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La vita che vorrei...
di Giorgio Marchese  ( direttore@lastradaweb.it )

28 gennaio 2006






...col sole in fronte.



 

 

Riflessioni - 13

 

Punti di vista, modi essere e di affrontare, di volta in volta, intemperie e dolci brezze: insomma, i fatti della vita. Il tutto, espresso senza nascondersi dietro interpretazioni perfezionistiche ma con la sincerità e la naturalezza dell’essere, nel bene e nel male... normalmente umani.

BUONA LETTURA

Vado così. Mi trascina la forza della vita. Ma non in maniera indiscriminata. Io non la amo in quanto tale, io cerco le strade migliori, quelle chiare: semplici come una goccia d’acqua che ti sorride e complesse come il bisogno di capire cosa c’è al di là. Quelle che vale la pena percorrere.

Attraverso corsie, veloci nastri d’asfalto, cerco il brivido delle accelerazioni lineari per continuare, anche contro le sponde d’angolo. Dico di si, ma non assecondo: capisco e rispetto.

Scelgo adesso oppure mai... preferisco decidere da che parte stare, senza aspettare che mi venga indicato. Non chino la testa. No. Meglio lottare per sapere qual è il mondo per cui vale la pena morire! Poi un pensiero si fa strada. Non posso rimandare. Mi tuffo nell’archivio della mia coscienza a caccia di sentenze da riconsiderare, ragnatele di ricordi da non spolverare, mille idee chiuse a chiave in un cassetto. Cerco il mio sguardo profondo, senza tarli a fare il nido ma foto di bambini che sfogliano pagine d’inverno. In fondo, la primavera è solo un capitolo più avanti.

Ogni tanto mi perdo, come mi capita nei vicoli della Roma antica. Ma poi mi basta ascoltare "le voci di dentro", individuando in me una via d’uscita. Sono sempre giunto dove volevo andare. Come, non importa. Fa parte del gioco.

La mano del mio babbo è duemila volte più grande della mia. Con un passo, fa cento metri. Se non sta attento, batte la testa nei tetti delle case, perché è molto alto. È buono e mi vuole bene. Vuole bene anche alla mamma. Però un po’ di più a me. Il mio babbo non si lamenta mai. Io da grande voglio essere come lui.

Una lettera di speranza trovata nella soffitta di una casa antica, dove ho trascorso parte della mia infanzia. In stile gotico, stretta e alta, con molte stanze e cunicoli. Esattamente come il nostro mondo inconsapevole. Forse anche per questo amo le immersioni subacquee, col gorgoglìo delle bolle che trasmettono in superficie le tue emozioni, cadenzate, ritmiche, adeguate.

Raramente, la tentazione di finirla qua. Ma solo quando la paura di una parabola in rapida, eccessiva discesa, mi ha indotto a vedermi chiuso nel ghetto delle disillusioni con, tra le mani, quel bicchiere della forza, ormai pericolosamente vuoto.

Non temo il tempo che scivola su di me, quanto, piuttosto, gli sguardi vuoti e i silenzi di chi si è arreso troppo facilmente. Questo, non lo posso accettare. A quel punto, meglio chinarsi in avanti per facilitare l’ineluttabile. Mi piace dipingere il sole. Che, in fondo è una stella di fotoni, in grado di spingere il battito del cuore e gli impulsi del cervello. Va bene anche la corrente alternata. Anzi, meglio. È forte chi cade... ma si rialza ogni volta. Amo il blu, come quello del mare; scelgo il verde, come la mia auto; in fondo preferisco il rosso, emoglobina: ossigeno propulsivo.

Attimi. Io che ho poca nostalgia del passato, a volte cedo alle lusinghe di quel suo dolce richiamo. È da lui che si ha l’idea di aver vissuto davvero. Ho provato il senso del dolore, quello vero, che attenua l’allegria dell’uomo "bambino". Spesso provo a raccontarmi ma non sono ancora riuscito a costruire la trama per intero. Attimi. Mi guardo dal di fuori come fossi due persone. Osservo le mie mani, la loro "espressione" e sento che, in quel movimento, io ci sono. Ascolto spesso gente confusa. È vero. Ma solo perché, in genere, devi essere "come un uomo, come un santo, come un Dio". Ci sono sempre i "come" ma non ci siamo "noi". Quante volte vivo in mezzo agli altri ma con la voglia di star solo, nella stanza dei miei pensieri. Quelle volte, a volte, non conta ciò che penso. È troppo più importante essere "io".

Attimi. Per me, che un giorno, in uno sguardo innocente mi sono perso in te e ho amato i tuoi capelli neri, il tuo sorriso, il tuo portamento signorile. Cosa mi resta? Attimi. Troppo poco. È difficile cucire un bel vestito con dei ritagli.


In te ho visto l’eleganza di chi custodisce il bello, felice di essere "diversa", rifiutando di essere "questo e quello". Una donna "nuova" ma, al tempo stesso, "antica e dignitosa" come una regina. Una donna sicura ma in grado di cercare, fra le mie braccia, la voglia di noi... sempre e per sempre. Una donna da sospirare, che tenta di nascondersi nella sua incomprensibile interiorità ma che, invece, ai miei occhi, risulta essere chiara come una giornata senza nuvole. Pur con la sua, inconfondibile, originalità. Contenta di scaldarsi al fuoco, con me, "concreto" e "sognatore".

Cosa vorrei? Guardarci allo specchio, così diversi ma così uguali, pronti a scontrarci per difendere le posizioni ma a venirci incontro pur di non farci soffrire. Una delle più belle canzoni che abbia ascoltato, nelle notti di adolescente, quando si sospirano "teneri baci e languide carezze", l’ha composta Roberto Vecchioni. Canzonenoznac. Avrei voluta scriverla io, per te e per me. Così diversi, così uguali.

"Il leader della parte scura, dietro una barba quasi nera, diceva cose alla sua gente, a voce bassa, come sempre. E ricordava cose antiche, proibite ma pur sempre vive, come il Martini con le olive. Dal 1980, anno di grazia e di alleanza, felice e immobile la gente, viveva solo del presente. Ma lui, a quei pochi che riuniva, come una nenia ripeteva, quel suo programma che chiedeva... fosse permesso ricordare! Poi ricordò che era vietato, nel mondo nuovo anche il passato. Il leader della parte chiara, con quella cicatrice amara, sul mento, a forma di radice, gridava: - Abbasso questa pace! - Coi pochi giovani, insultava la polizia, che costringeva soltanto ad essere felici. Ed abbatteva e rifaceva palazzi d’arte e di cultura. E delle bibite e del niente sì, ma soltanto con la mente. E all’occorrenza le prendeva, davanti ai giudici abiurava ma appena uscito risognava. Fosse possibile cambiare, fosse possibile sperare. Ma la speranza era un difetto del mondo ormai così perfetto. E il leader con la cicatrice credeva l’altro più felice. E l’altro, quello con la barba, di lui diceva : - E’ pieno d’erba! - Si sospettavano a vicenda, di fare solamente scena, d’essere schiavi del sistema. E l’uno, l’altro sbeffeggiava; e l’altro l’uno ricambiava, pur descrivendo alla rinfusa, due volti di una stessa accusa, che era impossibile cambiare, tornare indietro, andare avanti: avere voglia di sbagliare. Come ad esempio ricordare, come ad esempio ricordare. Questo ricordo era un difetto, nel mondo ormai così perfetto. Né si poteva più cambiare, né si poteva più sperare: questa speranza era un difetto, nel mondo ormai così perfetto. E il leader della parte chiara pianse di rabbia quella sera. Seduto sopra la sua vita, perduta come una partita. Ma il servofreno dentro il cuore, che scatta al minimo segnale, gli eliminò tutto il dolore. E il leader della parte scura, contando i passi e la paura, si avvicinò alle parti estreme, dove correva un giorno il fiume, ricostruendo da un declivio, l’ultima chiesa un vecchio bivio, l’acqua e l’amore che non c’era. Si sentì stanco in quel momento, tolse la barba e, sopra il mento, apparve, a forma di radice, quella sua vecchia cicatrice".

Cosenza, lì 29.01.2006

G. M.

 

 

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