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Il senso dell’abbandono.
di Fernanda Annesi  ( fernanda_65@yahoo.it )

9 agosto 2016






Poso lo sguardo e ripenso da lontano.


Pensieri degli anni difficili

 

Cammino, per una strada che non riconosco, sento di averla però percorsa veramente tante volte. Addosso il brivido, che immobilizza il calore che scorre dentro le vene. Non c’è silenzio intorno, semmai il caos che accompagna il ritorno dei pomeriggi. Seguono la fine di una giornata, diversa dalle altre, densa di sensazioni che ostacolano e fermano il respiro, che sputano in faccia la realtà più cruda, quella che a volte non si vuole vedere. Discendo lentamente alla ricerca di un riferimento che ormai ho perduto, difficilmente recuperabile e penso di aver confuso la gestione. E qui mi fermo e mi correggo. Vivo nella spontaneità delle azioni, cerco di trasmettere senza influenzare, mi sforzo di rispettare prestando attenzione a non ferire. Ma è da umani sbagliare, come anche pensare di poter gestire.

Poso lo sguardo e ripenso da lontano.

Annuso il profumo del passato e ne ingoio la nostalgia.

Mi mantengo in superficie, non galleggiando ma muovendo solo acqua intorno.

La sensazione dell’amarezza difficilmente si descrive in poche parole.

Combatto contro la voglia di lasciarmi andare senza dover per questo pensare di essere densa di quella debolezza che affatica la mia anima. Non riesco a trovare il punto che mi consente di riequilibrare una sensazione di malessere, molto legata al senso dell’abbandono. E con la mente cerco di ripercorrere i momenti della vita in cui ho provato a sentire con gli sguardi.

Soffoco in gola un pianto ricco di significati, vorrei trovarmi fra il calore dell’affetto, vorrei non dovermi sbriciolare alla delusione che nasce però da un conflitto non risolto con me stessa. Piena della tenerezza che vive insieme allo smarrimento più profondo mi ritrovo a sbandare, a correre senza meta e con il triste presentimento di non aver incontrato nulla.

Quest’oggi è come se il tempo non fosse passato, sento di aver lavorato inutilmente, mi sforzo di udire i suoni che potrebbero ristabilire i giusti toni, ma indietro torna solo il profumo di un passato che ormai non vive più.

Le note si legano nell’armonia di un sorriso. Non vedo ma con la mente immagino e, provando ad ascoltare, cerco di prendere solo il bello. Prepotentemente irrompe l’abbandono e, con lui, l’angoscia del ricordo che rivive dentro l’animo. All’improvviso si illumina il pensiero, non riesco a trattenere un istante di sollievo, colgo lungo la strada il desiderio di continuità.

Sfuggo la normalità che accompagna il piacere nel condividere le ore di svago e rilassatezza e mi ritrovo a districare all’interno di una fitta rete a maglie strette, l’una dentro l’altra, senza alcuna possibilità di scioglimento. Le catene spesso slegano invece che stringere, sigillando i nodi che dovrebbero unire insieme le cose.

Il vento accarezza ogni stelo, intervallato dalla prepotenza dell’aria che giunge velocemente in ogni angolo e vicolo, là dove impossibile è arrivare senza urtare, senza creare un malessere. Lo sguardo trova piacere nella cordialità, ci si incontra in una dimensione nuova, in uno spazio infinito ricco di angoli e ricami colorati dalla vitalità di una natura che esplode. L’azzurro del cielo, che stasera non vuole morire, dona il suo amore alla brillantezza della luna. Una luna nascosta alla luce degli occhi e pronta ad accogliere le preghiere vestite dai desideri più sentiti e spontanei di ogni essere umano. E, contemplando questo paesaggio a me nuovo, scopro con un po’ d’amarezza la costrizione che nasce dal senso dell’abbandono.

Cammino a luci spente, mi vesto di sorprese illuminata dallo stupore della notte che ancora una volta non vuole spegnersi. Mi sveglio di soprassalto e in piedi cerco con le mani di spostare questa angoscia che si pone davanti, incatena il volo e trascina in una ripida discesa senza fine.

 

Fernanda (13 GIUGNO 2008)

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