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La malinconia positiva.
di Giorgio Marchese  ( direttore@lastradaweb.it )

30 gennaio 2010






Che mondo sarebbe, senza emozioni?


 

A spasso verso un futuro migliore

In un mondo teso, ossessivamente, alla ricerca della felicità ad ogni costo, c’è spazio per emozioni e sentimenti apparentemente controversi come quelli che vengono fuori da un "sano" rimpianto? Provare stati di sofferenza emotiva (come ad esempio malinconia o nostalgia) è sempre sintomo di depressione o può voler significare essere più "intensamente" vivi? (Eugenio Filice)

Nel 2002,esce Equilibrium, scritto e diretto da Kurt Winner. Questo film, in risposta al celebre Matrix del 1999, prende spunto, in realtà da 1984, Fahrenheit 451 e il mondo nuovo. Le vicende sono ambientate in una immaginaria Società distopica del futuro. Con tale termine, si intende una Società indesiderabile sotto tutti i punti di vista; la definizione è stata coniata come opposto di utopia ed è soprattutto utilizzato in riferimento alla rappresentazione di una ambientazione sociale surreale, spesso ambientata in un futuro prossimo, nella quale le tendenze sono portate ad estremi apocalittici). Le scene sono state girate quasi interamente nello Olympiastadion di Berlino, inaugurato nel 1936 da Adolf Hitler per la XI Olimpiade dell’era moderna. La trama è ambientata a Libria, una sorta di città Stato (alla stregua di Sparta o Atene) di un futuro post atomico, successivo alla terza guerra mondiale, posta sotto il controllo totale di un dittatore soprannominato "il Padre" in grado di esercitare un controllo degno dei migliori regimi nazi - comunisti dei "tempi" migliori, con tanto di indottrinamento carismatico. In pratica, dopo uno spaventoso conflitto nucleare che ha quasi spazzato via la razza umana dal pianeta, i pochi superstiti hanno deciso di creare un nuovo ordine e sradicare la guerra partendo dalle sue basi, cancellando dall’essere umano l’aggressività e l’indotto ad essa collegato. Sostanzialmente, si tenta di modulare il funzionamento del lobo limbico cerebrale, inibendo la produzione di emozioni. Ogni cittadino, infatti, è costretto, per legge, ad assumere quotidianamente una sostanza (simile ad un neurolettico modificato), il Prozium che dovrebbe inibire, appunto, la genesi emotiva. I ricordi della civiltà del passato sono ugualmente vietati: libri, vecchi dischi o semplici giocattoli, se scoperti, devono essere immediatamente bruciati e, il loro semplice possesso, porta alla condanna di reato di emozioni. Al fine di sorvegliare, mantenere e tutelare l’ordine costituito è stato creato il Tetragrammaton, a metà tra polizia segreta e ordine monastico, con i suoi efficientissimi e micidiali Cleric addestrati alle discipline di combattimento più raffinate, come il letale kata della pistola (Gun Kata). John Preston (interpretato da un affascinante Christian Bale) è il migliore tra i Cleric, ma anch’egli non può fare a meno di mettersi in discussione, emotivamente parlando, allorché si trova a dover giustiziare il suo migliore amico e collega, cooptato dalla tentazione di sospendere la somministrazione di Prozium, il ché firma l’impietosa sentenza di morte. Questo film, spettacolare nei suoi effetti speciali, colpisce perché consente un’analisi interessante sul piano psicologico di derivazione circa le attinenze della società contemporanea. Ad un occhio attento, infatti, non può sfuggire il dato in base al quale, gli umani del film (più correttamente, "umanoidi") non provano emozioni conflittuali e positive, mentre sono spinti ad agire su base aggressiva positiva, anche se convinti di essere nel giusto... e quindi senza provare sensi di colpa. Né più né meno di un gerarca nazista alle prese con la pianificazione dello sterminio ebraico.

Nella scena in cui John Preston uccide il collega perché "colpevole di emozioni", Partridge, prima di morire, cita una poesia di William Butler Yeats, intitolata "Egli desidera i vestiti del cielo" (raccolta di poesie "Il vento tra i roseti"). La poesia verrà nuovamente citata nella scena finale della battaglia tra Preston ed Il Padre.

Proviamo a riflettere su una verità sconcertante!

Nella nostra epoca ci troviamo a condurre una situazione alquanto paradossale. Da un lato, si stimola la mente a cercare soluzioni a problemi sempre più complessi (e ci si rende conto della necessità di approfondirsi in competenze sempre più accurate), dall’altro, proprio perché le molte sollecitazioni cui siamo sottoposti generano domande le cui risposte non sappiamo "fronteggiare", si tende a impegnare la mente attraverso la ricerca e il conseguimento di obiettivi alquanto effimeri e fuorvianti.

In conseguenza di ciò, spesso sentiamo che qualcosa ci sfugge di mano e abbiamo sempre meno tempo e occasioni per recuperare o "redimere" una situazione.

Cos’è il rimpianto?

Uno stato d’animo determinato dal ricordo di qualcosa che avremmo potuto determinare ma che non abbiamo saputo vivere a pieno e ci ha lasciato un retrogusto amaro, in termini di aspettative non realizzate. E come se, ripensandoci, dicessimo mentalmente: "Peccato, quella volta ho perso un’occasione!"

L’importante, comunque, è non determinare situazioni dalle quali si possa generare una situazione di rimorso che, invece, è connotato da emozioni fortemente conflittuali, dolorosamente e intensamente fosche per qualcosa (che abbiamo fatto direttamente o meno ma che avremmo potuto e dovuto evitare) a seguito della quale, qualcuno ha avuto un prezzo pesante da pagare.

Cosa significa essere felice?

Felicità è un termine di derivazione latina (Felicitas), che si riporta al verbo greco Feo (PHYO) con il significato di produttore di Fecondità: in sostanza ricchezza interiore. Potremmo definire la felicità come quello stato d’animo, tipico dell’essere umano realista (che sa valutare correttamente il positivo ed il negativo della vita sapendo apprezzare ciò che ha e quello che può ottenere) il quale ha raggiunto il conseguimento di un obiettivo per cui ha faticato non poco e ha generato benessere, cioè quella condizione temporanea conseguente allo stato di equilibrio metabolico psicofisico (OMEOSTASI) che deriva dall’appagamento di un bisogno importante.

Esiste un rapporto diretto fra felicità ed emozioni.

Ma Cosa è un’emozione ?

È il risultato di un elaborato di pensiero (in risposta a stimolazioni dal mondo esterno o dal mondo interno) che determina una risposta mentale di attivazione verso il proprio mondo interno ( stato d’animo - umore ) o verso l’esterno ( parole, gesti, segni di vario tipo ).

In pratica, nessuna idea, una volta prodotta, può restare "nuda" e inespressa, sul piano emozionale, altrimenti non riusciremmo a generare alcun tono dell’umore (consapevole o meno). Le emozioni,in base al tipo, alla qualità e alla quantità, sono responsabili di stati d’animo variabili.

  • Quando le emozioni prodotte sono positive e si scaricano nel mondo interno, determinano gioia di vivere.
  • Quando le emozioni prodotte sono positive e si convogliano verso il mondo esterno, trasmettono contenuti tipo: disponibilità, gaiezza, gioia, etc.
  • Quando le emozioni prodotte sono negative o conflittuali, e si scaricano nel mondo interno (quando, ad esempio ci reprime), determinano psicosomatosi, tachicardia, sudorazione, pianto, riso "isterico", tensione, melanconia, ansia, angoscia, depressione, etc. In ogni istante della vita di una persona, le emozioni producono gioia, piacere, godimento, disagi, disturbi, etc.
  • Quando le emozioni prodotte sono negative o conflittuali e si veicolano al mondo esterno, determinano fenomeni di violenza, tensione, collera, ostilità di vario genere, etc.

Le emozioni non ci "possiedono" e non ci rendono schiavi.

Siamo noi a determinarle attraverso la produzione di idee più o meno corrette. Allo stesso tempo, possiamo affermare che non appartengono al mondo consapevole (non siamo in grado di innamorarci o rallegrarci a comando ma solo a determinate condizioni) ma vengono gestite dalla propria identità (cioè da quello che noi, in effetti, "sinceramente" siamo) a livello inconsapevole.

Dove finiscono i pensieri quando si pensa ad altro?

 

Forse vivono di vita propria all’interno di tanti cassetti. Ognuno con un titolo diverso, scritto fuori. "Gioventù, maturità, vecchiaia. Tre periodi della vita che potremmo ribattezzare, rispettivamente: rivoluzione, riflessione, televisione" (Luciano de Crescenzo).

Cartesio diceva che dal bene passato viene il rimpianto, che è una specie di tristezza. Questo tipo di rimpianto è parente della nostalgia. A volte, paradossalmente, può procurare un certo piacere, visto che è associato al ricordo di momenti piacevoli. Infatti, Victor Hugo, per esempio, definiva nostalgia e malinconia come "la felicità di essere tristi". Forse è per questo che, alla sera ci assale, a volte, uno stato d’animo che ci avvolge come un plaid, legato ad un misto che spazia fra lo scontento e il dispiacere, di avere fatto (o non avere fatto) qualcosa.

Il rimpianto è associato a numerose emozioni conflittuali: risentimento, sensi di colpa, sentimenti inerenti i percorsi della disistima. Infatti, nel tempo, non ci si accontenta più di ricordare il proprio passato, ma si valuta la propria responsabilità su un comportamento passato (verso il quale ci sente responsabilmente colpevoli) e sulle sue conseguenze attuali. A quel punto, il rimpianto smette di essere un dolore circoscritto semplicemente al passato e diventa, anche e soprattutto, una sofferenza del presente.

Ricordo... memoria... emozione.

Qualcuno sostiene che il ricordo sia un’ombra che non si può vendere, anche nel caso in cui qualcuno volesse comprarla. Ricordo: sostantivo maschile che indica il richiamo dalla memoria di eventi, cose o persone, direttamente dal sottoscala del passato. Memoria: Sostantivo femminile che connota una funzione specifica del rapporto fra mente e cervello, in grado di accumulare informazioni

Il "segreto" del cervello consiste nel valutare le nostre esperienze mentre si verificano e selezionare istantaneamente quali memorizzare (per servirci da riferimento in seguito) e quali, invece, devono essere scartate, in base al "marchio" emotivo con cui sono state impresse.

Allora, forse, è proprio vero che il più bel sogno è quello che vivi ogni istante in cui ti accorgi di poter esercitare la libertà di pensiero, così come il miglior bacio è quello che immagini di restituire al tuo amore e, trattenendo il fiato dall’emozione, quel minuto durerà, per te, una vita intera

Perché, a volte, all’apparenza amiamo complicarci la vita?

Amare equivale a provare un trasporto difficilmente reprimibile per qualcosa o qualcuno, dopo che, però, hai ottenuto la necessaria accettazione di te stesso. Non puoi cercare nell’altro, infatti, surrogati e rigurgiti compensatori. Il termine complicare identifica quell’operazione che rende intricata una cosa di per sé, tutto sommato, semplice. Ebbene, le persone che "pensano a colori" sono alla costante ricerca di impegnare la mente nella ricerca di risposte a domande apparentemente lineari, scandagliando i remoti settori di quell’inconsapevole che, proprio come un bambino capriccioso, spesso si diverte a giocare a nascondino, facendoci provare nostalgia del passato per affascinarci col mistero dei colori sbiaditi di quelle foto depositate nei cassetti profondi di una scrivania chiamata memoria che, al pari di un bel mobile di antiquariato, ti fa amare ciò che è stato e ti fa capire che hai vissuto "davvero".

Come possiamo fare per costruire un vita felice?

Oltre quello che può venirci in mente da ciò che è scaturito finora, si possono prendere in considerazione queste altre indicazioni:

  • Porsi domande "intelligenti";
  • Cercare risposte adeguate;
  • Applicare nella vita quotidiana i risultati delle proprie riflessioni;
  • Fare tesoro delle esperienze conseguenti.

 

Avere il tempo impegnato, molte volte equivale a non pensare in modo negativo. Come possiamo, allo stesso tempo, creare un giusto equilibrio psichico?

Ognuno di noi per avere una vita equilibrata, ha bisogno di diversificare la propria esistenza fra un’attività lavorativa che gli impedisca di annoiarsi, degli affetti per irrigare i sentimenti positivi e del tempo libero da gestire per pensare meglio a se stesso. All’interno di questi tre aspetti importanti, bisogna creare degli equilibri, che sono personali, non possono essere indicati in maniera rigida e variano nel tempo.

E in tutto questo, esiste un rapporto con la sofferenza?

La sofferenza, come attività perturbata dell’animo in conseguenza a squilibri (o disequilibri) da mancato appagamento, serve come elemento prorompente in grado di smuovere stati d’animo e "aiutare" la riflessione. Infatti, si ritiene che sia l’unico mezzo valido ed efficiente, in grado di rompere il sonno dello spirito e della ragione.

In conclusione, allora, come andrebbe vissuta la sofferenza?

Con disciplinata e misurata dignità, intendendo, con tale termine, non tanto il rispetto che gli altri mostrano nei nostri confronti (che finirebbe per attivare il meccanismo dell’orgoglio) quanto, piuttosto, il rispetto che portiamo nei nostri confronti, per ciò che sappiamo di valere (a prescindere dal giudizio altrui), che pone le basi per una corretta e solida autostima. In pratica, ognuno di noi porta dentro una parte di un sé bambino, quello, per intenderci, che allunga le braccia e stende le manine per chiedere un abbraccio... e si strugge quando si sente non accettato per come vorrebbe. È qualcosa che ti segna, per un verso o per un altro, per tutta la vita. Siccome anche l’altro, quello da cui vorresti l’abbraccio non è più tuo padre o tua madre ma, semmai, un altro diverso da te ma che, come te, è in cerca di un incontro accogliente, finisce che diventiamo isole contro cui si infrange un mare in tempesta, la cui nebbia salina ci impedisce di vederci come persone in cerca di un sorriso.

La verità è che molti soffrono ma non tutti sono capaci di affrontare questo stato d’animo con "pienezza" e dignità.

 

"Vedrai, vedrai, vedrai che cambierà, forse non sarà domani ma un bel giorno cambierà. Vedrai, vedrai, non son finito sai, non so dirti come e quando, ma vedrai che cambierà. Quando la sera tu ritorni a casa non ho neanche voglia di parlare. Tu non guardarmi con quella tenerezza come fossi un bambino, che ritorna deluso. Si lo so che questa, non è certo la vita che ho sognato un giorno per noi ma vedrai che cambierà. E lontano, lontano nel tempo, qualche cosa negli occhi di un altro ti farà ripensare ai miei occhi, i miei occhi che t’amavano tanto. E lontano, lontano nel mondo, in un sorriso sulle labbra di un altro troverai quella mia timidezza per cui tu, mi prendevi un po’ in giro. E lontano, lontano nel tempo, una sera sarai con un altro e ad un tratto, chissà come e perché, ti troverai a parlargli di me, di un amore ormai troppo lontano" (Luigi Tenco).

 

G. M. - Medico Psicoterapeuta

Si ringrazia l’Ing. Eugenio Filice per aver stimolato, con le sue osservazioni, la realizzazione di questo lavoro

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