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Dall’interruttore alla porta.
di Francesco Chiaia  ( francescochiaia@libero.it )

20 maggio 2010






Uno spazio indefinito?


Ci siamo salutati con questa immagine frutto di un concetto l’altro giorno, io ed il mio amico. Si rifletteva sul senso delle nostre esistenze su ciò che si pensava ognuno di noi di se stesso, su stesso.

Non c’è quello strano gusto in bocca che provo da qualche tempo in questo periodo della mia vita, nel ripensarci. Non è un gusto amaro ma è troppo intenso, a volte, e non saprei come descriverlo. Ma di sicuro non è sgradevole.

Sono innamorato di una persona speciale, e non è speciale perché è fuori dal normale, è speciale proprio perchè è normale. Solo che oggi, nel mio tempo, la normalità è una eccezione.

Con lei ho capito che è giunto il momento di percorrere i sentieri profumati e delicati, irti ma gratificanti, dell’amore.

E così, insieme, io e lei, camminiamo mano nella mano, guardando avanti e nella stessa direzione.

Camminare con lei è come sentire il vento fresco nella calura, il calore del sole mentre fa freddo, il piacevole freddo della neve mentre si poggia sul tuo viso a natale.

Siamo insieme e stiamo aspettando l’arrivo di nostra figlia in trepidante attesa e con la frenesia di chi non vede l’ora, nascerà in piena estate.

In tutto ciò, in tutto questo meraviglioso ciò, ci sono anche altre diramazioni nel percorso della mia vita.

Se dovessi etichettarmi, oggi, mi definirei un capitano coraggioso, uno di quelli che sta vicino alla disperazione, alla paura, nel campo di battaglia, ma presente come un faro nella tempesta, e pronto a stare affianco di chi dei suoi abbia bisogno, proprio come ora, con forza e coraggio se possibile in una misura maggiore per gli eventi difficili che sono costretto a dover fronteggiare insieme ad affetti d’origine

Ma che c’entra l’interruttore e la porta si domanderà a questo punto chi sta leggendo. 

C’entra. E come.

 Tutto parte della fine del colloquio con il mio amico che, mentre concludevano che ancora non avevamo chiaro il senso del nostro impegno quotidiano di esseri umani e che, quindi, si rendeva necessario ed utile approfondire - diciamo così - gli studi, si è ricordato della sua adolescenza, quando riteneva, così come me, che avrebbe fatto grandi cose "da grande".

 Alla sua affermazione sulle grandi cose ricordo di averlo guardato e, dopo qualche secondo, aver detto: " Ci dobbiamo mettere d’accordo su quali cose siano grandi..." e lui di rimando: " Ora, solo ora, parli così...io la sera dopo una giornata impegnativa, immerso nell’ascolto dei problemi del mondo interiore degli altri, mi domando se voglio ancora fare grandi cose, perché so che un solo frammento delle azioni necessarie a costruirle è talmente impegnativo che non riesco a valutare se porlo in essere. E così, mentre penso e realizzo ciò, premo l’interruttore della luce del mio studio e lascio nel buio la stanza chiudendo la porta: ecco, proprio in quello spazio di tempo mi domando...perchè? E malinconicamente faccio scattare la serratura della porta".

 Dopo averlo salutato, quel pomeriggio, in auto dirigendomi al mio studio, riflettendo su quanto ci eravamo detti, non ho potuto fare a meno di constatare che l’attacco allergico scaturitomi - dopo 10 anni - nei giorni precedenti era cessato e che questo segnale, da solo, mi indicava la via da seguire.

Chiamai il mio amico al telefono, prima di chiudere la portiera della mia auto, dicendogli : "Se pur chiusa la porta e lasciata al buio la stanza stasera, domani io e te riapriremo la porta e premendo l’interruttore avremo riacceso la luce nella stanza, così che per quel giorno potremo proseguire l’esplorazione più avanzata delle zone che non abbiamo ancora esplorato forse dandole per scontate o, più semplicemente, perché protesi a pensare agli altri e ad altro rispetto alla nostra esistenza".

Sorridendo, soddisfatto, mi disse: "è proprio così".

Quella sera, spenta dall’interruttore la luce, mentre si chiudeva la porta del mio studio, ho provato un’intensa emozione di gioia perché stavo andando a casa dove, aperta la porta, in piena luce, avrei abbracciato mia moglie e mia figlia.

 

Francesco Chiaia

 

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