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L’abitudine a farsi male.
di Giorgio Marchese  ( direttore@lastradaweb.it )

28 settembre 2017






Siamo unici e irripetibili. Ma non immuni dalle conseguenze delle nostre 'scelleratezze'.


 

COLLOQUI "RISERVATI"

In questo lavoro, così come negli altri della medesima sottosezione, si riportano estrapolati di colloqui analitici, finalizzati ad affrontare argomenti di interesse pubblico. L’operazione, con il consenso degli interessati, rispetta tutti i dettami della legge sulla Privacy ed i principi del rispetto e della correttezza professionale.

BUONA LETTURA

Caro dottore, in questo incontro vorrei discutere dei miei disturbi fisici che, sto cominciando a capire, dipendono dal mio umore “non buono”. Credo si tratti di Psicosomatica.


Interessante argomento. Credo siano utili, però, alcune precisazioni in merito ai disturbi psicosomatici.


Il termine psicosomatico, identifica un elemento di congiunzione fra la propria attività mentale (quindi, quello che pensiamo) e il nostro corpo.

Ed effettivamente, ognuno di noi ha avuto modo di accorgersi del fatto che, per esempio, ogni volta che ci troviamo sotto stress, abbiamo un maggior bisogno di urinare, fa “capolino” qualche crampo addominale, può comparire il mal di testa e, chi più ne ha, più ne metta...

Nonostante ciò, però, se chiedessimo, a campione, un parere sul ruolo della psiche riguardo al benessere del corpo, più di qualcuno storcerebbe il naso. Eppure, già Galeno di Pergamo vissuto nel 129 d. C. (Medico e filosofo greco, preparatosi a Smirne e ad Alessandria e attivo a Roma presso gli imperatori Marco Aurelio e Commodo) accoppiò alla pratica medica un vero e proprio sistema filosofico sul concetto di salute e malattia. In sostanza, sembra sia stato capace di notare e codificare in maniera scientifica, che le alterazioni dello stato psicofisico possono condizionare in maniera rilevante le risposte biologiche dell’organismo!

Continuando la ricerca, scopriremmo che, sul finire del diciannovesimo secolo, il medico Tedesco George Groddeck, con i suoi studi e le sue terapie è stato riconosciuto come il padre della Psicosomatica, influenzando anche Sigmund Freud.

Interessante fare un balzo al secolo successivo per rendersi conto che, a seguito degli studi sullo stress del prof. H. Selye (nel 1936), si comincia ad aver chiaro il motivo del rapporto fra mente e corpo e nascono i presupposti per la branca medica definita PNEI (PsicoNeuroEndocrinoImmunologia) che studia il ruolo della mente, nel rapporto fra Sistema nervoso, endocrino ed immunitario.

Giungendo ai giorni nostri, impattiamo, ormai, con l’epigenetica: il meccanismo che regola la trascrizione delle informazioni genetiche in base alla nostra capacità di adattamento all’ambiente e ai suoi fattori stressogeni.

Oramai, qualsiasi studente di Medicina del secondo anno di corso, nei suoi libri di Anatomia e di Fisiologia, trova le prove degli innumerevoli punti di contatto, nel cervello, fra emozioni e attività organiche (ipotalamo, ipofisi e ippocampo, su tutti).

Non c’è organo o apparato che non risponda alle sollecitazioni del sistema nervoso e, quest’ultimo (come ampiamente dimostrato), “azionato” dalla mente (che è il suo software) dialoga col resto dell’organismo e gli “dice” cosa fare. In più, c’è una situazione particolare che riguarda la nostra pelle: quest’ultima, durante il periodo embrionario (nei primi tre mesi di vita intrauterina) nasce da una struttura che si chiama “ectoderma”, da cui vien fuori anche il sistema nervoso. In pratica, questi due, sono assimilabili ai gemelli siamesi: è naturale, quindi, che quando il cervello ha qualcosa da dire “utilizzi” la pelle, per parlare. Nel bene e nel male..

In pratica, alla nascita non ci è stato spiegato ma,ciascuno di noi, è costretto al rispetto di norme e regolamenti deviando dai quali, i nostri “anfratti” più intimi, cominciano a ribellarsi. Se il nostro cammino esistenziale, in qualche modo compensa le “deroghe” o si riallinea a quanto “Madre Natura” pretende, allora procederemo senza troppi scossoni. In caso contrario, la mente utilizzerà gli sbalzi d’umore, i disagi psicologici che conosciamo bene... oppure, il suo braccio armato: il corpo. Attraverso il “ponte” psicosomatico.


Bene, allora, comincio con le domande.Nella produzione di disturbi psicosomatici cosa avvia il meccanismo di scarico?

Cosa intende per scarico?

La determinazione di disturbi di vario genere, in base ai cattivi comportamenti acquisiti e agli "organi bersaglio". Io per esempio, a seconda dei periodi, vivo momenti di insicurezza, indecisione e confusione che mi comportano squilibri alimentari, nel senso che mangio male e troppo... e poi mi pento e mi arrabbio con me stessa perché il mio aspetto fisico non corrisponde ai canoni che mi sono prefissa.

Torniamo alla domanda iniziale. Ogni essere umano, nell’arco della giornata, viene sottoposto ad una serie di pressioni che conseguono a sollecitazioni che il mondo esterno attiva come induzioni pulsionali...

Un attimo, mi sto perdendo!

Mi spiego meglio. Tutti noi, abbiamo delle aspirazioni cui tendere, dei desideri da appagare per rendere più dolci le avversità della vita, degli obiettivi verso cui incamminarci.

Bene... e quindi?.

Al tempo stesso, ciascuno, anche se costa fatica ammetterlo, si porta dietro paure di vario genere, in base anche (e soprattutto), al grado di intossicazione derivante dalle frustrazioni quotidiane. Lo scontro fra gli aspetti che le ho descritto, determina la creazione di conflitti che lacerano l’equilibrio psicofisico. Il risultato produce una serie di reazioni dettate dall’alterazione del dialogo fra le varie componenti dell’organismo alterando, tra l’altro, la funzionalità del sistema nervoso vegetativo. A quel punto le sintomatologie prodotte possono essere le più varie.

A ben guardare, si verifica sempre, nel quotidiano, che al nostro decidere, agire, progettare esista un qualche motivo, banale o meno, per il quale non si è pienamente concordi con le deliberazioni che s’intendono o si devono adottare. Una scelta non è sempre accompagnata da un’adesione interna, ma non per questo accade o ci aspettiamo che da eventuali disaccordi si generino reazioni somatiche.

È vero.

Quindi, perché ciò avviene? In quali casi o a che condizioni?

Ovviamente tutto dipende dal tipo di personalità e dal grado di "saturazione" raggiunto.

In che senso?

Una persona perfezionista e rigida, non sopporterà momenti di indecisione o "incomprensione" interna e determinerà una condizione conflittuale persistente e molto fastidiosa. Un individuo flessibile e in grado di adattarsi (sempre che non sia molto stanco mentalmente), sorvolerà su molti aspetti individualmente biunivoci.

Cioè?

Non si arrabbierà facilmente, insomma.

Cosa si verifica all’interno del nostro inconsapevole che decide di adottare - e mi permetta l’espressione - a "tradimento" tale meccanismo "nuovo" di reazione, prescindendo dal numero dei conflitti fino ad allora cumulati e non risolti?

A parte quello che le ho già detto, possiamo aggiungere anche eventuali sensi di colpa e rabbia nei propri confronti per motivi vari, da analizzare.

Come si riesce ad evitare la ripetizione della produzione di disturbi al di là della specificità di un conflitto, ma di ogni possibile conflittualità che potrebbe a rigore determinarla?

Cosa vuol dire?

Come si "rieduca" e si istruisce l’organismo a non scegliere questa via?

Attraverso un lento lavoro di analisi personale, che porta ad individuare la corretta scala di valori da seguire, per vivere meglio.

Quanto vorrei trasmetterle è che, nonostante produrre e vivere disturbi somatici mi faccia rendere conto di essere biologicamente simile a tutti gli esseri umani... e quindi anch’io come loro soggetta alle Leggi di Natura, questo contrasta in parte con il mio sentirmi "unica", nel non riconoscermi nei comportamenti dei più, nel percepirmi differente dalla maggioranza sia da un punto di vista clinico (ad esempio gli effetti di un farmaco sul mio organismo danno sempre effetti non previsti o risultati non sperati), sia dal punto di vista spirituale, di crescita interiore. Su questo mio sentirmi quasi "speciale", l’iniziare dei disturbi psicosomatici ha creato una sorta di incredulità, disorientamento, di impotenza, di vessazione, vissuto come un tradimento del mio copro al mio volere, quasi un "non poteva accadere a me". Il punto è che non accetto che il mio organismo decida arbitrariamente, da un giorno all’altro, di reagire così anche quando io non lo desidero e continui a produrre disturbi che non riesco a controllare o decidere di far cessare ancora adesso dopo due anni. Vorrei che questa mia esperienza, questo vissuto particolare fosse smagnetizzato. Mi spiego meglio, vorrei che ci fosse un modo affinché lo stesso inconsapevole dimenticasse le tracce, l’ipotetico utilizzo di un simile strumento/mezzo di scarico dei conflitti, e quindi eliminare i rischi di eventuali ritorni o ricadute. Tutto questo, e il tempo trascorso, aumenta non solo la mia rabbia, ma il sentirmi inguaribilmente "malata" o "strana", l’avvertire un insopportabile senso di soggiogamento, un senso di irreversibilità delle cose, quasi una condanna, con un conseguente abbattimento e scoramento. E’ naturale che io nutra tali emozioni?

È comprensibile che lei viva una tale situazione e tutto ciò è spiegabile con il senso di onnipotenza che ogni essere umano, intimamente vive, accompagnato dalla convinzione di essere "unico e irripetibile".

Quali sarebbero i sentimenti adeguati da corredarsi a questo stato di cose?

Dovrebbe rendersi conto, attraverso lo studio e le spiegazioni che io posso fornirle, del fatto che esistono delle leggi che governano le reazioni dell’energia da cui nessuno può derogare. Per cui, a certe condizioni di mancato appagamento di bisogni primari necessari non indispensabili, si creano delle tensioni interne che la stessa logica universale "provvede" a "dirigere".

In che senso?

Facendo "osservare" al Pensiero le specifiche migliori, più ci allontaniamo da queste, maggiore saranno i nostri disagi.

E se ci fossero sentimenti più corretti da provare, sulla base di quali considerazioni poterli generare? Ove non vi fossero stati emozionali più indicati per una situazione del genere, come si può fronteggiare il senso di irreversibilità, il senso dell’abbattimento, dello scoramento dovuto al solo subire il malessere, in poche parole il " subire"?

Mia cara, in un solo modo.

Cioè?

Migliorando se stessa.

E’ possibile far dimenticare all’inconsapevole che esiste questa via per scaricare i conflitti in modo tale che in un futuro, "a tradimento", in un momento di difficoltà, non incorra ancora una volta nella produzioni di sintomi psicosomatici?

Solo imparando ad appagare il bisogno di autoaffermazione, che la porta ad amare di più se stessa e a realizzarsi nel suo complesso.

Oggi, ad esempio, nel riascoltare la registrazione di un nostro colloquio di analisi, ho avvertito tensione e malessere alla testa. Una cosa del genere mi era già successa. Credo che sia dovuto al fatto che io mi "forzo" a continuare il lavoro mentre vorrei interromperlo dopo poco tempo.

E si è domandata perché si stanca così facilmente?

Forse perché, in questo modo, sono costretta a riflettere sulle mie manchevolezze e sugli obiettivi mancati. L’effetto che produco è quello di aumentare la disillusione, la scocciatura, la saturazione, la tensione e la produzione di disturbi fisici. I pensieri che ho prodotto possiedono un antidoto?

"Nessuno sa abbastanza, ed abbastanza presto" (Ezra Pound). C’è bisogno di pazienza, motivazione e impegno. Questo fornisce alla mente l’opportunità di pensare al meglio.

Perché non mi dà un consiglio che mi consenta di abbreviare i tempi?

Al massimo posso trasmetterle le spiegazioni mediante le quali arrivare da sola alle conclusioni corrette.

Come mai così riduttivo?

"Si possono dare i consigli, ma non si può dare la saggezza di seguirli" (François de La Rochefoucauld).

 

G. M. - Medico Psicoterapeuta (6 Marzo 2015)

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