’ultimo. Il film termina mostrando la fine di Michael, ormai anziano, molti anni dopo la morte di Mary, in una villa in Sicilia, completamente solo e abbandonato da tutti.

Il Padrino si confessa

- Non vorresti che io adesso ti confessassi?

- Vostra Eminenza io... è passato tanto tempo. Non saprei da dove... sono trent’anni che, io, io le farei perdere troppo tempo, temo.

- Trovo sempre il tempo per salvare un’anima.

- Beh! La mia è un’anima irrecuperabile.

- No, no! Potete allontanarvi per qualche minuto, per cortesia? Grazie! Io ascolto le confessioni dei miei preti proprio qui! A volte il bisogno di confessarsi è irresistibile e noi dobbiamo cogliere il momento.

- A che cosa serve la confessione se io non mi pento?

- Dicono che tu sia un uomo pratico. Che cos’hai da perdere? Eh? Coraggio!

- Io ho tradito mia moglie.

- Continua, figliolo!

- Ho tradito me stesso, ho ucciso uomini e di altri ho ordinato la morte.

- Ti prego, continua figliolo!

- È inutile!

- No! Coraggio!

- Ho ucciso... ho ordinato di uccidere mio fratello. Mi aveva fatto uno sgarbo. Ho ucciso la carne di mia madre. Ho ucciso la carne di mia madre!

- I tuoi peccati sono tremendi ed è giusto che tu ne soffra. La tua vita potrebbe essere redenta ma so che in questo tu non credi. Non cambierai. "Ego te absolvo in nomine patris et filii et spiritus sancti. Amen".

 

Ciascuno di noi, ha un cervello abbastanza sviluppato, dal punto di vista anatomico e sufficientemente raffinato dal punto di vista delle capacità potenziali. Questo è un gran dono ma è, al tempo stesso, una grande condanna perché ci ritroviamo, "dentro" qualcuno che continuamente ci domanda: "E ora, che facciamo? Ieri, sicuro che è andato tutto bene? E domani che ci aspetta? Avanti, su! Rispondi perché io ho fretta!" L’essere umano, in quanto tale, diventa un problema per se stesso e genera tutto il peso possibile e immaginabile per provare a rispondere, avendo la paura di sbagliare e sapendo che la vita, come sosteneva il grande commediografo Arthur Miller "è una rappresentazione teatrale dove non sono ammesse prove".

Il nostro problema nasce nel momento in cui, a differenza di altre specie animali, siamo in grado di porci la domanda: "Che senso ha, tutto ciò, su questa Terra?". Le strade da percorrere durante il tempo a disposizione, sono molte ma, solo poche, garantiscono un’uscita di sicurezza. Tanti si inventano soluzioni discutibili sul piano etico e morale. Non si spiegherebbe altrimenti il comportamento auto ed eterolesionistico di chi dovrebbe rappresentare un esempio autorevole e istituzionale. Alcuni mostrano il coraggio, nella paura, dichiarandosi non all’altezza del compito e cercando di uscire, velocemente di scena (come molti personaggi di "Verghiana" memoria). Altri, ancora, in nome di un presunto e preteso risarcimento per danni subiti dalla Società (nel termine più ampio), mettono in atto situazioni pericolose, eclatanti e "squlibrate".

Il senso della vita. Il segreto è tutto qui!

La morte di Mary

 

Di seguito, si può apprezzare la scena finale de "Il Padrino - Parte III", che esprime in maniera intensa, attraverso rimorsi, rimpianti e sensi di colpa, il concetto dell’angoscia esistenziale.. Michael Corleone, all’uscita del teatro a Palermo, dove era andato a vedere il figlio che aveva deciso di diventare tenore, quindi uscire dallo schema mafioso, viene fatto oggetto di un attentato ma, al suo posto, muore Mary, la figlia prediletta che, cadendo davanti ai suoi occhi gli chiede aiuto per l’ultima volta con un sussurro: "Papà!" Dopo un momento di dolore intenso c’è il senso di colpa che si esprime attraverso un urlo strozzato, poi una sequenza di immagini che dal presente lo riportano nel passato, nella galleria dei rimpianti e, alla fine, roso dai rimorsi, rimane da solo... come un cane.

Vederti morire una figlia, che hai amato al di là di te stesso, davanti agli occhi... e, per giunta, al posto tuo... Quale punizione peggiore ci può essere? La vita è un ballo, un ballo triste? Da quello che abbiamo visto in questa sequenza, pare proprio di si! Un ballo fatto di rapporti con donne, con donne che ti hanno amato che tu hai amato da cui hai avuto la vita e che hanno dato la vita e che finisce che ti lasciano da solo. È un ballo che ti stanca i muscoli delle gambe, che ti fa pesare in maniera eccessiva tutto quello che fai, per cui ti costringe a sederti, a restare da solo perché nessuno ti vorrà più frequentare. E tu non vorrai più vedere nessuno: mettere gli occhiali scuri perché non hai più il coraggio di guardare avanti e gradirai diventare cieco, sordo, muto. E, alla fine, ti lascerai andare.

La giornata di Nick Vujicic

 Nick Vujicic (nato a Melbourne, il 4 dicembre 1982) è un predicatore e uno speaker motivazionale, direttore di "Life Without Limbs", un’organizzazione per i disabili. Regolarmente, tiene discorsi in tutto il mondo sulla disabilità e sulla speranza. Primogenito di una famiglia serba cristiana, Nick Vujicic è nato con un rara malattia genetica: la tetramielia: è privo di arti, senza entrambe le braccia, e senza gambe eccetto due abbozzi di piedi uno dei quali ha due dita. La sua vita è stata piena di difficoltà. Non ha potuto frequentare la scuola tradizionale a causa del suo handicap, come la legge australiana prevedeva. Durante il suo periodo scolastico, la legge fu cambiata, e Nick fu uno dei primi studenti disabili a frequentare una scuola normale.

Ha imparato a scrivere usando le due dita del suo "piede" sinistro e un dispositivo speciale che si aggancia al suo grande alluce. Ha anche imparato ad usare un computer ed a scrivere usando il metodo "punta tacco" (come mostra durante i suoi discorsi), lanciare palle da tennis, rispondere al telefono e versarsi un bicchiere d’acqua (anche questo mostrato nei suoi discorsi).

Preso di mira dai bulli della scuola, Nick diventò estremamente depresso e all’età di otto anni, cominciò a pensare al suicidio. Dopo aver supplicato Dio di fargli crescere braccia e gambe, Nick comprese che le sue condizioni erano di ispirazione per molte persone e cominciò a ringraziare Dio di essere vivo. Un punto chiave della sua vita fu quando sua madre gli mostrò un articolo di giornale che parlava di un uomo che viveva con grandi difficoltà dovute ai suoi handicap. Questo gli fece capire di non essere il solo a vivere in maniera "anomala". Dall’età di diciassette anni, cominciò a parlare con il suo gruppo di preghiera e, successivamente, avviò la sua organizzazione No Profit, Life Without Limbs.

Nick è uscito dal College all’età di 21 anni con un "Double major in ragioneria e Promozione Finanziaria. Attualmente, viaggia di paese in paese per parlare a congregazioni cristiane, scuole, meetings aziendali. Ha tenuto discorsi a più di due milioni di persone fino ad ora, in dodici paesi di quattro continenti. (Fonte Wikipedia)

  La vita è un ballo! Lo dicevamo prima. Però, questa danza può diventare diversa rispetto a quella "vissuta" ne "Il Padrino". Un ballo veloce, armonico, che "conduci" da solo perché è da solo che vivi. Con te stesso con tutti i risvolti del tuo animo che poi puoi condividere con gli altri senza più cinismo ma con l’amore di dare, sicuro di poter ricevere per alimentare il piacere di stare con ognuno e diventare un esempio per gli altri. Non c’è spazio per chi non ci sta!

Sei maggio millenovecentonovantadue. Caro babbo, è inutile discutere. D’accordo non saremo mai. Che cosa c’è di strano in ciò? Trent’anni ci separano O forse... C’è il timore in te di non trovare più la forza d’essere al mio fianco se... gli ostacoli mi fermano. Non preoccuparti, ascoltami: avrò problemi, affronto infami ma... niente mi spaventerà, niente mi corromperà. Niente al mondo mi farà scordare che... Posso vincere. E voglio farcela da me! E già... posso vincere. E voglio farcela da me. So bene che per te è difficile giustificare questa smania di combattere Osare l’impossibile... lo so! Ti sembrerà incredibile ma, più ci penso più m’accorgo che... Assomiglio proprio a te! E non sai come vorrei che la forza... non ti abbandonasse mai, per averti qui. E non arrendermi. Mai. Ciao babbo. A presto. (Andrea Bocelli)

G. M. - Medico Psicoterapeuta

 

P.S. per questo articolo si è preso spunto dai seguenti editoriali:

L’epopea del salmone L’egoismo dell’io E...state con voi

 

Si ringrazia Lina Gentile per la collaborazione nella stesura del dattiloscritto.

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