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Il meccanismo dell’Apprendimento.
di Giorgio Marchese  ( direttore@lastradaweb.it )

20 febbraio 2019






"Imparare è un'esperienza; tutto il resto è solo informazione".


NEUROSCIENZE - EPIGENETICA - PNEI

Questo articolo è stato scritto, per la prima volta, il 30 gennaio 2005. Considerando la velocità con cui procede la ricerca scientifica (e le sue relative scoperte), è diventato imperativo aggiornarlo, per come si conviene. Il lavoro può essere compreso, nella sua essenzialità, da chiunque. Ovviamente, in alcuni passaggi necessariamente più tecnici, occorrerà avere una conoscenza di base del sistema nervoso. Niente paura: basterà concentrarsi sui punti più divulgativi. Ciò, sarà più che sufficiente per capire il meraviglioso meccanismo dell’apprendimento. BUONA LETTURA

"Ogniqualvolta l’essere umano si trova nelle condizioni di dover risolvere le difficoltà che la vita gli pone di fronte, per impegnare il pensiero nella strutturazione di una strategia adeguata, dovrà ricorrere alla prima delle espressioni strutturali della mente: l’apprendimento". (Giovanni Russo)

Prima di addentrarci, tecnicamente, nei meandri relativi al meccanismo dell’apprendimento, è molto importante impiegare qualche minuto per leggere la storia di un uomo speciale: Vincenzo Andraous

Bevvi il calice del dolore fino alla feccia. E, in fondo, vi trovai IDDIO (Cit.)

Cresciuto nell’errore, ha collezionato più di un ergastolo, con "Fine Pena Mai". Ma ecco che, senza più (apparenti) prospettive, scatta in lui il bisogno di imparare qualcosa di diverso. Qualcosa di nuovo.

Forte del fatto che l’apprendimento è quel processo mediante cui, l’esperienza (incidendo sul sistema nervoso) modifica il comportamento,Vincenzo diventa, nel tempo, la dimostrazione che, NESSUNO, è senza speranza e che, OGNUNO, può diventare IMPORTANTE e costruttivo.

Regista, scrittore, educatore, Counselor, oggi quest’UOMO è ormai (giustamente) LIBERO di aiutare il MONDO a migliorare se stesso, insieme alla sua bella Margarita e alla sua piccola e dolcissima Marinella.

A chi volesse saperne di più su questa figura, emblema di una compiuta redenzione, segnaliamo i seguenti articoli, indirizzati al Presidente della Repubblica Italiana nei primi anni del 2000, per perorare la richiesta della sua Grazia.

Il pane del perdono

Lettera all’amico Vince

Cari Lettori, sempre al fine di scoprire fin dove arriva il potere di cambiamento che deriva dall’apprendere un nuovo modello di vita, proponiamo una sua interessante intervista del lontano 2008

I ragazzi di "dateci ascolto" incontrano Vincenzo Andraous

Domanda: "Perché sei stato in carcere e perché ti trovi in carcere"

Andraous: "Io sono entrato a quattordici anni per un reato di piccolo cablaggio insomma, uno scippo. Sono uscito dal carcere per i minorenni e ho imparato a fare le rapine in banca e ho fatto una scoperta incredibile che mi ha portato poi tutti i danni e tutte le tragedie che sono venute dopo, ne sono convinto di questo. Ho scoperto che la violenza portava a zittire chi mi offendeva. Quella violenza mi ha portato una doppia tragedia che non è solo quello di aver tolto la vita a qualcuno ma di aver creduto di essere nella ragione di farlo"

Domanda: "Nel momento in cui tu stai dicendo tolgo la vita a qualcuno ed è una frase che a me mi fa venire i brividi, sei la prima persona che conosco che viene da me e mi dice che ha tolto la vita a delle persone; nel momento in cui lo facevi hai detto che, in qualche modo, eri convinto di restare nella ragione e non capisco, però, come potevi giungere a questa conclusione; nel togliere la vita a una persona io non trovo motivi di poterne avere ragione neanche se ha compiuto nei miei confronti chissà che atto"

Andraous: "Allora, assolutamente non c’era una somma o una detrazione nel momento in cui lo facevi. Allora eri all’interno di un discorso che era talmente violento, talmente abbrutito che era l’esatta soluzione al problema"

Domanda: "Mi puoi collocare bene il periodo storico? La Milano degli anni ’70 (quindi, Vallanzasca...) cosa voleva dire essere un bandito? "

Andraous: "Era il falso mito, era il mito di cartone, era il piedistallo dove ti sentivi sopra il mondo; io riesco a fare quello che voglio infischiandomene degli altri, delle regole, dello Stato, dell’autorità; bada bene a questa parola: infischiandomene dell’autorità"

Domanda: "Posso chiedere tu di quanti omicidi ti senti responsabile?"

Andraous: "Ma, io, effettivamente di tre"

Domanda: "Hai paura della morte?"

Andraous: "Ora si! Prima no! È difficile dare una spiegazione a quello che è; è difficile perché si tende sempre a giustificare alla fine e, questo, è un errore che io non farò mai perché l’ho fatto per troppi anni e continuamente sono inciampato; Io credo che sia una questione di scelte ma, piuttosto, sono convinto che si tratti di una questione concettuale nel senso di non subordinare mai le passioni e le regole; io non credo di essere un privilegiato nel panorama carcerario italiano; sono un detenuto come gli altri che ha scontato vent’otto anni che, da qualche anno usufruisce di permessi lavoro esterno, che tenta non di pagare un debito alla società ma di fare un passetto più avanti nel cercare di riparare in qualche modo al male fatto e, allora, nasce un confronto, nasce un dialogo; ma tutti i detenuti hanno questa possibilità; abbiamo capito che ci sono dei problemi che sono endemici all’organizzazione penitenziaria... che non sono voluti; non ci sono dei cattivi nel dipartimento per cui il carcere deve essere così, ma ci sono problemi che si stenta a risolvere come il sovraffollamento, la carenza di personale e di fondi; questi problemi sono lì, sono degli elefanti che ostruiscono l’accesso a delle migliorie, a delle trasformazioni; a me la parola rieducazione fa paura; se io entro nel carcere con un atteggiamento, anche non voluto, vittimistico/pietistico io faccio del male ai detenuti non faccio del bene, se il mio è un interesse collettivo, nel senso che io entro in quel carcere per rendermi conto di cosa c’è e riesco a trasformare, a migliorare quell’impianto ecco che allora ho risolto il mio problema”

Domanda: “Però è strano sentire dire da te che il termine rieducare è sulla carta, in realtà tu sei una delle massime espressioni della rieducazione nei fatti, no?”

Andraous: “Io non ho nulla da insegnare a nessuno, non sono un maestro di niente, non sono un educatore, sono un tutor, tutto qua; il carcere non è quello per cui entra la scolaresca, vede me fare una rappresentazione teatrale il carcere è quello delle ventidue ore chiuso in una cella, il carcere è quello di una cella per tante ore; il carcere è quello dove io non ho famiglia per cui non faccio colloqui, il carcere è quello per cui non ho il dentifricio, il carcere è quello in cui non hanno i soldi neanche per un pacchetto di sigarette, il carcere è quello che mi rompe tutti i miei affetti”.

Domanda: “Io sono venuto qui con molti preconcetti e molti pregiudizi; in questa chiacchierata tu mi hai insegnato alcune cose, mi hai fatto scoprire realtà che non conoscevo e ignoravo completamente; poi ho trovato una persona che mi ha trasmesso emozioni e soprattutto sincera, almeno quello che mi hai trasmesso è questo e quindi sono emozionato e poi sono proprio soddisfatto di questo incontro”

Andraous: “Guarda, sono contento di quello che hai detto perché molte persone mi chiedono il motivo per cui io scriva libri o poesie; io, te l’ho detto prima, non scrivo per insegnare niente a nessuno... perché ho poco da insegnare se non la mia storia personale che è un racconto che non salva nessuno dal destino che ha: però, se riesco a trasmettere mezza emozione io mi sento a posto”

Cosa è l’apprendimento?

Sono moltissime le definizioni che pretendono di far comprendere il termine in questione. Una, abbastanza esplicativa, lo identifica come "un processo psichico mediante cui l’esperienza, incidendo sul sistema nervoso, modifica il comportamento animale ed umano". Siccome il termine esperienza identifica, nella lingua italiana, "la componente sensibile di un atto conoscitivo, in cui sono coinvolti i sensi come recettori del mondo esterno", ricaviamo che il meccanismo dell’apprendimento si determina a seguito di stimolazioni che attivano recettori sensoriali specifici e risponde a tre requisiti fondamentali:

  • Obiettivo motivazionalmente valido;
  • Capacità mentali di acquisizione dati, sviluppate in maniera normale;
  • Necessità che si evidenzi almeno uno stimolo iniziale.

"L’esercizio fisico, quando è imposto, non fa nessun male al corpo; ma la conoscenza acquisita per forza non ha presa sulla mente" (Platone)

L’efficienza nell’apprendere, in termini di risultati, è direttamente proporzionale a:

  • Conoscenza dell’argomento
  • Qualità e quantità dei pulstimoli correlati

Gli studi che si praticano su quest’argomento, analizzano in genere il fenomeno in entrata (stimolo/esperienza che influenzerà il comportamento) ed in uscita (comportamento modificato). Inoltre, si tende a racchiudere nel meccanismo dell’apprendimento, anche ciò che, in realtà, è di competenza della capacità del pensiero e della memoria.

Allo stato attuale, però, è possibile, grazie al risultato di tanti scienziati (fra cui, le innovazioni di Giovanni Russo nella metodologia ad Indirizzo Dinamico), riuscire a porsi "dentro" il fatto mentale e capire i meccanismi che lo hanno prodotto. In base a ciò, la definizione che maggiormente chiarisce, è quella secondo cui "l’apprendimento rappresenta la capacità strutturale che ogni essere umano ha in natura, di acquisire qualunque stimolazione dal mondo esterno"

Questo meccanismo di acquisizione dati, arricchendo di ricordi il serbatoio della nostra memoria, è in grado di modificare il sistema con cui percepiamo, agiamo, pensiamo e pianifichiamo, attraverso un’azione diretta sui circuiti neurali implicati, determinando dei condizionamenti strutturali.

In buona sostanza, la ricerca (soprattutto, quella Italiana) cerca di capire come avviene la costruzione di un’idea, tentando di entrare dentro l’evento stesso, attraverso la conoscenza sempre maggiore dei meccanismi epigenetici che ci aiutano a capire il rapporto che si instaura fra le sollecitazioni ambientali, la nostra capacità di adattamento e il cambiamento dell’espressione genica (fenotipo) senza alterazione della struttura (genotipo).

In pratica, una sorta di apprendimento che agisce fin nelle particelle più piccole! D’altronde, senza considerare questa realtà, ci si precluderebbe la possibilità di conoscere i veri motivi che portano a differenti "reazioni" fisiocomportamentali e si continuerebbe a considerare, gli esseri umani, alla stregua di automi influenzati da programmi genetici predeterminati (e inamovibili) o, al massimo influenzati da flussi biochimici e ormonali.

Questa valutazione "antica", andrebbe a generare un meccanismo paradossale. Infatti, pretenderebbe di capire come funziona la psiche umana che, per derivazione etimologica, viene prima di ogni altra cosa (psiche = soffio vitale) e la si vorrebbe ridurre al risultato di secrezioni chimiche che nascono dopo la psiche stessa.

Sarebbe come dire che l’acqua, sul nostro pianeta, si sia accumulata dallo scioglimento dei ghiacciai: è la componente idrica che ha strutturato i ghiacciai, da dove sarebbe venuta?

L’epigenetica

In sostanza, partendo dalla succinta definizione riportata nell’immagine su proposta, si è arrivati a capire che, il meccanismo, dovrebbe avvenire, più o meno attraverso la seguente procedura:

  • Dal mondo esterno della cellula (che può essere il resto dell’organismo o ciò che sta fuori dalla persona), giungono sollecitazioni captate da recettori sensoriali specifici che generano sensazioni corrispondenti;
  • Queste sensazioni, attraverso le vie di conduzioni afferenti, giungono al Talamo, da dove verranno inviate alla zona corticale di corrispondenza;
  • Giunte a destinazione, vengono confrontate con elementi di similitudine per stabilire (attraverso una verifica che chiama in campo anche l’ipotalamo) di cosa si tratti, in base ad un criterio di valutazione che rispetti i parametri "utile/non utile - piacevole/sgradevole - logico/non logico" vengono scomposte;
  • Da qui, nascono le percezioni, cioè quel riconoscimento di una sollecitazione a cui viene data una contestualizzazione spazio temporale per stabilire come reagire, attraverso una processazione che segua una procedura che preveda, rispettivamente, una raccolta di dati (che riguardano un determinato argomento e che sono stati precedentemente memorizzati e adeguatamente archiviati) una elaborazione dei medesimi (nel campo psicobioelettromagnetico localizzato nel nucleo degli atomi e nello spazio interazionale degli elettroni che si trovano nelle molecole del DNA e della membrana delle cellule neuronali e nevrogliali), una scelta (in base agli elementi che si possiedono ed alle capacità riflessive), una verifica (del lavoro realizzato, mediante l’intervento della logica che, in caso di necessità, suggerisce eventuali correttivi), un’associazione (dei vari elementi elaborati) e, infine, una strutturazione di un concetto completo che, consenta valutazioni adeguate;
  • A questo punto, entra in gioco la capacità individuale di adattamento, in base a cui il segnale di partenza (che genera campi elettromagnetici in grado di influenzare i nostri mediatori di informazione), viene modulato (grazie a neurotrasmettitori e neuromodulatori) e, a volte, anche modificato.
  • Ciò che resta del segnale (o, meglio, quello che diventa) si trasforma, trasportato da mediatori bioumorali (flussi elettrici e chimici) sulle cellule bersaglio, in un elemento che attiva dei recettori di membrana ( che sono una sorta di antenna) in grado di consentire (attraverso un meccanismo simile ad un sistema di ingranaggi) l’apertura o la chiusura di canali di membrana attraverso cui passano sostanze specifiche, presenti nel liquido interstiziale (e veicolate dai vasi sanguigni) che entrano, in questo modo, nel citoplasma intracellulare;
  • Tali sostanze, raggiungono i cromosomi e modulano la lettura genetica, attraverso lo srotolamento di porzioni di cromatina che viene letta a stampo (con l’RNA) in quelle zone dove l’Eterocromatina diventa Eucromatina;
  • In pratica, bisogna immaginare il DNA avvolto su rocchetti di Istoni come un capello intorno ad un bigodino; in base a quale parte viene "srotolata", è possibile che avvenga la lettura tramite l’RNA che poi, uscendo dal nucleo ed entrando nei ribosomi, induce la produzione di proteine.

    In questo modo, il segnale che risulta dal meccanismo dell’adattamento operato dalla mente, "orienterà" la lettura modulata, a parità di DNA.Nella sintesi, questo è il meccanismo dell’epigenetica.

    Ecco, allora che, imparando ad adattarci meglio, agli stimoli ambientali, diventeremo più idonei ad affrontare i problemi della vita.

    Ed è in base a questo che il Neuroscienziato, premio Nobel Erik Kandel, ha potuto affermare quanto riprodotto nell’immagine seguente...

    A rinforzo di quanto sostenuto da Erik Kandel, si propone una interessante immagine da cui si desume che, attraverso un mirato percorso di psicoterapia, si è ottenuta una modifica di lettura (fenotipo) del gene “BDNF”in maniera da renderlo “inoffensivo” e silenziare il disturbo “Borderline”di personalità.

    E inoltre, una Tomografia ad Emissione di Positroni (PET), ci consente di osservare come l’amigdala (importantissima nelle genesi e nel coordinamento delle emozioni), si attivi molto di più durante un percorso di psicoterapia (maggiore quota di assorbimento del mezzo di contrasto) rispetto a cosa accade dopo l’assunzione di un antidepressivo (Citalopram).

    E, già che ci siamo, è interessante sapere che, opportuni studi, ci hanno messo in condizione di scoprire l’epigenetica del “transfert analitico”: in pratica, cosa succede (a livello psiconeurogenetico) nel momento in cui, fra analizzato e analista, si instaura un rapporto di costruttiva empatia.

    Cari Lettori, proviamo a fare un salto nel passato, scopriremo un "Mondo" interessantissimo...

    Carl Gustav Jung (medico, psichiatra, psicoanalista, filosofo, antropologo, accademico, vissuto dal 1875 al 1961) aveva brillantemente intuito che l’evoluzione (nell’arco di tempo compreso dal Big Bang per oltre 15 miliardi di anni, fino ai giorni nostri) degli elementi fondamentali dell’Universo (l’Energia vitale sotto forma di gas, polvere di stelle, etc. governata e “istruita” da elettromagnetismo, gravitazione, interazione forte e debole) era stata condensata nel nostro DNA.

    Questo filamento a doppia elica che dà vita ai cromosomi deve essere inteso, quindi, come un enorme deposito di informazioni che si sono modificate in milioni di anni per consentirci di apparire sotto forma umana, in grado di funzionare, per ciò che è indispensabile (duplicazione cellulare, metabolismo, impulsi nervosi, “istinti pulsionali”) a prescindere da modelli educativi impartiti.

    In pratica è come se, Madre Natura, avesse plasmato (dai primi batteri fino alle forme di vita più evolute) le trasformazioni necessarie a dar luogo ai “complessi” e “articolati” Esseri Umani i quali, alla stregua di un Computer appena comprato, sono in grado di funzionare (per le elementari ma fondamentali operazioni inconsapevoli) grazie ad un sistema operativo installato dal costruttore che verrà, in seguito, arricchito di programmi dall’ambiente (Famiglia, Scuola, Società in generale) capaci di attivare la nostra capacità di contestualizzarci in maniera consapevole.

    L’ARCHETIPO, dunque, è il sistema operativo (una sorta di Windows 10, ad esempio) capace di “guidare” il nostro sviluppo embrionale intrauterino (in pratica quando da una cellula indifferenziata, lo zigote, un po’ alla volta diventiamo piccoli esseri umani pronti a venire al mondo).


    In questo caso, il segnale epigenetico, giunge dall’organismo materno.

    Donald Woods Winnicott medico, pediatra e psicoanalista britannico (vissuto fra il 1876 e il 1971) ha avuto modo di analizzare centinaia di piccoli pazienti e di studiare il rapporto fra genitori (soprattutto la mamma) e figli, integrando le conclusioni di Jung, in merito.

    Nell’immagine sotto riportata, viene rappresentato il risultato di studi che confermano le intuizioni di Winnicot e aiutano a capire come, l’Apprendimento sia in grado (con effetto epigenetico) di condizionare in maniera significativa, l’espressione genetica relativamente alla dinamica mentale.

    Nella slide che segue, viene spiegato il meccanismo in base al quale, partendo dall’assunto di Winnicot, le cure "maternali" siano in grado di determinare le basi, nella prole, per un possibile disadattamento sociale.

    Come si può apprezzare nella parte alta, a sinistra, dell’immagine, le stimolazioni tattili sono in grado di stimolare il ricambio del neurotrasmettitore serotonina a livello dell’Ippocampo (che, come vedremo, più avanti, ha un ruolo cruciale nel meccanismo dell’apprendimento).

    A livello della membrana delle singole cellule della zona interessata dell’Ippocampo, si ha un aumento (e, qui, già si apprezza il risultato del cambiamento in base alla mutata necessità) dei recettori capaci di far entrare la serotonina.

    Il risultato di ciò, aumenta la sintesi (produzione) di alcuni enzimi che, comporterà una modifica negli elementi capaci di "convincere" il DNA a lasciarsi "leggere" dall’RNA in punti specifici.

    In questo caso, i fattori di trascrizione (le famose proteine capaci di "convincere" il DNA) sono capaci di aumentare la sensibilità dei recettori di membrana capaci di captare i glucocorticoidi e di alterare il funzionamento dei recettori specifici per l’Ossitocina e la Vasopressina.

    Il risultato, determina un cambiamento nella gestione dell’ansia e delle relazioni sociali.

    Siccome il “troppo” è come il “poco”...

    Fino a quando non si diventa sufficientemente solidi da accettare l’idea di poter “camminare” da soli...

    John Bowlby, (vissuto fra il 1907 e il 1990) è stato uno psicologo, medico e psicoanalista che ha elaborato, tra l’altro, la teoria dell’attaccamento, interessandosi particolarmente agli aspetti che caratterizzano il legame madre-bambino e quelli legati alla realizzazione dei legami affettivi all’interno della famiglia.

    Da questi assunti (base di pubblicazioni per conto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità) arriva a concludere che, ad ogni stile di attaccamento corrisponde una tipica modalità di interazione con la Figura genitoriale di attaccamento/riferimento, la quale si basa sulle rappresentazioni che il bambino ha di sé e dell’altro, strutturate all’interno di quelli che, Bowlby chiamò Modelli Operativi Interni (MOI).

    A questo punto, andiamo ad osservare cosa propongono le teorie classiche, sui vari modelli di apprendimento. Successivamente, riprenderemo il discorso di approfondimento.

    Lo statunitense Neil R. Carlson sostiene che esistono diverse forme di apprendimento di cui, le più significative sono:

    • apprendimento percettivo,
    • apprendimento stimolo - risposta,
    • apprendimento relazionale.

    L’apprendimento percettivo rappresenta la capacità di imparare a riconoscere stimoli percepiti in precedenza. La funzione primaria di questo tipo di apprendimento consiste nella capacità di identificare e categorizzare oggetti (inclusi altri membri appartenenti alla nostra specie) e situazioni. Se non abbiamo imparato a riconoscere qualcosa non possiamo apprendere come comportarci nei suoi confronti. L’apprendimento percettivo si realizza sostanzialmente mediante cambiamenti nella corteccia associativa visiva, imparare a riconoscere stimoli uditivi complessi implica cambiamenti nella corteccia associativa uditiva e così via.

    L’apprendimento stimolo - risposta consente di acquisire dati per imparare ad eseguire un determinato comportamento in presenza di uno specifico stimolo. Perciò, esso richiede il rafforzamento funzionale di connessioni tra circuiti coinvolti nella percezione e circuiti coinvolti nel movimento. L’apprendimento stimolo - risposta include due categorie principali d’apprendimento, che gli psicologi hanno studiato a lungo: il condizionamento classico e il condizionamento strumentale o operante.

    Il condizionamento classico è una forma d’apprendimento nella quale uno stimolo neutro acquisisce le proprietà di uno stimolo rilevante. Esso implica una associazione tra due stimoli. Uno, che in precedenza aveva poca rilevanza sul comportamento diventa in grado di evocare un comportamento specifico di tipo riflesso. Per esempio, una risposta difensiva d’ammiccamento può essere condizionata ad un tono acustico. In laboratorio, se dirigiamo un breve soffio d’aria verso l’occhio di un coniglio, questo si chiuderà automaticamente. Tale risposta è chiamata risposta incondizionata perchè avviene incondizionatamente, senza alcun addestramento specifico. Lo stimolo che la produce (il soffio d’aria) è chiamato stimolo incondizionato. Adesso iniziamo l’addestramento. Presenteremo una serie di toni acustici brevi a 1000 Hz, ognuno seguito, dopo 500 msec, da un breve soffio d’aria. Dopo diverse prove, l’occhio del coniglio comincia a chiudersi anche prima di venire colpito dal getto d’aria. Si è verificato un condizionamento classico: lo stimolo condizionato (il tono di 1000 Hz) adesso provoca una risposta condizionata ( l’abbassamento della palpebra).

    Ponendo, sempre in laboratorio, un animale all’interno di una gabbia dove si trova, ad esempio, una leva, questa, la prima volta potrà essere azionata casualmente dal "recluso", oppure per semplice curiosità. Perché la cosa si ripeta o meno, dipenderà dal risultato ottenuto con l’azione medesima. In altre parole, una somministrazione di cibo, costituirà una gratificazione che indurrà a ripetere l’abbassamento della leva; una scarica elettrica, invece, dissuaderà dal riprovare. Questo è il condizionamento strumentale o operante.

    Un’altra modalità di apprendimento è definita "relazionale", implica l’apprendimento delle relazioni fra singoli stimoli e richiede connessioni tra aree differenti della corteccia cerebrale. Facciamo un esempio: se, al buio, ascoltiamo il miagolio di un gatto, possiamo visualizzare (con l’immaginazione) la forma ed ipotizzare le sensazioni tattili procedendo ad un eventuale accarezzamento.

    In questo caso, i circuiti neurali della corteccia uditiva che riconoscono il miagolio creano connessioni con circuiti della corteccia visiva e della corteccia somato - sensoriale. L’apprendimento consente la realizzazione di queste interconnessioni.

    Neuroni e Nevroglia...

    Prendiamo spunto da questa bella immagine d’insieme per porre l’attenzione sul rapporto di "forze" in termini di strategia e operatività, nel sistema nervoso, a proposito di neuroni e nevroglia. Da quello che si può notare, l’Astrocita (una delle cellule della famiglia della nevroglia, attualmente più studiate) si trova in diretto contatto con un capillare da cui trae l’ossigeno che servirà ad attivare le reazioni mitocondriali che produrranno l’energia necessaria ad attivare l’intero sistema nervoso. Inoltre, altri particolari "illuminanti" sono i seguenti:

    -Anzitutto il contatto assonico fra Astrocita e neurone (questo sta a significare che l’Astrocita "modula" l’attivazione neuronale "a suo piacimento")

    • Poi, il controllo esercitato, sempre dall’Astrocita, sui bottoncini pre e post sinaptici del neurone (questo significa che l’Astrocita controlla qualità e quantità di rilascio e assorbimento dei neurotrasmettitori; tutto ciò ci spiega (ad esempio) che l’efficacia degli psicofarmaci, che agiscono, appunto sui neurotrasmettitori, è direttamente proporzionale alla sinergia astrocitaria: in pratica un farmaco funziona" in base alla "collaborazione" offerta da chi lo assume, circa la disponibilità coerente di imparare ad aiutarsi a star bene, sul piano psicologico.

      Ciò premesso, tornando agli eminenti studiosi del passato...


    Wilfred Ruprecht Bion (vissuto fra il 1897 e il 1979) è stato un brillante scienziato britannico e figura di spicco della ricerca psicoanalitica, grazie ad importanti elaborazioni della teoria psicodinamica della Personalità.

    La funzione di Rêverie materna

    Secondo gli studi di Bion. la madre, attraverso un processo di responsività (disponibilità adeguata e puntuale) da lui definita reverie, elabora e trasforma le paure che il bambino proietta sull’ambiente che lo circonda (fino all’angoscia e al terrore) e le “ritrasmette” opportunamente modulate dalla propria capacità razionale e dall’empatia affettiva. Il bambino, introiettando tali contenuti cognitivo/emotivi trasformati in meglio, sviluppa (gradualmente) la riflessione corretta e la mentalizzazione empatica, grazie alle quali passa da processi mentali “primitivi”, definiti “Funzione β” (Beta) a modalità più “mature”, definite “funzione α” (Alfa).

    In ossequio al principio in base al quale ad azione positiva ne corrisponde un’altra che viaggia in senso opposto (generando una condizione di “equiforze”), in questo processo anche la madre acquisirà una capacità trasformativa migliorata, definita “α rêverie”.

    Dal punto di vista neurocognitivo, quanto descritto è reso possibile grazie all’attivazione del processo di apprendimento che darà luogo ad una migliore efficienza di scambio di informazioni interneuronali: la “Plasticità sinaptica”

    APPRENDIMENTO E PLASTICITA’ SINAPTICA.

    Le vie dell’Apprendimento, sono infinite...

    Premettendo e ricordando che ogni cellula modifica la lettura dei contenuti del proprio DNA in base alle informazioni che provengono dall’esterno di essa che vengono elaborate in maniera più o meno complessa a seconda della localizzazione topica, i neurofisiologi sostengono (basandosi solo su considerazioni teoriche) che l’apprendimento necessita di una plasticità neuronale. Questo meccanismo prevede cambiamenti nella biochimica strutturale delle sinapsi che alterano, in tal modo, il loro effetto sui neuroni postsinaptici. Nella realtà qualunque forma di apprendimento (flussi di informazione in entrata), coinvolge "sempre" le particelle subatomiche, i cui "movimenti" sono responsabili della creazione e del mantenimento della vita. Stimolazioni elettriche dei circuiti all’interno della formazione dell’Ippocampo (struttura mesencefalica del lobo temporale) possono indurre cambiamenti sinaptici a lungo termine che, sembra, favoriscano il meccanismo dell’apprendimento.

    Volendo aprirci, senza pregiudizi, a ciò che il mondo scientifico ci propone di nuovo, potremmo osservare quello che di buono offre il modello psicodinamico, magari firmato da Giovanni Russo (ma non solo).

    L’Apprendimento va osservato non come un meccanismo di elaborazione dati ma, semmai, come un sistema complesso che trasporta nel meccanismo di elaborazione, dei dati già selezionati (a livello inconsapevole) che verranno allocati, successivamente, in memoria. Tale struttura della nostra personalità, agisce a livello:

    • Infra - atomico - (attraverso INPUT che condizionano i parametri fisici delle particelle elementari)
    • Genetico - (mediante trasformazioni nel substrato molecolare del DNA)
    • Di Memoria storica o "dichiarativa" - (che costituisce l’Identità di ciascuno)

    Rifacendoci alle tante spiegazioni fornite negli articoli di Psiconeuroimmunoendocrinologia (pubblicati in questo Magazine), siamo in grado di osservare un pratico parallelismo fra psiche e corpo, operato dal meccanismo dell’apprendimento. Infatti, così come per stimolazioni "ad hoc" le cellule staminali si specializzano a seconda delle esigenze, con lo stesso principio di base le particelle elementari possono "imparare" ad organizzarsi nel DNA di cellule specifiche, a formare una personalità strutturata.

    Fino a non più di vent’anni fa, l’idea che si aveva del cervello era quella di un computer biologico in grado di registrare tutte le informazioni in ingresso, con uguale importanza. Grazie alle più avanzate metodiche, come riferito precedentemente, oggi si è capito che il regolatore principe del Sistema Nervoso è in grado di filtrare i messaggi e trattenere solo quelli più importanti e significativi, in base a parametri sia personali che oggettivi.

    I moderni studiosi dividono la memoria in due tipi:

    • Procedurale o non dichiarativa - Ad esempio, nel mettere in atto movimenti acquisiti in maniera abitudinaria;
    • Dichiarativa o storica - La storia della nostra vita.

    Ovviamente, solo la memoria dichiarativa rende possibile il ricordo consapevole di eventi.

    Affinché un determinato accadimento possa essere ricordato, il cervello deve archiviarlo mentre è ancora in corso, nella "memoria a breve termine", una sorta di "memoria di lavoro" che, trattenendo per un periodo limitato le informazioni acquisite, consente il regolare svolgimento della vita consapevole e vegetativa, evitando pericolosi "ingorghi".

    Solo gli elementi che, consapevolmente o inconsapevolmente, riteniamo utili verranno immagazzinati nella "memoria a lungo termine", pronti per essere richiamati sullo schermo dei ricordi.

    Quali sono le aree cerebrali coinvolte nella memorizzazione del materiale appreso?

    Indicazioni importanti si hanno già dal 1957 dagli scienziati canadesi William Scoville e Brenda Millner, attraverso l’osservazione di un trattamento neurochirurgico su un loro paziente di 27 anni cui, a causa di gravi attacchi epilettici, venne asportata una vasta area del lobo encefalico temporale mediano da entrambi gli emisferi, cui residuò un’amnesia "anterograda". In pratica, pur mantenendo intatti i ricordi passati, il soggetto in questione non era più in grado di richiamare alla coscienza le esperienze compiute dopo l’operazione. Pur essendo ovvio che la zona anatomica per la formazione della memoria dichiarativa andava ricercata nel lobo mediano, risultava difficile inquadrarne una realizzazione topografica perché quest’area contiene diverse strutture distinte e con un compito ben distinto fra loro. Dal punto di vista neuroanatomico, è costituita dall’ippocampo, a sua volta circondato dalla corteccia paraippocampale e dalla corteccia rinale.

    Dalla metà degli anni novanta, però, grazie alla risonanza magnetica funzionale (fRMI) fu possibile osservare che quanto maggiore era l’attività nella corteccia paraippocampale, tanto più probabile era la possibilità di mantenere il ricordo dei dati acquisiti, soprattutto per quanto concerne la memoria dichiarativa. Nel 1998 due ricercatori statunitensi (James Brewer della Standford University e Anthony Wagner di Harvard) pubblicarono il risultato dei loro studi in proposito.

    Da esperimenti condotti nella Klinik fur Epileptologie, a Bonn, si è potuto osservare che circa 210 millisecondi dopo la stimolazione, l’informazione raggiunge la corteccia rinale, nel lobo temporale e, dopo altri 200 millisecondi, perviene nelle strutture dell’ippocampo.

    Quanto più cellule nervose della corteccia rinale e dell’ippocampo partecipano all’elaborazione dell’evento, tanto maggiore sarà la probabilità che il soggetto ricordi. L’attivazione delle cellule nervose, in questa occasione è consentita da un potenziamento dell’attività sinaptica

    grazie all’attività di alcuni recettori specifici fra cui, il più importante è quello definito NMDA (N-metil-D-aspartatato).

    Il fenomeno in questione, è reso possibile dalla temporanea sincronizzazione dei neuroni che, in 800 millisecondi, consente il passaggio delle informazioni dalla corteccia rinale all’ippocampo creando nuovi collegamenti neurali. Quanto più spesso si ripete un’esperienza, tanto più fortemente si consolida la rete dei neuroni interessati, imprimendo, in tal modo sempre meglio l’informazione.

    Perché è così importante l’apprendimento?

    A livello infinitesimale, l’acquisizione di informazioni (che viaggiano presumibilmente con fotoni e neutrini) da parte delle microparticelle, consente loro di impostarsi a determinare una determinata costituzione atomica e, conseguentemente un DNA in grado di garantire lo standard richiesto per le specifiche umane sia fisiche che mentali. Inoltre, l’ingresso di nuovi dati risulta utile per la formulazione di strategie atte alla risoluzione dei problemi posti dalle modificazioni ambientali, che richiedono continui adeguamenti.

    È possibile individuare il momento in cui, in un essere umano, inizi il meccanismo dell’apprendimento?

    Senza perifrasi e giri di parole, si può affermare che si comincia ad imparare ancor prima di nascere. Basta pensare al fatto che sia lo spermatozoo che l’ovulo sono dotati di un codice genetico dentro il quale esiste "vita organizzata" grazie alle informazioni generate e trasmesse dalle particelle sub atomiche, "istruite", a loro volta, nell’apparato genitale, dall’organismo di appartenenza.

    Cosa accade quando lo spermatozoo feconda l’ovulo?

    In quell’istante, come ci spiegava Giovanni Russo, si determina l’equivalente di un micro mini - Big bang, una sorta di reazione termonucleare in miniatura da cui si genera l’energia per la duplicazione cellulare: nasce un nuovo Universo, insomma, nasce una nuova "vita". Lo zigote, dunque, si trova nella condizione di possedere l’energia per duplicarsi e le informazioni che governeranno l’andamento delle cose, dal punto di vista biofisico, per tutto l’arco dell’esistenza: il cosiddetto "progetto psicobiogenetico", che sarà continuamente condizionato dalle acquisizioni esperenziali, possibili grazie al processo psicobiodinamico dell’apprendimento.

    Già durante la vita fetale e subito dopo, all’inizio della vita extrauterina, i primi messaggi sensoriali determineranno lo sviluppo delle varie competenze psicofisiche. In un momento immediatamente successivo, durante la primissima infanzia, è necessario ricevere moltissimi stimoli, perché i molti dati incamerati attraverso l’apprendimento stimoleranno lo sviluppo delle componenti della psiche umana.

    Se volessimo esemplificare il discorso, dovremmo immaginare una ipotetica equazione secondo cui il rapporto fra apprendimento, idea e memoria è simile a quello fra martello, chiodo e parete. Se le martellate (Apprendimento) sono poche e non incisive, il chiodo (idea) non potrà reggere a lungo e prima o poi, si staccherà dalla parete (memoria).

    L’apprendimento, infatti, è un processo psicodinamico per gradi successivi, che consente al centro di elaborazione delle idee (il Pensiero) operazioni che vanno dal semplice incamerare dati (generando le impressioni), alla creatività, per la realizzazione della quale impegna tutte le strutture mentali, al meglio delle possibilità.

    Dal momento che abbiamo potuto capire che si impara mediante l’esperienza, cioè quell’insieme di conoscenze acquisite nel tempo in maniera consapevole o inconsapevole, proviamo a domandarci come si possano modificare queste conoscenze, così da ottenere una variazione caratteriale tendente a migliorare il quadro complessivo delle propria personalità. La risposta che possiamo darci è che una persona può modificarsi a condizione che sia in grado di:

    • Operare una verifica di logica almeno dei contenuti più "importanti" della propria memoria
    • Poter contare su una buona flessibilità mentale
    • Risolvere le "resistenze" inconsapevoli che si oppongono al cambiamento.

    Ovviamente, una simile condizione viene ad essere considerevolmente favorita da un buon percorso di analisi personale, perché modificare gli elementi memorizzati equivale a togliere, pian piano, il "chiodo" infisso nella parete e sostituirlo con uno più adeguato.

    Questo comporta delle difficoltà.

    Ad esempio, spessissimo capita di difendere le proprie idee dal possibile cambiamento.

    Ciò accade per due motivi fondamentali:

    • Quando difendiamo una nostra idea, lo facciamo perché temiamo di dovere ammettere che tutta la nostra personalità sia da ristrutturare.  
    • I messaggi che generano le idee che ci fanno soffrire li abbiamo acquisiti, prevalentemente, attraverso il canale affettivo; a queste condizioni, crediamo che modificando una convinzione equivarrebbe a "tradire" il sentimento nei confronti di chi ci ha tramandato quell’esperienza.

    Difendendo a spada tratta un’idea, senza verificarne la validità, non è possibile ottenere alcun cambiamento e, meno che meno, un miglioramento.

    Ogniqualvolta riceviamo degli Input (ad esempio, nuovi apprendimenti positivi), veniamo investiti da una miriade di microparticelle che veicolano il mezzo (acustico, ottico, tattile, etc.) dentro cui viaggia il messaggio. Queste particelle di energia, si scontrano con i dati contenuti nella nostra memoria, relativi a messaggi simili (come contenuto). La Fisica moderna ci dice che, da tale scontro, si producono delle nuove particelle le quali, per trovare una corretta collocazione, devono aspettare che altre particelle "escano" dal sistema.

    "Se ti fornisco un messaggio e tu difendi le tue idee, le "nuove particelle" formatesi nel campo di elaborazione della tua mente, non troveranno spazio". (G. Russo)

    Bisogna fare spazio, liberarsi delle vecchie idee : a queste condizioni potranno avvenire i cambiamenti. I messaggi del mondo esterno, entrano nel campo di elaborazione del Pensiero (che, secondo Giovanni Russo, dovrebbe essere all’interno del nucleo dell’atomo e fra il nucleo stesso e le orbite elettroniche di alcune cellule particolari) trasportati dagli elettroni del campo elettromagnetico, giungendo ad interagire con l’interazione forte e debole del nucleo dell’atomo.

    Per cambiare un’idea, è necessaria un’attivazione del mondo interno (interazione forte); qualunque pulstimolo dal mondo esterno, penetrando tramite l’interazione elettromagnetica (sono gli elettroni, infatti, non può scalzare un dato pertinente all’interazione forte. Il messaggio del mondo esterno, deve servire ad attivare la neutrergia del soggetto in questione, al fine di indurlo a modificare i movimenti energetici, all’interno del nucleo atomico. Questo vuol dire che, nella vita, per raggiungere gli obiettivi prefissati (e anche i sogni nel cassetto), bisogna:

    • creare le giuste motivazioni;
    • eliminare il velleitarismo ed il vittimismo;
    • acquisire le necessarie competenze;
    • mettere in atto le strategie elaborate, dopo i necessari "allenamenti" preparatori (indagini di mercato, valutazioni, riflessioni, sperimentazioni, etc.).

    il successo è quella cosa misteriosa che ognuno può raggiungere, basta rispettare il "volere", il "sapere" e la "perseveranza" (Giovanni Russo)

     

     

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    Dr. Giorgio Marchese - Vicedirettore e Docente di Fisiologia Psicologia c/o la Scuola di Specializzazione in Psicoterapia ad Indirizzo Dinamico - SFPID (Bari - Rimini -Roma) 2019

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