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Sistema fiscale e sprechi: quali rimedi?
di Francesco Battaglia  

4 settembre 2006

Le riflessioni di un nostro affezionato lettore.


Ceti popolari, ceti abbienti, tributi, sprechi: una equazione dai risultati razionalizzabili è possibile?

Come noto il nuovo Governo si propone obiettivi di lotta all’evasione fiscale e razionalizzazione dei costi anche nelle strutture politiche e amministrative dello Stato, insomma sui costi della politica, intesa come "ceto politico" di persone, cioè, che lucrino indennità varie da cariche punto impegnative, o necessarie, o responsabilizzate per risarcimento danni.

Invero, 12-8-06, i Media riportano inquietanti notizie sull’attendibilità delle dichiarazioni IRPEF, e preoccupate osservazioni della CGIL sul consolidarsi d’una incontrastata tendenza degli italiani all’imbroglio ed alla truffa. Il tema, certo, merita di essere ampiamente dibattuto e messo al meglio a fuoco. Partiamo dalla realtà particolare, per poi giungere a quella del contesto generale, ma vi è un intrecciarsi e sommarsi delle relative criticità. Per es., come vivono, dunque, in cosa si riconoscono, di quali valori sono portatori quegli italiani che hanno ereditato la collocazione sociale della vecchia classe operaia, senza conservarne la forte identità di gruppo? Se ne occupa una ricerca 2006 dei professori Mauro Magatti e Mario De Beneditti, pubblicata per i tipi di Feltrinelli.

Nella sintesi, i nuovi ceti popolari vi appaiono fluidi, diversificati, invisibili sulla ribalta politica. Basata su un metodo empirico, la ricerca offre una fotografia ed un’analisi interpretativa di una parte fondamentale, e numericamente maggioritaria, dell’Italia di oggi. Si tratta d’ una indagine sociologica condotta su un campione di italiani tra i 20 ed i 50 anni, appartenenti a gruppi spesso con scarso bagaglio culturale che risponde a svariate domande: Che peso hanno il lavoro, i consumi, i media, la politica e la religione sui gruppi meno privilegiati?

Viene alla luce un mondo che faticosamente cerca di destreggiarsi fra la retorica del successo e le difficoltà causate dalle scarse risorse di cui effettivamente dispone. A livello personale, ciò determinerebbe una condizione di inferiorità, che sostituisce il conflitto sociale con un dilatato senso di insicurezza. Sono nati così gruppi disancorati, relativamente instabili, che, però, appaiono idonei a destabilizzare l’intera struttura sociale.

Forte la pressione comunque su essi; prezzi e balzelli tra i più elevati nella UE non sono nemmeno compensati dai redditi, anch’essi più bassi dei francesi, dei tedeschi e degli inglesi. Questi i dati Eurostat elaborati da La Repubblica: lo stipendio annuo medio italiano è di 25.808 euro, contro i 34.622 della Germania (-25.5 per cento), i 29.139 della Francia (-11.36 per cento), i 38.538 (-32 per cento) della Gran Bretagna e i 41.736 (-38 per cento) della Danimarca. Quindi abbiamo beni e servizi indispensabili a costi molto più alti degli altri grandi paesi europei, avendo redditi pro capite mediamente più bassi. E tende ad andare peggio. Se, infatti, andiamo a vedere le variazioni e la distribuzione delle retribuzioni, ci accorgiamo che gli stipendi medi dei dirigenti, pari a 90.802 euro annui (anno 2005, retribuzione media lorda) negli ultimi quattro anni sono aumentati dell’1,8 per cento (salari reali), mentre quelli degli impiegati pari a 25.037 euro annui, sono diminuiti del 6,3 per cento (salari reali) (Fonte OD&M, 6° Rapporto sulle Retribuzioni in Italia 2005, ed elaborazioni Kataweb). Chi ha più potere si difende bene anche nel pubblico, per es., Il Times (A. Browne, The Times, 7-6-2005) ha calcolato i compensi dei parlamentari europei a Strasburgo, ed ha scoperto che gli italiani sono i più pagati, con 12 mila euro di salario mensile, pari a più del doppio dei danesi (5.772 euro) (Per il confronto tra gli stipendi medi degli italiani e dei danesi si veda sopra.), 5 mila euro mensili in più dei parlamentari tedeschi (7 mila euro) e britannici (6.800 euro). Nessun altro parlamentare europeo, comunque, guadagna cifre superiori ai 10 mila euro mensili, solo gli italiani.

Su Il Messaggero 17-8-06, un lettore scrive a Gervaso "Un mio amico ha detto che in Italia esisterebbero, escludendo i portaborse, circa 167 mila "soggetti in qualche modo eletti" e che le spese complessive annue, esclusi contributi previdenziali, pensioni dopo metà legislatura ed adeguamenti pensionistici più favorevoli rispetto agli altri lavoratori, si aggirerebbero sui 14,2 miliardi di euro l’anno. Sinceramente sono rimasto colpito da queste cifre? non è il caso di cominciare a porre il problema del costo-beneficio anche nelle strutture politiche e amministrative dello Stato? ".Evidentemente non lo è mai stato, se prendiamo un caso clamoroso di ente inutile: le Comunità montane(Legge 3/12/71 n. 1102 "Nuove norme per lo sviluppo della montagna, D.L.vo 18/8/2000 n. 267 ), ne esistono ben 365 in Italia e sono composte da consiglieri comunali di Comuni montani e non.I consiglieri sono ben 14600, un esercito che comanda solo 7500 dipendenti. Il costo dell’indennità ammonta a 22 milioni di euro.Secondo una inchiesta del Sole 24 ore 17-8-06,per ogni dipendente ci sono in media 2 Consiglieri; mediamente in ogni Comunità lavorano 21 dipendenti, quasi tutti a tempo indeterminato. L’appannaggio di 1 Consigliere ammonta mediamente a 1760 euro per il presidente a 3460 euro; il numero medio dei Consiglieri è 40 per ogni Comunità. La competenza disciplinatoria è delle Regioni; i designati non sono eletti dal popolo, ma su lottizzazioni partitiche; svolgono compiti delegati da Regione, Province e Comuni.

Sul sito Uomini liberi, si osserva: "Province: Che siano enti inutili lo dicono in tanti, che costino moltissimo, è risaputo. Ma il loro numero aumenta. Nel 1960 erano 92, nel 2006 siamo arrivati a 104; consiglieri eletti:4202; compenso agli assessori:42 milioni di euro;
compenso ai consiglieri: 59 milioni e rotti. Insomma, l’emolumento globale incassato dal ceto politico, appare il più alto d’ Europa". (In realtà, sarebbe più funzionale l’abolizione dei Comuni, con devoluzione alle Province:ve ne sono più di 8000, ed il valore aggiunto della loro autonoma rappresentanza politica appare prossimo a zero, se consideriamo che, sia i bisogni di quei territori, sia i mezzi per farvi fronte, nel terzo millennio appaiono sufficientemente omologati).

Risulta evidente come il sistema seguito da Governi e Parlamenti anche dall’inizio dell’era repubblicana, quella che doveva vedere il popolo sovrano, sino ad ora, lasci largamente insoddisfatti i cittadini: lo "Stato", dopo aver creato una valanga di iniquità (vedi giungla assistenziale, retributiva, pensionistica, fiscale, abitazionale, ambientale, familiare, sanitaria, ecc.) e fatto strame di diritti individuali, dichiarando qualcuno che, però, era per il nostro bene,è miseramente e dolosamente fallito, anche patrimonialmente (contro l’art 81 Cost, come in questi giorni sta osservando la Corte dei conti su numerose leggi), addirittura, ha caricato folli debiti sui neonati, e molti pretendono di insistere, con più o meno divertenti scuse, nel ricorso al debito.

Gli esponenti politici mai hanno riformato un sistema come quello italiano sul quale già l’ottocentesco economista Federico Bastiat allarmava, poichè definiva basato su "criminale saccheggio", e con delega in bianco coatta autogiustificativa, costituzionalizzata licenza di saccheggio senza responsabilità né rendiconto. Si può dar torto all’autodifesa di un cittadino, che tosato senza proporzionato corrispettivo, ed enormemente pregiudicato nei suoi diritti umani di libertà individuale, non creda più al valore aggiunto del consorzio civile coatto, che a 60 anni dalla Costituzione repubblicana ancora non lo vede sovrano? Pur nella contingenza economica sfavorevole, almeno i diritti individuali, la libertà e i diritti naturali, dovrebbero essere cosa da non sacrificare, essere patrimonio indisponibile per i governanti, (come ribadito dai vari filosofi rivendicatori dei diritti naturali, come R. Nozick, Rothbard, De Molinari, Szasz, Tucker, ecc.,i quali osservarono che "nessuno può violare il prossimo, cioè attentare alla vita, libertà, proprietà, dei suoi simili;quanto non può essere fatto dai singoli non può neppure essere praticato dallo Stato", situazione nella quale questi filosofi riconoscevano l’espressione più rilevante dell’ingiustizia e della coercizione, auspicando uno "Stato minimo") che purtroppo, come diceva Bastiat 2 secoli fa, sono usi a praticare, e alla grande, il sacco non solo dei soldi, ma anche di diritti individuali. Fra l’altro, in Italia il sistema tributario poggia su imposte indirette e patrimoniali, incostituzionali per impossibilità di ottemperanza credibile a progressività e capacità contributiva, in base all’art 53 Cost., tutto per non essere capace lo Stato, o non averne voglia, di accertare e riscuotere le imposte sui redditi.I cittadini non vogliono avventure contabili, né conti occulti, né aiuti di Stato, hanno diritto non solo alla trasparenza, ma alla buona amministrazione, e ad andare esenti da danni, tutte cose che, però, poco si vedono all’orizzonte, anche se di lotta all’evasione o elusione molto si parla (vedi critica dei sindacati anche alle Agenzie fiscali: la riforma recente, dal 2001, D28-12-2000, e D20-3-2001, di stampo privatizzante non avrebbe stanato alcunché di più di quanto sortivano le vecchie Intendenze di Finanza).

Si potrà porre un rimedio allo spreco? Molti hanno già risposto: no, non almeno nel breve e nel medio periodo, perché questo sistema perverso, che viene da molto lontano, per lo meno dall’inizio del Novecento, ma forse anche prima, pervade tutta la società civile, danneggiandola; ma senza una adeguata risposta il futuro non potrà essere di ripresa. Siamo venuti a sapere che esiste dal 1957 un ente per la liquidazione degli enti inutili, l’Ispettorato Generale per gli Affari e per la Gestione del Patrimonio degli Enti Disciolti (IGED), in cui sono impiegate trecento persone divise in quattordici uffici con altrettanti dirigenti, per un costo annuo complessivo di oltre tredici milioni di euro, divenuto a sua volte inutile con la legge 112/2002 che ne trasferì le competenze ad una società controllata dal Ministero del tesoro, di nome Fintecna. Pare che attualmente gli enti inutili siano "meno" di 400, una cifra ben diversa da quella che ha in mente chi ricordi che, in occasione della pubblicazione del D. P. R. n. 616 del 1977 e della legge 15-3-97, n. 59, anche allora i giornali, come di recente, si riempirono di articoli sugli "enti inutili" e la cifra che (disinvoltamente?) circolava in quegli anni era di 57mila. Certamente, comunque, il fenomeno è ampio, come vediamo ad es.,sul saggio di G.A. Stella, "Lo spreco, come buttare 2 milioni di miliardi"1998, o di R.Costa "L’Italia degli sprechi, enciclopedia di spese assurde a carico dei contribuenti, 1998, ecc., ove contempliamo quello che potremmo chiamare lo "spreco" del Bel paese, oppure nel lavoro di Ortensio Longo, assessore all’ambiente del Comune di Cosenza e vicepresidente di Italia Nostra, che catalogò, e pubblicò nel 1995, tutti gli sperperi calabresi, o di G.Plinio "La Liguria degli sprechi, 2000, per quelli locali.



F.sco Battaglia


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