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La Sirena.
di Giorgio Marchese  ( direttore@lastradaweb.it )

30 marzo 2010

Qualche giorno addietro, ho avuto la possibilità di gustare una superba interpretazione di Luca Zingaretti, ne La Sirena (di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, scritto negli ultimi suoi mesi di vita e pubblicato postumo con il titolo Lighea) di cui, l'attore, non è solo interprete ma anche curatore della regia e dell'adattamento drammaturgico. Ho potuto assistere, quindi, ad uno spettacolo a cavallo fra la carnalità del Presente e la spiritualità dell'Antichità, su cui emerge la ricchezza della poesia della terra siciliana da dove sembra palpitare quella melensa e liquorosa stasi del vivere, che connota gran parte dei paesaggi e degli uomini. Che c'entra tutto ciò, con l'editoriale della settimana? L'autore ha composto quest'opera, quando già sapeva di essere gravemente malato; Lighea, quindi, è quasi un'estrema comunicazione della propria visione del mondo. La lunga narrazione è formata da due racconti, uno inserito nell'altro: un racconto cornice e un racconto quadro che ha un carattere fantastico descrivendo, cioè, una situazione che sfugge alle norme riconosciute e codificate dalla ragione: l'amore tra un uomo e una sirena. Sia l'uno sia l'altro racconto (quello descrivente il rapporto emotivo fra il giornalista e il senatore) si riferiscono... PER LEGGERE TUTTO IL TESTO, CLICCARE SUL TITOLO.



... ad un tempo passato: più recente il primo (1938), più lontano il secondo (1887). Probabilmente anche perché Luca Zingaretti ha studiato, tra l’altro, (insieme al sottoscritto) alla corte di uno dei migliori maestri di psicoterapia d’Europa (il siciliano Giovanni Russo), dopo i primi due minuti, chi segue lo spettacolo rimane intrappolato nella storia che scorre veloce, fluida, senza intoppi. Tutto ti coinvolge e senti di entrare in quel tardo autunno del 1938, in cui due uomini si incontrano in una Torino ad entrambi estranea, due siciliani: il giovane Paolo Corbèra (redattore de "La Stampa") e il vecchio Rosario La Ciura (senatore, illustre ellenista del tempo, autore di una stimata opera di alta erudizione e di viva poesia) che fuma sigari toscani e sputa, disgustato dalla mediocrità dell’essere umano. Pur seduto dall’altra parte del palco, senti il vecchio professore che evidenzia il contrasto tra una città del nord come Torino, con il suo caffè di via Po, Erebo spettrale, Ade popolato di larve, con i suoi casermoni allineati in rigide geometrie, o il mare di Liguria con le sue fredde scogliere, e la Sicilia lontana, la Sicilia divina dove hanno soggiornato gli Dei, con il suo mare colore dei pavoni, con i "rizzi" dalle cartilagini sanguigne, quasi simulacri di organi femminili. "Mi voltai e la vidi [...] il volto liscio di una sedicenne emergeva dal mare. [...] Sono Lighea, sono figlia di Calliope. [...] Mi piaci, prendimi!" Ecco il punto di congiunzione! Da molto tempo mi chiedo quale artificio possa ricondurci (lontano dalla confusione esistenziale contemporanea) su lidi che diano un senso alla prosecuzione di quel cammino che, i più, chiamano "vita". Un percorso però, non "a come viene...viene" ma piuttosto, teso a capire, per esempio, cosa voglia dire essere una persona equilibrata. In che modo, tra l’altro si possa diventare alchimisti in grado di camminare (senza cadere e "perdersi") su quella fune sospesa nel vuoto, che rappresenta il futuro. Magari, per rendersi attraenti al mondo esterno, indossando un paio di scarpe dai tacchi a spillo! Mentre, a teatro, ascolto il dialogo fra il vecchio e il giovane, è il primo che mi fa sussultare il cuore, con la sua vitalità repressa all’interno di una mesta realtà contemporanea. Mi domando: c’è differenza fra equilibrio, maturità e saggezza? Immaginiamo di dover decollare con un aereo, all’approssimarsi di un tornado. Paradossalmente, sarebbe meglio partire nel momento in cui ci si trovi proprio al centro della depressione, nel cosiddetto "occhio del ciclone". In questa zona, esiste, infatti, un momento di massima calma. Basterebbe spostarsi con la perturbazione, per evitarne gli effetti collaterali. Questo è l’equilibrio: riuscire a rimanere al centro del problema, con una visione baricentrica, sfruttando le proprie capacità per prevenire frustrazioni o, al massimo, per trasformarle in occasioni di crescita interiore. Però, un interrogativo sorge del tutto spontaneamente: in una determinazione geografica come quella dell’Italia meridionale, in cui "se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi", quali potrebbero essere le tappe e gli obiettivi da raggiungere per un percorso che ci faccia diventare, tutti, un po’ più adulti? Rispetto, dignità, sicurezza e onore. Ripartiti, rispettivamente, fra autostima e autoaffermazione. Strano ma vero. Mi si scusi una divagazione professionale ma, ad un’analisi psicanalitica del racconto, la presenza della sirena (che, con i suoi bianchi dentini aguzzi, strazia la carne viva dei pesci argentati, rigandosi il mento di sangue e maculando l’acqua di rosso) esprimerebbe la componente inconscia della pulsione libidica, fino alla trasgressione. Lighea è, infatti, una creatura ambigua, spirituale ed istintiva al tempo stesso, ragazzina seduttrice ma anche madre saggia e donna "vera". Quando agosto finisce, la sirena torna sotto gli altissimi monti di acque immote e oscure. "Ricorda, Rosario, quando sarai stanco, quando non ne potrai proprio più, non avrai che da sporgerti sul mare e chiamarmi: io sarò sempre lì e la tua sete di sonno sarà saziata". L’elaborazione drammaturgica di Luca Zingaretti (con musiche composte da Germano Mazzocchetti) si conclude con la splendida, intensa lettura interpretativa di "Ho sceso, dandoti il braccio" che Eugenio Montale ha dedicato alla moglie. È proprio vero, "La saggezza non è il risultato di un’educazione, ma del tentativo, per una vita intera, di acquisirla" (Albert Einstein)

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