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Una lingua senza il .
di Andrea Cesanelli  

13 maggio 2005

Per non diventare dei Don Chisciotte...


 

Il fatto che la lingua sia una cosa viva e dinamica è lapalissiano, così come lo è il fatto che essa sia soggetta a mutamenti che, nel tempo, la cambino anche profondamente. Così si è passati dal latino all’italiano o dall’antico germanico al tedesco moderno, per fare due semplici esempi.

Chiunque lotti contro questa tendenza naturale è un Don Chisciotte contro i mulini a vento e la sua impresa è destinata al fallimento.

Fatta questa premessa ci piace però far notare che, una cosa è cambiare una parola (o un intero stile) con un’altra, altra cosa è semplicemente cancellare senza proporre qualcosa di sostitutivo, è la differenza che sta tra il mutare e il distruggere.

Purtroppo il secondo caso è quello che sta interessando le lingue occidentali, in una corsa verso la spoliazione semantica, l’impoverimento e lo stravolgersi di regole che hanno un’utilità comunicativa cui nessuno sembra esser più interessato. Il processo non è nuovo, tanto che già George Orwell ne inorridiva, riferendosi evidentemente all’inglese della prima metà del ‘900, ma noi italiani non abbiamo da stare allegri perché l’involuzione coinvolge anche la nostra parlata. Involuzione che sta minando tutti i livelli della lingua, dalla sintassi alla morfologia. Non essendo questa la sede adatta per soffermarcisi eccessivamente tratteremo qui, a mo’ di esempio, solo del problema ortografico (che è il più semplice da notare) e delle libertà sempre maggiori che gli italiani si prendono con la grafia della loro lingua.

Un esempio per tutti: sempre più persone ignorano che il affermativo vuole l’accento (quello acuto per la precisione). Nessun dizionario - nessuno! - ha ancora autorizzato una grafia senza accento, e per fortuna, diciamo noi, perché non si vede poi come lo si distinguerebbe dal si riflessivo che l’accento invece rifiuta. Nonostante ciò è normalissimo vederlo stampato senza accento sui giornali più famosi.

E per restare in tema di accenti, quant’è usuale dimenticarsi di segnarli sulle parole tronche (che in italiano pretendono l’accentazione) e così si legge su giornali, telegiornali e calendari: lunedi martedi, mercoledi... e sì... anzi, conformandosi, si!

Sarei tentato, seguendo il mio spirito pedante, di parlare del qual è e tal altro con l’apostrofo, ma mi asterrò per evitare che i miei 25 lettori abbandonino qui la lettura del mio noioso articoletto.

Quello che vorrei far notare, al di là di esempi più o meno simili che si sprecherebbero, è che questi piccoli vezzi ortografici (tranne i rari casi in cui hanno una motivazione etimologica), non sono frutto di regole gratuite e arbitrarie, bensì servono a distinguere omofoni con valore grammaticale diverso (com’è il caso del sí/si).

E’ una pratica comune a molte lingue: lo fa il cugino francese (la/là), lo fa il lontano inglese (four/for) e lo fanno molte altre. E lo ha fatto per secoli la nostra lingua, che è lingua di omofoni e di accenti, ma oggi ai suoi utenti moderni la cosa sembra non piacere proprio: presa per vezzo, presa per inutile complicazione, si tende a semplificarla... tanto... troppo.

E si sbaglia. Nella lingua scritta, dove la comunicazione non è, come in quella orale, accompagnata e aiutata da intonazione e gesticolazione, è necessaria la massima precisione e proprietà possibile se si vuole che il pensiero che si vuole esprimere sia compreso nel migliore dei modi. E questa necessità val bene lo studio - e l’uso! - delle poche regole grammaticali italiane. Ovviamente poi, di tali fatiche dovrà caricarsi solo chi ha un pensiero da esprimere, gli altri possono continuare a vivere felicemente ignorando la grammatica.

Al di là della facile ironia, che come figura retorica non è mai da disdegnare, vien da chiedersi a questo punto su quali testi abbiano studiato le nuove generazioni che ora scrivono su giornali e conducono in televisione, e se questi testi siano poi così diversi da quelli su cui abbiamo studiato noi, più grandicelli. Chi scrive se l’è tolta questa curiosità, andando a spigolare nelle grammatiche in uso nei licei moderni. La paura era di non trovarci le vecchie regole, ma solo una sintesi rabberciata e semplificatissima, esposta pure malamente; ma niente di tutto ciò: le grammatiche sono anche migliori di quelli di qualche anno fa e le regole, a volerle studiare, sono sempre e tutte lì.

Allora, a nostro parere, quello che manca forse è la volontà di studiare, che è sempre stata il miglior insegnante; non ci resta che sperare che in quest’epoca tecnologica e informatica si trovi una qualche ricetta che la stimoli.

E già, sennò dovremo assistere all’acuirsi del paradosso per cui, nell’èra della comunicazione veloce e multimediale, viene a mancare il mattone primo della stessa e cioè una lingua funzionale e chiara; e sarebbe un dramma perché il mezzo di trasporto più veloce non serve a nulla se la merce trasportata è avariata.

Andrea Cesanelli - aprile 2004.

 

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