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Ce l’hai con me perchŔ sono precario?
di nico guzzi  

11 gennaio 2007

Da un nostro affezionato lettore, riflessioni su paure e disillusioni dei lavoratori precari.


Italiani, è giunta l’ora di ammetterlo, al potere abbiamo delegato la noia che perpetua le cose affinché ogni nuova generazione venga forgiata in essa. La noia non in senso positivo, cioè quella che poi spinge una generazione come quella del ’68 a sollevarsi per cercare quelle espressioni e aspirazioni che la società non offriva, per far notare al senso popolare che le libertà che le carte costituzionali tanto decantavano erano tutt’altro che attuate e che il benessere aveva reso chi l’aveva raggiunto cinico e soprattutto conservatore.


La nostra noia è quella che ci inculcano giorno per giorno i mass-media tradizionali, la televisione, i quiz, i giornali, i comunisti, i fascisti, gli ultras e la vita in diretta, è un calderone di emozioni, false fedi e abitudine alla trasgressione. Ci si riempe di stupidaggini finché si hanno i soldi, quando non ce ne sono più allora si filosofeggia, eppure mi pare di aver studiato che nell’antichità i filosofi erano tutto fuorché poveri, non avevano l’assillo del dover mangiare, capovolgo il discorso e vi sorprendo aggiungendo che del resto se un filosofo è pagato per filosofeggiare state sicuri che filosofeggerà, ma nell’antichità forse non avveniva "a ragionamento", cioè non si ragionava spinti dal denaro anche quando non si intravedeva nulla su cui valesse veramente la pena riflettere, del tipo: “I reality riflettono la vita e i comportamenti di tutti i giorni o sono caricature e copioni già scritti?” Sono contento che a queste discussioni si uniranno cani e porci senza ritegno, sono contento che nessuno balzerà dalla poltrona dicendo “Ma cosa me ne importa di uno pagato per dare una valenza seria a un programma di intrattenimento.”


Non ho visto un’artista uscire da “Saranno famosi” nonostante tra loro ci sia gente di valore, ma del resto se io vado a fare un provino sperando di diventare famoso non aspiro a molto altro al di fuori del diventare famoso; se invece facessi un provino affinché un etichetta decida di investire sulle mie idee allora magari qualcosa di buono potrebbe venire fuori. Dammi tre parole, sole, cuore, amore. Non è il caso italiano probabilmente.


Poco importa, è molto triste, culturalmente siamo regrediti di qualche generazione, avendone persa qualcuna per strada, non sentite ancora parlare dei trentenni? Eppure oggi sono quantomeno quarantenni, dunque anche i trentenni di oggi forse non se la passano così bene, un paio di cicli decennali si sono compattati in questa crisi di identità, idoli, precarietà e scarsa valorizzazione delle qualità.


Una società dove c’è scarso investimento nell’arte o è addirittura l’arte a dover pagare per rendersi visibile è sicuramente una società che sta cullando in grembo un feto in fin di vita. Nascerà?


Il Pil cresce se alle speranze di affermazione secondo i propri meriti (e non sempre “Certo ma senza fortuna non succede mai nulla”) non si aggiungono altre speranze invece che affermazioni, ad esempio: "Ehi, te lo presento, questo è un mio amico d’infanzia, guadagna più soldi di noi due messi insieme, ma non ha abbastanza fantasia per spenderli, anzi direi che non se ne fa quasi nulla dei soldi, oltre a una gran bella macchina, una villetta e qualche regalo ai figli i soldi se ne stanno lì per il futuro dei figli (E allora a che dovrebbe usarli i soldi?); ho sempre saputo che aveva qualcosa di speciale, quando risolveva le equazioni di matematica alle medie poi alle superiori gli si illuminava il volto, quell’espressione un po’ più navigata la vedo oggi quando se ne esce dal laboratorio dove studia nanotecnologie, dopo un esperimento riuscito; il laboratorio è a 30 km da casa sua, prende il treno poi il tram, entrambi in orario, altro che fuga dei cervelli, hanno appena ricevuto ulteriori finanziamenti dal governo."


Voglio solo vedere l’Italia che alle speranze e agli spot non aggiunge altre speranze e altri spot cosicché anche per chi non è mai stato in grado di comprendere perché e è uguale a mc al quadrato il destino non sarà sperare in un rinnovo del contratto annuale per tutta la vita, rinnovo dopo rinnovo ("e se poi non si rinnova che si fa? Chi mi prende?").
L’unica cosa positiva è che i figli che nasceranno da queste vite in bilico comprenderanno fin dai primi anni di infanzia quanto la vita può essere difficile e a quante cose inutili e per cui anche si piange può aspirare una persona che si reputa sana di mente, forse quei genitori saranno gli unici dopo un cinquantennio dalla Seconda Guerra Mondiale a non aver illuso i figli con il benessere fittizio e super-ostentato della materialità delle cose, non se lo possono permettere, perlomeno senza fingere.


Ma di questi genitori ce ne sono pochi, pochi figli nascono già e sempre meno nasceranno di questo passo, nessuno vorrebbe sentirsi dire dalla propria prole: “Papà, non sei in grado di offrirmi dopo 20 anni di lavoro un regalo di natale senza ricorrere ad un acquisto a rate, che schifo!”


E poi nel letto quello stesso papà forse verserà lacrime accanto alla propria compagna con cui convive da una decina d’anni e con cui il matrimonio non si è fatto solo perché non sembra possibile unire il niente, se i nonni si sono sposati senza soldi, senza una casa, è anche vero che hanno sposato insieme anche le speranze, i sogni, i progetti di vita, la voglia di far crescere i propri figli in un mondo migliore.


Il precario non è tale perché ha un contratto temporaneo ma perché non crede razionalmente che la sua vita potrà mai stabilizzarsi, da un momento all’altro qualcuno potrebbe dirgli "Di te non sappiamo che farcene," mi dispiace, ma non è poi così dolce naufragare in questo mare, eh sì, si sta come d’autunno sugli alberi le foglie.

Tutti siamo utili e inutili allo stesso modo.



Nico Guzzi

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