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Padroni del nostro tempo.
di Giorgio Marchese  ( direttore@lastradaweb.it )

1 aprile 2010






A proposito di Henry...


 

A spasso verso un futuro migliore

Lascia che cada il foglio dove sta scritto il nome, non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume. E’ un riflesso sull’acqua, una bolla di sapone... e alla fine del libro non c’è spiegazione. Ho viaggiato fino in fondo alla notte e stava nevicando... e ho visto un grande albergo con le luci spente; e ho avuto un po’ paura ma nemmeno tanto, la strada andava avanti ed io, slittavo dolcemente. Lascia che cada il foglio dove sta scritto il nome... e metti un palio al mio dolore E non guardare il tempo, il tempo non ha senso, domani sarà tempo di cose nuove. Ho viaggiato fino in fondo nella notte, senza guardarci dentro, senza sapere dove stavo andando... e, alle mie spalle, il giorno si stava consumando. Ed ho provato un poco di tristezza... ma nemmeno tanto (F. de Gregori - L’infinito).

Padroni del nostro tempo. Perché questo titolo?

Proviamo ad analizzare i contenuti dell’immagine proposta qui sopra. "Chi ha piena facoltà di fare quello che gli piace". Questa è la definizione che, i dizionari della lingua italiana, danno del termine "padrone". "Successione di istanti in cui si svolgono gli eventi". Questo, invece, è come può intendersi il concetto di tempo, su un piano oggettivamente logico. In mezzo a tutto c’è la vita che scorre, goccia dopo goccia, nei quadranti che scandiscono giorni, ore, minuti.

A questo punto, una semplice domanda...

Quanti di noi possono dichiarare di riuscire, all’interno di una successione di istanti, a fare ciò che piace, mentre si svolgono gli eventi della vita?

Cari lettori, come potete agevolmente concludere, ciò che facciamo, il più delle volte, non è quello che avremmo pensato (o sognato). Ma non ce ne accorgiamo se non quando, il più delle volte, un moto di fastidio risale da un punto indefinito del nostro animo e tenta di uscire manifestando tutto il rammarico per un oscuro tedio che lascia frustrati.

Forse, non consapevolizziamo il perché di tutto questo ma, sicuramente, all’approssimarsi di quelle sensazioni che gli psichiatri chiamano "deviazioni del tono dell’umore", certamente un fotogramma come quello che vi mostriamo nell’immagine riportata di sotto, ci perseguita alla stregua di frammenti onirici che rendono la nostra esistenza, alla stregua di quelle sceneggiatura distopiche post atomiche, contrita in brandelli di tempo, ormai inutili, perché fuori contesto.

Perché, a volte, ci sembra che il tempo ci sfugga dalle mani?

Nell’immagine proposta, troviamo un abbinamento veramente interessante. Un aereo che, sembra, ci stia venendo incontro ad alta velocità e una cabina di pilotaggio. In pratica, ciò richiama la necessità di condurre la propria esistenza restando ai comandi qualunque cosa accada. Il problema nasce nel momento in cui la situazione ci sfugge di mano per aver commesso errori nella strategia di conduzione delle cose che facciamo. A quel punto, l’aereo (cioè la nostra vita) può piombarci addosso come una mina vagante.

L’importante è evitare lo stallo.

Lo stallo è quel momento in cui un velivolo non ha più spinta inerziale per cui comincia a precipitare. La bravura del pilota consiste nel riuscire a volare manovrando la cloche in maniera da raggiungere l’equilibrio fra la spinta dei motori e la durata dell’accelerazione, restando all’interno di una curva disegnata fra la "salita" e la "discesa" evitando, nel contempo, di finire fuori rotta.

Così scorre il nostro tempo, fra la ricerca di "un posto al sole" e il doversi difendere dal peso del successo, che potrebbe farci perdere. In tutti i sensi.

Come affrontare il rimpianto e il rimorso, per le occasioni perdute?

A proposito di Henry è un film del 1991 diretto da Mike Nichols e interpretato da un magistrale Harrison Ford. Henry Turner è un cinico avvocato di successo, che nella sua ultima causa non ha esitato a nascondere delle prove per poter scagionare il suo assistito; a farne le spese è stato il povero mr. Matthews, che aveva citato per danni, l’ospedale responsabile dei suoi problemi fisici irreversibili. Una notte, Henry, rimane coinvolto in una rapina e viene colpito da un proiettile che lo ridurrà in un stato vegetativo. Dopo il coma, al risveglio, si ritrova privo di memoria e incapace di affrontare le più semplici attività. Per Henry inizia una nuova vita, in cui dovrà imparare tutto (sia a leggere che a scrivere) ma, soprattutto, rendendosi conto dell’inutilità di ciò che ha fatto fino a prima dell’incidente, imparerà ad essere una persona migliore, sia nei confronti della moglie e della figlia, sia nei confronti delle persone cui ha fatto del male in passato.

Cari lettori, osservate con attenzione l’immagine che riporta la locandina del film. "Era un uomo senza scrupoli; la sua vita era basata sul potere e il successo". Su questa dicitura, appare l’emblema del potere, quello che, con lo sguardo irretisce e terrorizza, con i capelli impomatati e l’abito d’ordinanza. "Finché un proiettile non lo costrinse a riflettere". E sotto il titolo, un uomo coi capelli da ragazzo, accanto alla figlia, con l’amore della moglie. Finalmente Henry.

Allora: padrone del mio tempo, significa anche "padrone della mia vita?"

Purtroppo, non sempre è possibile validare l’assioma proposto. Infatti, come appare dall’immagine a vostra disposizione, la vita di ognuno si divide fra l’applicazione in un lavoro gratificante, la condivisione di sentimenti all’interno di un rapporto d’affetto e, il tutto, rivalutato nel rapporto con se stessi, durante i momenti di tempo libero. Inoltre, non possiamo dimenticare che, ciò, deve avvenire durante le 24 ore a disposizione, quotidianamente, cercando di ottenere quello che serve per sentirsi appagati, dividendosi fra il rispetto di sé e la cura di quelli cui vogliamo più bene. Tutto questo, creerà le motivazioni per "sentire", dentro, l’energia necessaria a realizzare tutto. Senza tentennamenti.

Nell’immagine proposta, notiamo, in alto a sinistra, un salmone che esprime, con il suo salto fuori dall’acqua, tutta la sua forza e la propria determinazione. In basso a destra, troviamo lo stesso pesce, sfinito e morente.

Perché?

Il salmone è un pesce che nasce dai fiumi, scende fino al mare per diventare forte abbastanza per risalire nuovamente i fiumi, in un lungo e faticoso viaggio controcorrente, per andare a deporre le uova in acque fredde e ben ossigenate. Al termine di ciò, portato a termine il suo compito ed essere scampato ad aggressioni di vario genere (pescatori, orsi bruni, ostacoli naturali di ogni tipo, etc.) si avvia a morire.

Triste, vero?

Eppure, cari lettori, riflettete per un attimo. Ognuno di noi cammina verso un progetto specifico (molte volte condizionato da interventi esterni) che lo porta a recitare sul palcoscenico della vita in maniera da crescere, lavorare, avere dei figli, aiutarli a crescere, a cercare un lavoro e quindi... la storia si ripete di generazione in generazione.

Triste, vero?

Cari lettori, per combinazione, questa sera ho avuto modo (mentre mi trovavo seduto al computer a scrivere questo pezzo) di osservare con la coda dell’occhio una fiction su don Carlo Gnocchi.

Pur avendone già sentito parlare, ho potuto riconsiderare con attenzione, la parte più interessante della sua vita. Cappellano militare degli alpini durante la seconda guerra mondiale, partì volontario nel battaglione Val Tagliamento, destinato al fronte greco - albanese. Terminata la campagna dei Balcani, nel 1941, Carlo Gnocchi ripartì per il fronte russo, a seguito della Divisione alpina "Tridentina", dove partecipò in veste di cappellano alla Battaglia di Nikolevka.. Sopravvissuto al conflitto, raccolse dai feriti e dai malati le loro ultime volontà, che lo porteranno, al rientro in patria, ad un viaggio per la penisola, messaggero tra le famiglie degli scomparsi. Andò tra le valli alpine a trovare i parenti dei commilitoni caduti, aiutò gli ebrei e i prigionieri alleati scappati a riparare in Svizzera. Scrisse articoli sulla rivista clandestina il Ribelle e sul quotidiano diocesano L’Italia. Fu rinchiuso più di una volta nel carvere di San Vittore, ma ottenne la liberazione grazie all’intervento dell’arcivescovo di Milano, Ildefonso Schuster. In quegli anni nacque l’idea di creare un centro caritatevole che potesse seguire le vittime di questa guerra, che si sviluppò in futuro con la nascita della Pro Juventute. A guerra finita, don Gnocchi sentì come suo dovere di accorrere in aiuto di quella parte dell’infanzia che era stata colpita più duramente. Egli rivolse dapprima la sua opera assistenziale agli orfani degli alpini, ospitandoli nell’Istituto Arosio; successivamente dedicò le sue cure ai mutilatini ed ai piccoli invalidi di guerra e civili, fondando per essi una vastissima rete di collegi in molte città d’Italia; infine, aprì le porte di modernissimi Centri di rieducazione ai bambini affetti di poliomielite. A questa infanzia derelitta e minorata, cui egli aveva votata tutta la sua giovane esistenza, don Gnocchi dedicò una fra le sue più significative opere di educatore: La Pedagogia del dolore innocente.

Cari lettori, cosa pensate abbia detto, morente, dal suo letto d’ospedale, subito dopo aver donato (contro la legge vigente dell’epoca) le proprie cornee?

"Grazie di tutto..."

E allora, cari lettori, non importa se moriremo su quel campo di battaglia che, molte volte è la nostra vita o se riusciremo a vedere, sfiniti, il termine dell’agone.

L’importante, è riuscire a "sentire" che il nostro contributo sia servito a qualcosa. O a qualcuno. A quel punto, potremo anche andare oltre l’orizzonte in quel punto dove (come mi piace spesso ripetere) fantasia e libertà si fondono insieme.

E restare, immortali, nella memoria degli altri.

Sempre caro mi fu quest’ermo colle, e questa siepe, che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.Ma sedendo e mirando, interminati spazi di là da quella, e sovrumani silenzi, e profondissima quiete io nel pensier mi fingo; ove per poco il cor non si spaura. E come il vento odo stormir tra queste piante, io quello infinito silenzio a questa voce vo comparando: e mi sovvien l’eterno, e le morte stagioni, e la presente e viva, e il suon di lei. Così tra questa immensità s’annega il pensier mio: e il naufragar m’è dolce in questo mare. " (Giacomo Leopardi, L’infinito)

 

G. M. - Medico psicoterapeuta

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