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A carte scoperte.
di Vincenzo Andraous  ( vincenzo.andraous@cdg.it )

26 gennaio 2008






La Casa del Giovane, a Pavia.


 

Luci nel Buio

Sono state molte le occasioni in cui mi sono fermato a pensare al calore che emana questa grande casa, agli esercizi fisici e mentali svolti in questa palestra di vita, alle percezioni di febbrile impegno, al benessere esistenziale che se ne ricava.

Sulle comunità di servizio e terapeutiche si scrivono tante cose belle, altrettante sulle persone che le conducono, un po’ meno sui veri protagonisti, che vi ritrovano brandelli di se stessi dimenticati, quei ragazzi a margine che con fiducia e fatica risalgono il baratro delle proprie rese.

La comunità Casa del Giovane è una piccola città dentro la città, i profumi che salgono dalla sua terra sono quelli carismatici del suo fondatore, Don Enzo Boschetti, un sacerdote che non aveva necessità di simboli da far vedere e da far pesare, perché possedeva la preghiera del perdono e il gusto della vita ben cucite sulla pelle.

Una grande casa sempre aperta, soprattutto mai conclusa, con don Franco Tassone erede naturale, a tracciarne il senso dell’ospitalità e dell’accoglienza, una diga per resistere alla spinta di questo mondo che appare sempre più centrato nel rifiuto delle relazioni, nella paura dell’altro.

Qualcuno ha detto che la fortezza resisterà, quanto più la guarnigione sarà ben addestrata.

Gli uomini e le donne che in questa comunità, a vario titolo, svolgono il proprio servizio, sono figure di riferimento che concorrono a individuare l’equilibrio essenziale, per rendere giustizia e dignità a quanti si perdono senza fare rumore.

La Casa del Giovane e le sue strutture, bandiera contro il disagio che ci attraversa, la sua autorevolezza conquistata sul campo, giorno dopo giorno, vita su vita mai a perdere, mai in disuso, mai in ritirata.

Numeri, percentuali, piramidali per rendere visibile un lavoro immane, un patrimonio basato sulla capacità di rispettare tutti e ciascuno, evitando l’inganno delle comodità in abitudini consolidate, in pratiche che deresponsabilizzano intellettualmente.

Vivendo dentro le sue strutture, ti accorgi di come mutano le cose, codici diatici, comunicazione mancante, personalità disgregate, frantumate, disturbi della personalità, sono propaggini che si sommano alla tossicodipendenza, e banalmente, "fuori" dalla comunità il peggio non ha davvero fine.

Qualche capello bianco è intervenuto a moderare gli atteggiamenti, i comportamenti, aiutando a edificare una riflessione sugli scopi di questo servizio, che diventa una risposta per chi legge e osserva con attenzione, per chi annota e elabora gli sguardi dei ragazzi che ogni mattina ricominciano da capo.

Interrogarci sul valore dell’accogliere e dell’accompagnare persone in zona out, ma nel farlo renderci conto dell’obbligatorietà di un’azione che indica la strada della collaborazione, attraverso gli altri, per essere capaci interiormente di accogliere il diverso tra noi.

Liberare la libertà non è uno slogan né una forma di ermetismo, è invece lo spazio da ricercare in ognuno di noi, per avanzare senza timori di non farcela, consapevoli delle problematiche devastanti, derivanti dal poliabuso, dalle lacerazioni psichiatriche, le conseguenze dell’esclusione e dei conseguenti carichi giudiziari.

Don Enzo Boschetti ci ha consegnato il diritto e il dovere di liberare la libertà, scavando in noi stessi, nella nostra pancia, nella nostra testa, per liberarci dalla nostra indifferenza, disattenzione, disamore, facendo i conti con le nostre ostinate ritrosie, con i nostri limiti messi da parte irresponsabilmente, per approdare a una nuova esperienza di trasformazione, vivendo la rivalutazione della propria libertà personale, sul senso e sul significato di una esistenza tutta ancora da giocare, finalmente a carte scoperte.

 

 

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