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Quelli che sentono le voci...
di Giorgio Marchese  ( direttore@lastradaweb.it )

30 novembre 2010



Sono matti?


 

News Neuroscienze

 A circa il 4% delle persone capita di sentire voci che non provengono dall’esterno. Pone al centro dell’attenzione questo tema il dottor Giuseppe Tissi, responsabile del Centro psico-sociale dell’Ospedale Sacco e tra i promotori dell’Incontro "Sentire le voci, far sentire la propria" che si tiene al Teatro del Buratto a Milano. L’invito è rivolto a tutti coloro che temono di essere considerati matti: "Gli studi raccolti dal professor Marius Romme, docente dell’università di Maastricht, condotti su 15 mila persone" - spiega il dottor Tissi - "hanno evidenziato che una percentuale compresa tra il 2 e il 4% dell’intera popolazione è coinvolta da questo fenomeno. In particolare, questa percentuale è composta per due terzi da persone senza alcuna patologia psichiatrica".

Trasferendo i risultati di questi studi alla popolazione italiana, si ottiene un numero stimabile intorno ai 2 milioni di persone. L’esperienza clinica degli psichiatri rimane all’oscuro di questa parte di uditori che sono in numero maggiore di quelli cui le voci provocano sofferenza. Chi ha provato l’esperienza dell’allucinazione uditiva a volte la nasconde anche alle persone più vicine. L’obiettivo di questi due giorni di lavori è anche far cadere un tabù: si possono "sentire le voci" e avere una vita del tutto soddisfacente.

Riflessioni

Partiamo dl principio che tutto quello che vediamo, ascoltiamo, annusiamo, tocchiamo, assaggiamo, non è "reale" in quanto tale: cioè, non lo percepiamo così com’è, appunto, nella realtà. Infatti, tutto ciò che colpisce i nostri sensi attiva il meccanismo della "sensazione": cioè del trasporto del segnale attraverso le fibre nervose ascendenti che, dal recettore specifico, arrivano nel cervello, in una zona di smistamento chiamata talamo, da cui verranno inviate alla zona di corteccia cerebrale competente.

Da questo momento in poi, si attiverà il meccanismo della "percezione" che consiste nel comparare il messaggio sensoriale in ingresso con quanto depositato in memoria attraverso esperienze precedenti, cui è legato anche un pacchetto emozionale, che renderà più o meno gradevole il riconoscimento del messaggio.

In conseguenza di ciò, il risultato finale sarà una mediazione fra:

  • la realtà;
  • la sua modificazione (che avviene durante il trasferimento sensoriale attraverso le fibre nervose fino al talamo, in cui il segnale di partenza viene relativamente alterato per via dei passaggi sinaptici);
  • la sua rimodulazione in funzione dell’evocazione emotiva, che la comparazione fra il dato di partenza (la stimolazione sensoriale) e il riconoscimento con le informazioni in memoria, ha determinato.

Quindi, siccome ogni nostra percezione, consapevole o meno, è la rappresentazione virtuale della realtà che ci circonda, non deve affatto preoccuparci se generiamo percezioni in assenza di stimoli esterni. Infatti, a seconda delle nostre pulsioni (stimoli interni), può nascere la necessità di prelevare dalla memoria un pacchetto di informazioni che genereranno, appunto, la percezione. Più che preoccuparci di ciò (che è il risultato di un meccanismo fisiologico) dovremmo occuparci delle motivazioni per stabilire se (attraverso percezioni logiche, dispercezioni o allucinazioni) possiamo considerarci nella norma o ci dobbiamo preoccupare.


Fonti

  • www.edott.it

 

 

Giorgio Marchese - Medico Psicoterapeuta - docente di Psicologia fisiologica c/o la Scuola di Specializzazione in Psicoterapia ad Indirizzo Dinamico (SFPID) - ROMA

 

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