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Il valore dell’empatia.
di Giorgio Marchese  ( direttore@lastradaweb.it )

13 marzo 2016






Per capire ed essere capiti...


 

 

A spasso verso un futuro migliore

La prima stesura di questo articolo, risale al 17 luglio 2010. In pratica, quasi 6 anni fa. E, nel frattempo, ho provato sulla mia pelle, ogni giorno di più, il valore del comprendere e dell’entrare in sintonia, per capire ed essere capiti. E accettati, con il valore aggiunto del “sorriso”. Un lavoro troppo importante, per restare racchiuso nel ricco archivio de la Strad@…

BUONA LETTURA

Nel 1983 con la regia di Woody Allen (che interpreta anche il personaggio principale) esce nelle sale cinematografiche, "Zelig". Questa pellicola è una tragicomica parodia di un documentario degli anni venti del secolo scorso che, sebbene dia tutta l’aria di essere ispirato a fatti realmente accaduti, in realtà racconta una storia inventata, con personaggi fittizi. Siamo nel 1928 e Leonard Zelig (Woody Allen) è vittima di una ignota malattia che si manifesta nella trasformazione empatica, camaleontica e psicosomatica, dei tratti in conseguenza del contesto in cui l’individuo si trova. Ricoverato in ospedale, Zelig (in lingua yiddish, parlata dagli ebrei originari dell’Europa orientale, significa "benedetto") viene seguito da Eudora Fletcher (Mia Farrow), una psichiatra che cerca di scoprire le radici dello strano fenomeno nell’inconscio del paziente. Il "camaleontismo" di Zelig si trasforma in una moda. Leonard viene affidato alla sorellastra che cerca di trasformarlo in un fenomeno da baraccone. La dottoressa Fletcher tenta di proteggere Leonard e se ne innamora. I due decidono di sposarsi, ma Zelig, turbato dagli scandali montati dalla stampa, fugge in Europa. Eudora lo ritrova a Berlino: Leonard è alle spalle di Hitler durante un’adunata nazista. Fuggiti dalla Germania, Leonard ed Eudora vengono accolti trionfalmente in patria.

Il Leonard Zelig di Woody Allen è un uomo che, alla stregua del miglior Alighiero Noschese, non ha una identità definita.. Egli è letteralmente l’immagine proiettata degli altri, uno specchio che restituisce alle persone la propria immagine. Bruno Bettelheim (famosissimo psicoanalista tedesco che, nel film, interpreta se se stesso) dichiara: "se Zelig fosse psicotico o solo estremamente nevrotico, era un problema che noi medici discutevamo in continuazione. Personalmente mi sembrava che i suoi stati d’animo non fossero poi così diversi dalla norma, forse quelli di una persona normale, ben equilibrata e inserita, solo portata all’eccesso estremo. Mi pareva che, in fondo, si potesse considerare il conformista per antonomasia". È in tale accezione di personalità adattivamente camaleontica, di trasformismo identitario dipendente dal contesto ambientale, che è stata coniata in psichiatria la sindrome di Zelig. In questo film, è evidente la geniale intuizione di Allen che, ben prima degli scopritori dei neuroni specchio, si rende conto del fatto che, ogni essere umano, in fondo, è capace di adattarsi all’ambiente. Quando tale caratteristica è spinta all’eccesso, come ogni stress psiconeurofisiologico, genera uh’aura di confine tra la norma e il disturbo, che rende l’individuo paradossalmente diverso dal contesto in cui cerca di fondersi. È quello che accade, di fatto, quando tentiamo di inseguire modelli comportamentali in cui identificarci ossessivamente, finendo col pagare il prezzo del disadattamento estremo.

Faccio a pugni con te, poi ti vengo a cercare. Benedico e ringrazio e maledico il mondo com’è. E mi domando perché ti dovrei chiamare tutte le volte che passi e ti fermi lontano, lontano da me. Sarà come sarà, se sarà vero, sarà che mi nasconderai la fine del sentiero. Però ti leggo nel pensiero. Le mie chiavi di casa, puoi tenertele tu: per trovarmi una stanza ed un letto in affitto, non mi servono più. Sarà che mi vedrai nascondere, durante il temporale... e rialzare la testa e bestemmiare, quando torna il sole. Sarà come sarà, se sarà vero, sarà che inciamperò da qualche parte e poi ripartirò da zero, però ti leggo nel pensiero. E chiedimi perdono per come sono, perché è così che mi hai voluto tu! Prendimi per il collo, prendimi per mano, che non mi trovo più. Torno a casa la notte... e non mi lasciano entrare. E nemmeno ci provo a chiamarti per nome. E nemmeno ci provo a bussare. Ma tu davvero sai prendere il miele, e trasformarlo in pane; davvero sai pescare un uomo caduto nel mare. Sarà come sarà, se sarà vero... e mi vedrai, davvero, poco prima dell’alba, quando il buio è più nero, però... Ti leggo nel pensiero! (Francesco de Gregori)

Empatia. Cioè, capacità di identificarsi con un’altra persona in una determinata situazione e di percepire e comprendere i suoi stati emotivi. È una dote così importante per lo sviluppo sociale da essere profondamente radicata in quelle zone del nostro cervello, dove "nasce" la coscienza di esistere (neocorteccia, formazione reticolare mesencefalica, talamo e ippocampo).

"E’ già una felicità poter amare anche quando ad amare si è soli" (Théophile Gautier)

Il primo a usare il termine "empatia" (traduzione del tedesco Einfuhlung), fu il filosofo Theodore Lipps, che lo usò agli inizi del Novecento per indicare la relazione tra l’artista e il committente, che proietta se stesso nell’opera. È proprio questo tipo di esperienza che ci permette di riconoscere gli altri come persone simili a noi e, quindi, favorisce la messa in atto di abilità sociali fondamentali, come l’apprendimento attraverso l’osservazione e la comprensione dei bisogni e dei desideri altrui: una capacità, insomma, che (almeno in teoria) consente di ottimizzare le interazioni tra individui.

Stare insieme a te è stata una partita, va bene hai vinto tu, tutto il resto è vita. Ma se penso che l’amore è darsi tutto dal profondo, in questa nostra storia sono io che vado a fondo. Ci vorrebbe un amico per poterti dimenticare, ci vorrebbe un amico per dimenticare il male, nel dolore e nel rimpianto. In questa notte fredda, in fondo, mi basta una parola. (Antonello Venditti)

Ci vorrebbe un amico... anche nella malattia

In un intenso e, per alcuni versi, straziante libro di L. Tolstoj, "La morte di Ivan Il’ic", quello che colpisce particolarmente, è il colloquio fra medico e paziente, nel quale si evince l’angoscia di quest’ultimo che non riesce ad avere una risposta alla sola domanda che gli interessa: "dottore...il mio stato è grave?".

Ascolto, attenzione e solidarietà sono alleati cruciali in ogni terapia.

"Ho sempre pensato che sia giusto spiegare la situazione al paziente, passando in rassegna i sospetti diagnostici (secondo il moderno concetto di "alleanza terapeutica"). Il medico non può fingere d’ignorare le domande cruciali, relative all’evoluzione del proprio stato morboso. Questo è particolarmente vero quando ci si trova davanti a una malattia tumorale. Certo, ci sono segnali incoraggianti: le percentuali dicono che di cancro si guarisce sempre di più. Ma una neoplasia resta sempre una malattia grave, che sconvolge gli equilibri del malato e i suoi rapporti familiari e sociali. Perciò il medico non può fingere di ignorare le angosce del paziente ma, anzi, deve prevenirle e chiarificarle, al massimo possibile. Profondamente convinto di questo, fin da quand’ero giovane e lavoravo all’Istituto nazionale dei tumori di Milano mi sono sempre battuto perché nei trattamenti dei malati di tumore entrasse a pieno titolo anche una particolare attenzione per gli aspetti psicologici della malattia. Quindi, accanto a preoccupazioni come quella di individuare una precisa scala del dolore per comprendere come il malato si sentisse, cercammo di sviluppare un metodo per capire come il malato vivesse la sua condizione. Era un approccio diverso, dedicato al rispetto della persona: cominciò ad avanzare una nuova disciplina, la psico-oncologia. In Italia la Società di psico-oncologia è sorta nel 1985, sviluppandosi secondo tre filoni: le campagne informative all’insegna della prevenzione (contro l’abitudine al fumo, per una corretta alimentazione e per la lotta agli agenti cancerogeni); la formazione del personale medico e infermieristico; la ricerca sulle conseguenze psicologiche della malattia sulla vita del malato per elaborare più idonei modelli di assistenza. Tale disciplina valuta anche lo stress lavorativo dei medici e degli infermieri nella cura dei malati di cancro, indicando i rimedi contro il burn-out (l’esaurimento da lavoro usurante) che esaurisce la resistenza psicologia degli operatori, a discapito dei sofferenti. All’Istituto europeo di oncologia, abbiamo sviluppato un modello particolare di approccio col paziente, a partire dal messaggio della diagnosi, che deve sempre essere accompagnato dal messaggio della terapia e da quello della fiducia nella guarigione. Con semplicità e serenità, bisogna dire le cose come stanno. Esiste il male, ma ci sono anche le terapie. L’errore che evitiamo con determinazione è di parlare di un tumore in termini statistici, perché può indurre nel paziente, a seconda dei casi, un ottimismo esagerato o pessimismo distruttivo. Il malato non ha bisogno di cifre, ma di ragionevoli speranze... e, soprattutto, non va lasciato solo". (Umberto Veronesi)

La dottoressa Jimmie C. Holland, fondatrice della Società Americana e Internazionale di Psico-oncologia, ha evidenziato un elemento che suscita non poca preoccupazione nel mondo accademico: negli Stati Uniti meno del 10 per cento dei pazienti tumorali riceve un qualche supporto di tipo psicologico pur soffrendo, ovviamente, di significativi livelli di stress (che peggiora il quadro clinico in maniera significativa). E’ plausibile che nei Paesi europei la situazione sia simile. È anche alla luce di simili dati che la Favo (Federazione italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia), nel 2006, ha pubblicato un bando di concorso per l’assegnazione di 15 borse di studio, finalizzate a inserire, per la durata di un anno, altrettanti psicologi nelle strutture oncologiche pubbliche e private convenzionate in tutta Italia.

Sensibili si nasce o si diventa?

Il meccanismo della risonanza emotiva che determina il coinvolgimento (e il relativo condizionamento) nei confronti degli stati d’animo altrui, trae origine dai cosiddetti neuroni specchio, scoperti da un gruppo di neurofisiologi di Parma, guidati dal prof. Giacomo Rizzolatti. Tali cellule celebrali presentano la particolare proprietà di attivarsi non solo quando si esegue una determinata azione ma anche quando si osserva la stessa azione eseguita da un altro o, addirittura, nell’ascoltare un suono che la evoca (per esempio il rumore di una carta stropicciata che fa pensare all’appallottolamento di un foglio).

"Cosa sarà che fa crescere gli alberi, la felicità che fa morire a vent’anni anche se vivi fino a cento.. cosa sarà a far muovere il vento, a fermare il poeta nel darsi la morte per un bacio non dato... cosa sarà che ti svegli al mattino e sei serio, che ti fa morire ridendo di notte all’ombra di un desiderio... cosa sarà che ti strappa dal sogno, che ti fa lasciare la bicicletta sul muro e camminare con un amico a parlare del futuro... cosa sarà questo strano coraggio o paura che ci prende e ci porta ad ascoltare la notte che scende..." (Lucio Dalla).

Di sicuro l’empatia si genera nel mondo inconsapevole. A volte siamo in grado di renderci conto del nostro coinvolgimento emotivo di fronte a condizioni che il mondo esterno ci propone (mediante variazioni dell’umore, attivazione del sistema neurovegetativo con alterazione di parametri come temperatura, frequenza cardiaca e respiratoria, etc.); altre volte, ciò sfugge alla percezione consapevole. E’ stato dimostrato, per esempio, che la presentazione di immagini relative ad espressioni del volto (tristezza, rabbia, paura, disgusto, etc.) induce negli osservatori (soprattutto se di sesso femminile) impercettibili contrazioni degli stessi muscoli del viso che normalmente sono attivati quando si sperimentano personalmente quelle emozioni. Anche il cosiddetto "effetto camaleonte", cioè la tendenza a mimare le posizioni e le espressioni del volto di coloro con cui interagiamo, è largamente inconscio.

Tale fenomeno è innescato da un "contagio emotivo" conseguente ad un "effetto diapason" energetico che rende possibile l’innesco di vibrazioni molecolari del DNA di neuroni e nevroglia delle zone cerebrali coinvolte nell’ideazione e nelle processazioni di pensiero. Ciò è talmente efficace da determinare risposte comportamentali anche quando non si comprendono i motivi del messaggio esterno. Per esempio, un neonato che inizia a piangere sentendone piangere un altro, non è in grado di capire il perché del disagio.

I meccanismi neuro - nevrogliali dei processi empatici, si basa su una serie di meccanismi di "risonanza" interna che permettono di simulare - cioè di ripetere mentalmente - gli aspetti emozionali, percettivi e motori delle esperienze delle persone che osserviamo. In sostanza, attraverso questi processi simulativi saremmo in grado di "metterci nei panni degli altri", comprendendone gli stati mentali.

L’attività dei neuroni specchio e, quindi, la capacità di riuscire a riprodurre i pensieri ed i comportamenti degli altri" imitandone" le azioni, è influenzata dalle abilità individuali sviluppate al punto da farle diventare abitudini "creative". Un esperimento condotto allo University College i Londra su danzatori del Royal Ballet e ballerini di capoeira (danza caraibica) ha dimostrato che, in entrambi i gruppi, filmati relativi ai due tipi di danza, il sistema dei neuroni specchio risultava nettamente più attivo alla misurazione con risonanza magnetica, quando ciascun dei componenti osservava i movimenti cui era stato addestrato.

"Tutte le grandi gioie si somigliano nei loro effetti, a differenza dei grandi dolori che hanno una scala di manifestazioni molto variata" (Ippolito Nievo)

Una matrice per il dolore

"Quale allegria, se ti ho cercato per una vita senza trovarti, senza nemmeno avere la soddisfazione di averti per vederti andar via; quale allegria, senza far finta di dormire con la tua faccia sulla mia, sapendo invece che domani... una pacca sulla spalla e via; quale allegria, uscire presto la mattina, la testa piena di pensieri, scansare macchine e giornali, tornare in fretta a casa: tanto oggi è come ieri! Senza allegria, a letto insieme senza pace, senza più niente da inventare, costretti a farsi male per potersi, con dolcezza, perdonare e continuare; quale allegria, facendo finta che la gara sia arrivare in salute al gran finale... mentre è già pronto un conto da pagare" (Lucio Dalla).

In teoria i sistemi neurali con proprietà specchio sono ideali per attivare l’immaginazione nella capacità di rappresentarsi le emozioni degli altri. Questo tipo di abilità consente di dedurre senza dovere, per forza, sperimentare direttamente, e potrebbe avere una funzione adattativa in una circostanze come quelle che riguardano il dolore e la sofferenza in genere.

Il dolore è la spiacevole esperienza sensoriale ed emotiva associata a un danno biologico e psicologico potenziale o reale e riveste un chiaro significato adattativo. La percezione di uno stimolo doloroso, infatti, ci consente di minimizzare il danno immediato producendo riflessi di allerta verso elementi potenzialmente dannosi, mettendoci in condizione di apprendere, ricordare e anticipare il pericolo.

Nell’esperienza "nocicettiva" (dolorifica) è possibile distinguere una dimensione sensoriale - discriminativa ( che riguarda per esempio la valutazione della sede, della durata e dell’intensità della sensazione dolorosa) e una psico - emotiva ( riguardante la spiacevolezza, il fastidio, il turbamento indotto dalla sensazione provata). La rappresentazione del dolore nel sistema nervoso si basa su una molteplicità di strutture cerebrali che, nel complesso costituiscono la "matrice del dolore" di cui fanno parte due grandi gruppi neurologici, dedicati rispettivamente alla rappresentazione degli aspetti sensoriali e di quelli emotivi del dolore.

Le strutture più legate agli aspetti sensoriali includono la corteccia somatosensoriale e l’insula posteriore. Il "nodo" emotivo della matrice del dolore include la circonvoluzione del cingolo (con interessamento del sistema limbico) e l’insula anteriore. Le lesioni in queste due aree, infatti, provocano una specifica riduzione della risposta emotiva al dolore, che in alcuni casi porta alla cosiddetta "asimbolia per il dolore", nella quale il soggetto percepisce lo stimolo doloroso senza manifestare reazioni psicologiche appropriate.

Il dolore degli altri

Nella tradizione filosofica che risale a Cartesio, il dolore è ritenuto un’esperienza fondamentalmente privata. Un interrogativo che solo recentemente ha appassionato le neuroscienze riguarda l’esistenza di sistemi "empatico - rievocativi" dell’esperienza dolorosa che rendano possibile capire e condividere il dolore altrui. Nel 1999, William Hutchinson, dell’Università di Toronto, registrando l’attività neuronale nella corteccia cingolata anteriore di pazienti svegli, notò un neurone la cui frequenza di scarica variava non soltanto in seguito a stimoli dolorosi applicati alla mano del paziente, ma anche quando il paziente osservava uno sperimentatore ricevere la stessa stimolazione. Questa scoperta fortuita suggerì che l’empatia per il dolore possa essere legata alla parte emotiva (soprattutto affettiva) della matrice del dolore. Il primo studio sistematico sulle basi neurali dell’empatia del dolore è però più recente.

Nel 2004 il gruppo della prof. Tania Singer presso il Laboratorio di neuroanatomia funzionale dell’Università di Londra ha usato la risonanza magnetica per analizzare l’attività cerebrale di giovano donne sane in due condizioni sperimentali. Nella prima, le volontarie ricevevano uno stimolo doloroso in prima persona; nella seconda erano avvertite mediante uno stimolo visivo che il loro partner, fidanzato o marito, che si trovava nella stessa stanza, stava ricevendo una stimolazione dolorosa simile a quella da loro precedentemente ricevuta. In entrambi i casi risultavano attive sia la corteccia cingolata anteriore sia l’insula anteriore. Inoltre i soggetti che ottenevano punteggi più elevati in due scale di empatia emozionale mostravano una maggiore attivazione di queste due aree mentre il partner subiva la situazione dolorosa. Gli studiosi hanno concluso che empatizzare con il dolore degli altri non attiva il sistema corticale per la rappresentazione del dolore, ma solo la sua componente psicologica, mentre la componente sensoriale si attiva soltanto durante l’esperienza dolorosa diretta.

Empatia in rosa?

"Come mi vorresti, vediamo un po’... fammi un esempio una traccia un disegno usa l’ingegno... Come mi vorresti io non lo so ... più fantasia che puoi nessun condizionamento... prenditi il tempo e lo spazio che vuoi, fammi più bello e più interessante che mai... Come mi vorresti davvero lo sai ?Un mare di difetti... non ci giurerei: pensaci bene se ti conviene stravolgermi il cuore..." (Renato Zero)

Nell’ambito delle differenze comportamentali legate al genere, le diverse attitudini empatiche potrebbero essere alla base della maggiore capacità di relazioni interpersonali di tipo collaborativi delle donne, e di tipo competitivo negli uomini. Questa diversa capacità ha trovato riscontro in una recente ricerca condotta con una tecnica basata sul riscontro dell’attività cerebrale mediante risonanza magnetica

Tania Singer e i suoi collaboratori hanno esaminato l’attività cerebrale di volontari di sesso maschile e femminile mentre ricevevano uno stimolo doloroso o erano avvertiti che un’altra persona (uno di due attori seduti ai lati dell’apparecchiatura per la risonanza magnetica) stava ricevendo la stessa stimolazione nociva. In una fase precedente alla scansione, il soggetto aveva partecipato con i due attori a un gioco economico in cui vincevano somme di denaro. Uno dei due attori era istruito a comportarsi correttamente consentendo un guadagno accettabile per entrambi, l’altro invece a comportasi in modo scorretto, ostacolando le vincite del soggetto sperimentale a suo completo vantaggio. I risultati del test hanno mostrato l’attivazione di un complesso circuito di aree sensomotorie e affettive quando il dolore era provato sul proprio corpo.

Ma che cosa succedeva quando il soggetto sapeva che uno dei due attori stava provando dolore?

Il risultato più interessante è stato che la risposta neurale al dolore altrui dipendeva da quanto la persona "sofferente" si era comportata correttamente durante il gioco. Quando i soggetti(sia donne sia uomini) erano avvertiti che a provare il dolore era il giocatore corretto, si osservava principalmente l’attivazione di aree affettive come l’insula anteriore/giro frontale inferiore e la corteccia cingolata anteriore. Inoltre, quanto più i soggetti ottenevano punteggi alti in questionari che valutavano l’empatia emozionale, tanto più erano forti le risposte affettive al dolore del giocatore corretto. Le risposte affettive al dolore del giocatore scorretto erano invece ridotte.

"Finché sarai felice avrai molti amici ma se i tempi si faranno bui, probabilmente, resterai solo" (Ovidio).

 

Ma, mentre nelle donne, la riduzione della risposta affettiva era modesta, negli uomini si registrava una vera e propria assenza di risposta per il dolore dell’attore scorretto. Inoltre, sapere che l’attore scorretto stava provando dolore attivava negli uomini, e solo in loro, strutture cerebrali legate al rinforzo (in altre parole alla soddisfazione) tanto più forti quanto più alto era il desiderio di vendetta. I risultati mostrano che, soprattutto nel sesso maschile, le risposte neurali empatiche sono modellate dalla valutazione del comportamento sociale altrui: si empatizza con un avversario onesto, ma si favorisce la punizione dell’avversario scorretto. Secondo gli autori, questo potrebbe indicare il ruolo predominante degli uomini nel mantenimento della giustizia attraverso la punizione delle violazioni delle regole della società.

"Amatevi... ma non tramutate l’amore in un legame. Lasciate piuttosto che sia un mare in movimento tra le sponde opposte delle vostre anime. Colmate a vicenda le vostre coppe, ma non bevete da una sola. Scambiatevi il pane, ma non mangiate un solo pane. Cantate e danzate insieme e insieme siate felici, ma permettete a ciascuno di voi d’essere solo" ( Khalil Gibran )

Conclusioni

Quale che siano i risultati raggiunti attraverso le moderne tecniche scientifiche, resta da valutare nella giusta maniera il forte condizionamento del modello imposto dai sistemi sociali che ha determinato le distinzioni comportamentali relativamente al sesso, la razza o l’appartenenza a gruppi aggregativi (religiosi, politici, sportivi, etc.). Comunque sia, il messaggio che si è voluto inviare attraverso il presente lavoro vuole essere quello di valorizzare al meglio le nostre capacità di capire le esigenze dell’altro come passo fondamentale verso la legittima aspirazione di miglioramento delle propri condizioni. Tutto, ovviamente, nel pieno rispetto di quei principi fondamentali che non possono prescindere dalla tutela della propria persona.

"Se mi fosse concesso ancora un pezzo di vita (ora che ho capito quanto è breve ciò che resta del giorno), probabilmente non direi tutto quello che penso, ma sicuramente penserei molto a ciò che dico. Darei valore alle cose per quello che realmente significano... mi sdraierei al sole lasciando allo scoperto non solo il mio corpo ma anche la mia anima... scriverei il mio odio sul ghiaccio per vederlo sciogliere nelle ore più calde. Se avessi ancora un pezzo di vita... agli uomini spiegherei quanto sbagliano nel considerare la vecchiaia come la fine di tutto, perché è finita solo quando si smette di innamorarsi. Ai bambini darei delle ali, per imparare a volare. Agli anziani griderei dolcemente che la morte arriva solo con la rassegnazione. Ho imparato, finalmente, che a tutti i costi si cerca la cima della montagna, ignorando che la felicità consiste nel salire il pendio. Se scoprissi che oggi è l’ultima volta che ti guarderò mentre ti addormenti, ti abbraccerei forte e pregherei per poter essere il guardiano della tua anima. Se mi rendessi conto che per l’ultima volta, oggi, potrei vederti mentre esci da quella porta.... fisserei nella mia mente ogni cosa di te, per portarti con me... dovunque. Non è certo per nessuno che per tutti ci sarà un domani... perciò non aspettare oltre per un sorriso, un abbraccio o un bacio. Nessuno ti ricorderà per i tuoi pensieri segreti. Dimostra il tuo amore: è quanto resterà. Per sempre" (Gabriel García Márquez - Lettera agli amici - Testo riadattato).

 

Faccio a pugni con te. Poi ti vengo a cercare...

G.M. - Medico Psicoterapeuta

 

Si ringraziano Lina Gentile e Francesca Miceli per la collaborazione nella stesura del dattiloscritto

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