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Il Sapere e la cultura...
di Giorgio Marchese  ( direttore@lastradaweb.it )

12 luglio 2008






...fra dovere e piacere.


 

A spasso verso un futuro migliore

 

Napoli, giugno 1948: esami di maturità al liceo Jacopo Sanazzaro, versione dal greco. Eravamo in quaranta, ventotto interni (quelli della III E) e dodici privatisti dallo sguardo smarrito. Seduto dietro di me c’era un uomo dal viso segnato. A vederlo gli si sarebbero potuti dare anche trent’anni. Si chiamava Cancello ed era un reduce del fronte africano: aveva la barba lunga e i vestiti stropicciati. Tutto il suo aspetto era volutamente ricattatorio. Non fece in tempo a sedersi che mi sibilò in un orecchio: "Uè, tu me ’a da’ ’na mano, ’e capito!", e io capii subito che non si trattava di una preghiera ma di un ordine.

Personalmente non ricordo di aver mai avuto paura durante gli esami di maturità, anche se all’epoca si portavano tutte le materie e, per ognuna di esse, gli ultimi tre anni. Certo: eravamo un po’ provati fisicamente. Venivamo da due mesi di studio full time: giorno e notte sempre sui libri, sempre a leggere, sempre a ripetere ad alta voce e a interrogarci l’un l’altro. Passavamo, come se niente fosse, dalle guerre puniche alla trigonometria, dall’Orlando furioso alla formula dell’acido solforico. Mia madre, quando andavo a riposare, mi poggiava sulla fronte una patata cruda tagliata a fette. Diceva: "Le patate fanno bene alla memoria". E io ci credevo! Mio padre invece, in via eccezionale, mi faceva preparare per cena il merluzzo riscaldato. Poi, per giustificarsi con il resto della famiglia aggiungeva: "O guaglione ha bisogno di fosforo!".

Quando il professore di greco entrò in aula con la busta della versione, prima dette uno sguardo scorbutico in giro, poi puntò dritto sul reduce che stava fumando: "Qua non siamo al caffè chantant, qua non si fuma". E gli strappò la sigaretta dalla bocca. "Gesù Gesù" - rispose il reduce stupito - "io per quante licenze liceali ho fatto, ho sempre fumato!"

A dire la verità, la versione non fu molto difficile e poi noi interni eravamo bravini: durante l’anno scolastico c’eravamo molto allenati e i più in gamba erano capaci perfino di tradurre dal greco al latino, direttamente, senza passare per l’italiano. Il reduce invece non ci provò neppure; lui badava solo che io non mi distraessi. Ebbe la sua brava versione da copiare e alla fine, sorridendo, mi regalò una macchinetta per fare le sigarette a mano. "Ci vediamo domani" - mi disse - e dal quel momento mi prese sotto la sua protezione.

Su quaranta fummo promossi a giugno solo in nove. Io ero tra quelli: acchiappai la media del sette, con otto in matematica e otto in fisica. Mio padre, visti i risultati, stazionò perennemente accanto ai quadri, giù nell’androne, e indicava i voti a chiunque veniva a curiosare: "Questo è mio figlio" - diceva con orgoglio, e poi, come se non fosse stato chiaro, aggiungeva - "Io sono il padre".

A parte l’affetto dei miei genitori, negli anni Quaranta non c’era l’abitudine di dare troppa importanza ai problemi dei giovani. Essere promossi veniva considerato soltanto un dovere, o per meglio dire, il minimo indispensabile per ripagare il padre di aver dato al figlio la possibilità di continuare gli studi fino al liceo.

Oggi non è più così. I diplomandi vengono seguiti, vezzeggiati, intervistati e coccolati, giorno dopo giorno, dai quotidiani, dal telegiornale, dai mass media e dagli stessi professori. Tutti vogliono conoscere il loro parere sulla difficoltà dell’esame. "La versione era troppo lunga e difficile, e poi era dal greco!" Oh, poverini, quanto ci dispiace! Vuol dire che la prossima volta per farli contenti, invece di una lettera di Platone, gli daremo da tradurre un telegramma di Aristotele. (Luciano de Crescenzo - Il caffè sospeso - Ed Mondadori - Milano2008)

 

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Caro dottore, volevo riprendere il discorso delle Fasi transitorie, cioÚ di quel periodo particolare che "accompagna" gli essere umani versoil tragitto che dovrebbe condurre verso una corretta dimensione di maturità; mi interesserebbe analizzare tutto quello che riguarda lo studio e la cultura. Io so che la vita di ognuno è accompagnata, con alterne vicende e controverse emozioni, dal rapporto col modo della scuola e i libri, per raggiungere ciò che viene definita "una cultura di base". Quante volte studiamo per il piacere di imparare e quando, invece, siamo costretti a subire preconfezionamenti che ci immettono in circuiti determinati da esigenze indispensabilmente conformistiche, tipo la scuola dell’obbligo, che viene, per lo più, sofferta?

"Nella scuola dell’esperienza si impara tutti i giorni" (Proverbio Popolare). Paradossalmente, tutti gli esseri umani iniziano il rapporto con lo studio in maniera naturale e piacevole e poi, nel tempo, determinano conflitti, incertezze e insicurezze.

Come mai?

Ogni bambino avverte il bisogno di scoprire i misteri della vita attraverso sperimentazioni sempre più complesse in funzione dello sviluppo del proprio grado di comprensione. Allo stesso modo, iniziando il percorso scolastico, si porta dietro la voglia di giocare col nuovo, fino a quando, non impara a sue spese che la didattica può complicare tremendamente le cose.

In che modo?

Ad esempio, stimolando la ricerca di obiettivi poco validi quali quello dell’identificazione competitiva.

Cosa vuol dire?

Che tende ad identificarsi con figure di riferimento, per cercare di emularle... nel bene o nel male.

L’apprendimento scolastico è una fase transitoria imprescindibile?

In un’epoca determinata da protocolli stabiliti in base a medie statistiche più che alle esigenze individuali, c’è sempre meno spazio per gli autodidatti e sempre maggiore necessità di titoli accademici che certifichino competenza e capacità. Studiare per diventare migliori e ottenere ricadute positive personali e collettive, può essere preso in considerazione dopo un lungo periodo di impegno "imposto" legalmente e, nella migliore delle ipotesi, condizionato da scelte alquanto relative. A queste condizioni, come sosteneva Michel Eyquem de Montaigne, è facile scontrarsi con due tipi di ignoranza.

Quali?

Quella degli analfabeti (ormai rara) e quella dei "dottori" (sempre più frequente).

Che soluzione proporrebbe?

"Se vedi un affamato non dargli del riso: insegnagli a coltivarlo" (Confucio).

Perché, spesso, a scuola e, talvolta, anche all’università, si studia per "accontentare" i genitori, o per sentirsi superiori agli altri?

"La cultura non sostenuta dal buon senso è raddoppiata follia" (Baltasar Gracián). Ciò dipende dal modello educativo che si è ricevuto. Spesso, per indurre un ragazzo a migliorare il proprio rendimento, lo si spinge a realizzare una competizione con altri che "si trovano nella stessa barca" per tentare di superarli e ottenere come premio, gratificazioni che vengono confuse con una maggiore accettazione. Da qui, a identificare il successo con maggiori attenzioni affettive da parte delle persone care, il passo è breve.

Molto spesso si dà importanza al conseguimento di un titolo di studio (diploma, laurea, ecc.) e non all’effettiva acquisizione delle conoscenze che quel riconoscimento giuridico presuppone, tanto da ricorrere a svariati mezzi pur di ottenerlo. Se la finalità dello studio consiste nell’appagare un’esigenza fondamentale come quella relativa al bisogno di sapere, come è possibile sganciarlo da altre motivazioni che non gli sono proprie?

"Vivi come se dovessi morire domani. Impara come se dovessi vivere per sempre" (Gandhi).

Cioè?

A parte il fatto che, come sosteneva Eraclito, "l’apprendere molte cose non insegna l’intelligenza", provi a riflettere su questo aforisma di oscar Wilde: "Uomo colto é colui che sa trovare un significato bello alle cose belle".

Da cosa dipende il disinteresse di molti giovanissimi verso lo studio, se l’esigenza di conoscere accompagna l’essere umano in tutta la sua esistenza?

Da una disillusione.

Quale?

L’essersi accorti che, contrariamente a quanto sostenuto da coloro i quali ritenevano importante studiare per non rimanere ai margini di quel terreno di gioco della vita, molti laureati passeggiano in attesa di prima occupazione

E quindi?

Siccome la nostra Società non è più in grado di assorbire, nel suo ciclo produttivo, individui generalisti e non specialisti, la risposta pragmatica dovrebbe consistere in un’adeguata preparazione "globale", come risultato di una buona formazione, imparando ciò che serve grazie ad uno studio "agile", utile e mirato. Purtroppo, "molti desiderano possedere la conoscenza, ma relativamente pochi sono disposti a pagarne il prezzo" (Giovenale).

Insomma, la cultura acquisita per il piacere della conoscenza, potrebbe consentire la costruzione di ciò che Francesco Alberoni, nel suo libro "l’albero della vita", definisce col termine di Stato Nascente, in cui tutti, in fondo, contribuiremmo alla realizzazione di un’umanità rinnovata nel ripristino di valori solidali e "performanti"!

Una simile condizione di grazia mi fa venire in mente il concetto espresso da Leonardo Sciascia, nel "Giorno della civetta", a proposito del vero uomo, quello con la "U" maiuscola...

Interessante, potrebbe spiegamelo?

Troppo complesso per noi contemporanei.

Perché?

Appartiene ad una razza ormai in estinzione. Preferisco riportarle il testo, che poi è un augurio, di una canzone di Giorgio Gaber che si intitola, guarda caso, Se ci fosse un uomo:

"Se ci fosse un uomo, un uomo nuovo e forte... forte nel guardare sorridente la sua oscura realtà del presente. Se ci fosse un uomo... forte di una tendenza senza nome se non quella di umana elevazione, forte come una vita che è in attesa di una rinascita improvvisa. Se ci fosse un uomo generoso e forte, forte nel gestire ciò che ha intorno senza intaccare il suo equilibrio interno, forte nell’odiare l’arroganza di chi esibisce una falsa coscienza, forte nel custodire con impegno la parte più viva del suo sogno. Questo nostro mondo ormai è impazzito e diventa sempre più volgare popolato da un assurdo mito che è il potere - Questo nostro mondo è avido e incapace sempre in corsa e sempre più infelice popolato da un bisogno estremo e da una smania vuota che sarebbe vita - Se ci fosse un uomo, allora si potrebbe immaginare un umanesimo nuovo, con la speranza di veder morire questo nostro medioevo col desiderio che in una terra sconosciuta ci sia di nuovo l’uomo al centro della vita. Allora si potrebbe immaginare un neo rinascimento, un individuo tutto da inventare, in continuo movimento. Con la certezza che in un futuro non lontano al centro della vita ci sia di nuovo l’uomo. Un uomo affascinato da uno spazio vuoto che va ancora popolato... da chi ha scelto il suo cammino senza gesti clamorosi per sentirsi qualcuno, da chi vive senza alcuna ipocrisia col rispetto di se stesso e della propria pulizia, da chi crede nell’individualismo ma combatte con forza qualsiasi forma di egoismo, da chi ignora il passato e il futuro e che inizia la sua storia dal punto zero. Uno spazio vuoto che va ancora popolato da chi è certo che la donna e l’uomo siano il grande motore del cammino umano, popolato da un bisogno che diventa l’espressione di un gran senso religioso ma non di religione, popolato da un uomo cui non basta il crocefisso ma che cerca di trovare un Dio dentro se stesso. Allora si potrebbe immaginare un umanesimo nuovo, con la certezza che, in un futuro non lontano, al centro della vita ci sia di nuovo l’uomo!"

G. M. - Medico Psicoterapeuta

 

Si ringrazia Erminia Acri per la formulazione delle domande e Adelina Gentile per la collaborazione nella stesura del dattiloscritto

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