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Adesso se ne pu˛ parlare.
di Dora Principe  ( kartasia@tiscalinet.it )

13 febbraio 2009

Adesso se ne può parlare. Adesso, alla dolorosa, ma legittima conclusione di un dramma tutto personale di una donna "libera" e del suo dolcissimo papà. Alla fine della voluta, inaudita, ripetuta violenza praticata da una parte moralista e ottusamente ipocrita sulla scelta e il libero arbitrio di un essere umano a danno dello stesso e chi, legittimamente ed amorevolmente, ne fa le veci. Alla fine di una ammirevole e coraggiosa resistenza di un padre, al naturale dolore, che accompagna la drammatica morte di un figlio infinitamente, disumanamente aggravata dall'intromissione di estranei, che insistentemente e cinicamente frugano nella tua anima, instillando nell'opinione pubblica, l'atroce dubbio del "marcio". In quella parte di opinione pubblica particolarmente dedita, per debolezza e profonde paure, a seguire un credo di comodo e di facciata, che salvi la propria anima e dia un senso alla incapacità di affrontare e superare le proprie difficoltà e le conseguenze, inevitabili, di scelte, autonome e sofferte, fatte con rispetto; in piena coscienza. Rispetto per la vera vita, per l'individuo interessato e chi lo accompagna nel suo difficile percorso. Rispetto per il privato... PER LEGGERE TUTTO IL TESTO, CLICCARE SUL TITOLO.




...privatissimo; per l’interiorità più profonda; per l’inconoscibile parte di anima nella quale nessuno, al di là di chi è strettamente e intimamente coinvolto per volontà del vero e unico protagonista della triste vicenda, ha diritto alcuno di entrare e cinicamente scavare per dar sfogo alla propria incapacità di affrontare le durezze della vita, nel suo naturale corso accettandone i limiti così come di fatto predicano, razzolando invece male; malissimo! È facile, lo è sempre stato, parlare e decidere; condannare senza capire; imputare e imporre la propria volontà a gli altri. È intrinseco, chissà per che, nella mente di chi aderisce a qualsiasi, assoluta convinzione, della giusta e dogmatica esistenza di "qualcuno" che decida per noi alleggerendoci dalle vere, e più difficili, responsabilità: quelle dell’anima, della coscienza. La vera, unica, onnipresente presenza che può intaccare il fragile equilibrio della sopravvivenza al dolore. Ma quando si è in buona "fede", quando si è puliti, onesti, quando si ha il coraggio del profondo e amorevole rispetto, si può essere come Beppino Englaro. Quando si ha senso civile, quando si possiede quella lucidità e onestà intellettuale, che sole, possono incanalare un indicibile e privatissimo dolore sulla strada dell’utile, intraprendendo una lotta in nome della civiltà per la civiltà. Pensavamo di essere un paese civile!? Riflettiamo, per una volta tacciamo e ascoltiamo, rispettiamo e mettiamoci nella condizione di poterci assumere le responsabilità delle nostre scelte. È stata iniziata per noi, da un solo, straordinario, "semplice" uomo una lotta per la libertà e il diritto "privato"; sfruttiamola al meglio, adesso tocca a noi. Facciamo le nostre battaglie, comportiamoci da adulti e lasciamo finalmente in pace chi ha scelto di vivere il dramma per svegliare le coscienze assopite nell’indifferenza o stordite dall’oblio di un credo; chi ha scelto la strada, in salita, della legalità per dare legittimità al proprio diritto alla coscienza e al rispetto di essa. Riflettiamo, e adesso: lottiamo... grazie Englaro!

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