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Osservazioni linguistiche.
di Fausto Raso  ( albatr0s@libero.it )

9 aprile 2005

Per intenderci meglio.


 

Il pronome relativo “cui” è adoperato, molto spesso, in modo errato. Vediamo di fare un po’ di chiarezza. Innanzi tutto diciamo subito una cosa ovvia e cioè che è indeclinabile e quindi si può riferire sia a una persona, sia a un animale e sia a una cosa tanto nella forma singolare quanto nella forma plurale. Non si può adoperare come soggetto, soltanto come complemento indiretto: ecco la persona di “cui” ti parlavo; ecco gli amici di “cui” mi hai detto un gran bene. Nel complemento di specificazione, vale a dire nella forma “di cui”, la preposizione “di” si deve tralasciare se “cui” si fa precedere dall’articolo: il caso ha voluto che mio figlio abbia conosciuto un amico “il cui” padre è stato mio compagno di scuola. Per quanto attiene al complemento di termine, cioè nella forma “a cui”, la preposizione “a” si può o no tralasciare, dipende esclusivamente dal gusto dello scrivente o del parlante: l’amico “cui” mi rivolsi o “a cui” mi rivolsi. E’ l’unico complemento che gode del privilegio di accettare o respingere la preposizione. Tutti gli altri complementi in cui c’è il... cui sono costretti a essere introdotti da una preposizione. E sempre per quanto riguarda il pronome “cui”, evitate di cadere nell’errore comunissimo (ci riferiamo alle “grandi firme” del giornalismo e ai “grandi scrittori”) di dargli quel significato neutro che a volte si dà al pronome relativo “che” (“la qual cosa”) formando in tal modo il costrutto “per cui” nell’accezione di “per la qual cosa”, “perciò”: piove “per cui” non esco. Si dirà, correttamente, piove “perciò” non esco. Per cui, insomma, non sostituisce “perciò”.

                                                                          ***

Alcuni pseudolinguisti (e ce ne sono tanti nelle redazioni dei giornali) non conoscono un uso particolare del pronome che, chiamato “che temporale”, e condannano l’espressione tipo “era il giorno ‘che’ il direttore era assente”. Nient’affatto, soloni della lingua, quel “che” è perfettamente in regola con le leggi della grammatica perché equivale, per l’appunto, a “in cui”. E’, insomma, un che con valore temporale. Si ricordi, in proposito, il celeberrimo verso dantesco: “Lo dì c’han detto ai dolci amici addio”. Volete correggere  (e quindi condannare) anche il divino Poeta? Usiamo, dunque, il “che” tranquillamente ogni volta  “che” (o in cui?, amici) equivale a “durante”, “da che”, “da quando” e simili.

                                                                         ***

Una donna sposata è... “ammogliata”. Potrà sembrare strano ma si può adoperare questo verbo in luogo del più comune “maritare”. Non esiste il verbo “ammogliarsi” per “darsi in moglie”? Si può benissimo dire, quindi, “Paola è ‘ammogliata’ a Giovanni” e nessuno può scandalizzarsi. L’importante è adoperare la preposizione “a” non “con”. In buona lingua italiana si dirà, dunque, “ammogliata a” Giovanni o “maritata con” Giovanni.

 

 

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