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Gap.
di Fernanda Annesi  ( fernanda_65@yahoo.it )

6 novembre 2010






Rincorro. Vorrei. Immagino...


Pensieri degli anni difficili.

Potrei parlare delle difficoltà incontrate per comunicare, delle armi che ognuno adopera per arrivare alla realizzazione del suo obiettivo. Che il fine giustifica i mezzi? Mah, non ne sono poi così convinta. Della capacità di rimuovere velocemente quando la forza della passione è tale da mostrarti solo la parte più bella. Quando all’improvviso un triangolo assume una forma tondeggiante senza spigoli. Etc. etc.

Cosa succederà quando, arrivata la primavera, la neve si scioglierà al sole lasciando sul terreno le orme di quello che prima dell’inverno era passato violentemente, investendo tutto e tutti?

Costretta a vivere con un uomo che non amo!

Non si può trovare conforto nel contorno. È vero che i colori caldi e scricchiolanti dell’autunno invitano a partecipare attivamente alla realizzazione del progetto che si tramuterà nel più bel desiderio avverato, ma è altrettanto chiaro che se il contorno finisce per circoscrivere uno spazio troppo stretto, troppo piccolo, troppo lontano e beh, allora è bene stare all’erta.

Ho deciso. Ci riprovo. Studio attentamente la situazione e ricomincio. Riaggancio un discorso cominciato tempo fa, con una consapevolezza nuova. Ma c’è qualcosa che mi sfugge. Non riesco a capire cosa ha potuto urtare, creando un istante di intensa fibrillazione che ha fatto vibrare.

Vorrei poter osservare le cose assumendone anche i dettagli che stanno fuori dal contorno, quelli più significativi e che fuggono perché non immediati.

Le parole con niente, prive di significato. Parlo e non mi accorgo di quello che scivola senza penetrare e ne riesco con addosso e dentro una sensazione povera che ruba qualcosa alla mia sensibilità. Studio attentamente i dettagli in tutti gli angoli, prevedendo i risultati in ogni caso e provando a cercare un senso alle varie situazioni.

 Cerco di tessere una trama di tessuto fresco e leggero che possa avvolgere coprendo, senza appesantire, ricamando i dettagli usando più colori, a rompere lo schema stabilito dalla tonalità di fondo.

La paura del vuoto.

Quella che ti spinge a riempire i buchi, a volte senza rispettare i propri desideri, ma solo per avere la certezza di non respirare aria senza ossigeno. E così ci si ritrova ad organizzare con cura, istante per istante, ogni minuto, rafforzando la sicurezza che il tempo è, si speso bene, ma soprattutto pieno.

Ma dov’è l’imprevedibilità in tutto questo?

Quella che ti fa incontrare casualmente un cielo striato di rosso mattutino che toglie il fiato, che ti regala il piacere di riaprire gli occhi al giorno e inventare una bella storia che può durare anche solo pochi momenti. Vissuti con interezza, però.

Riprendo i miei fogli fra le mani. Sfoglio delicatamente e mi lascio catturare dal profumo che emanano, confortando, alleggerendo l’angoscia che vive in ogni mio passo. Nonostante. Porto con me il peso di una sofferenza che blocca il respiro a metà petto, rallentando ogni movimento e ingabbiando la vitalità all’interno di un recinto invalicabile. Eppure riesco bene a vedere in lontananza quello che potrebbe alleviare i miei disagi. Colmare i vuoti che riempiono le anse dell’anima.

Rincorro. Cercando di afferrare la sintonia.

Vorrei. Ogni volta che sento una fitta di dolore.

Immagino. Quello di cui sarei capace.

Un’immagine si fa strada nella mia mente. Nasce da un sogno che prende vita in un giorno sofferto. Il profumo della giovinezza mi investe inebriando di nostalgia.

Spalanco la porta, accogliendo nel cuore e nell’anima, usando il volo per superare le difficoltà.

Corro contro vento, senza riuscire a vedere quello che ho innanzi.

Un respiro trattenuto...

 

Fernanda

 

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