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PerchŔ si ha paura ad essere felici?
di Giorgio Marchese  ( direttore@lastradaweb.it )

29 maggio 2008






Se un giorno, i sette savi...


 

"COLLOQUI RISERVATI"

In questo lavoro, così come negli altri della medesima sottosezione, si riportano estrapolati di colloqui analitici, finalizzati ad affrontare argomenti di interesse pubblico. L’operazione, con il consenso degli interessati, rispetta tutti i dettami della legge sulla Privacy ed i principi del rispetto e della correttezza professionale.

BUONA LETTURA

 

Un giorno i Sette Savi decisero di andare a visitare l’oracolo di Delfi. Il Grande Sacerdote, quando li vide salire sui gradini del tempio, non credeva ai suoi occhi. Ma come: gli uomini più saggi della Grecia erani lì, davanti a lui, tutti e sette, e tutti pronti a dispensare saggezza! Come non approfittarne? E difatti, dopo essersi inchinato in segno di rispetto, chiese loro un autografo, o, per meglio dire, una massima da scolpire sulle pareti del tempio, in modo che anche i posteri potessero giovarvi di questo straordinario evento.

Uno alla volta i saggi presero lo scalpello, salirono su un trespolo, e incisero sulle mura del tempio di Apollo quella che per loro era la frase più significativa. Il primo a esibirsi fu Chilone di Sparta. Poi, via via, sfilarono tutti gli altri, e precisamente Cleobulo, Misone, Solone, Talete, Pittaco e Biante. Ed ecco qui le massime che, a detta degli storici, vennero scolpite quel giorno: "Conosci te stesso", "Ottima è la misura", "Nella vita la cosa più bella è la tranquillità", "Impara a ubbidire e imparerai a comandare", "Ricordati degli amici" e "Resticuisci il deposito".

L’unico a non voler scrivere nemmeno una parolina fu Biante da Priene. Inutilmente i colleghi cercarono di fargli cambiare opinione.

"Ma come, tu, il più Saggio dei Saggi, la Luce Massima del pensiero greco, non vuoi lasciare un messaggio per i posteri? Bada bene, o Biante, che Apollo stesso potrebbe aversene a male!"

"E’ meglio per voi, per Apollo, e per i posteri, che io non scriva nulla sulle mura del tempio!"

Poi si sa come vanno a finire certe cose: a forza di insistere, a forza di dire: "E dài scrivi pure tu qualcosa!", anche Biante si lasciò convincere, e davanti agli occhi estereffatti del Gran Sacerdote scolp’ la seguente massima: "La maggioranza degli uomini è cattiva".

Qualche anno dopo Eraclito intervenne in merito e lo corresse alquanto. "Non è vero" sentenziò "che la maggioranza degli uomini è cattiva... è semplicemente ignorante". E a dargli ragione ci si mise anche Socrate. "L’uomo che persegue il Male" precisò il grande ateniese "si comporta in tal modo solo perché non conosce la strada del Bene, altrimenti non sarebbe così stupido da battere un sentiero così impervio e poco gratificante come quello del Male". Come a dire che a praticare il Bene ci si può solo guadagnare.

Leggendo i giornali di questi ultimi mesi, mi tornano in mente tutti e tre: Biante, Eraclito e Socrate, e mi chiedo se genocidi, massacri, squartamenti di genitori, incesti, violenze sui minori, stupri e pulizie etniche varie siano da attribuire alla cattiveria o alla stupidità. E non basta: ammesso che sia la cattiveria a infierire, mi chiedo se siano più cattivi i palestinesi o gli israeliani. I giovani o i vecchi? Gli extracomunitari o gli italiani? I laureati o gli analfabeti? I settentrionali o i meridionali? Ebbene, sono arrivato a questa conclusione: non esistono razze, categorie opopoli cattivi, ma solo simgoli individui non dotati di pietas.

Quello che è accaduto in Germania negli ultimi anni dell’Olocausto non può essere addebitato al solo Hitler. Se non altro per problemi organizzativi, l’eliminazione sistematica di sei milioni di ebrei avrà pure avuto bisogno della collaborazione di almeno trecentomila criminali. Ora, siccome mi rifiuto di pensare che trecentomilaindividui di tale fatta siano nati tutti nei primi anni del secolo, e tutti nello stesso paese, debbo presumere che in tutti i paesi, e in tutte le epoche, ci siano sempre trecentomila individui dotati d’istinto criminale. Come dire che è solo l’occasione a farli venire allo scoperto. Prima o poi, infatti, arriva il dies irae e quel giorno il delinquente che è in noi (ammesso che ci sia) si sveglia.

Probabilmente il tassista che mi ha accompagnato ieri sera a casa era un nazista potenziale. Lo sguardo freddo dell’aguzzino ce l’aveva. Purtroppo per lui, però, l’Italia di oggi non gli offre molte occasioni per mostrarsi e quindi deve accontentarsi di banali litigi su questioni di traffico con altri automobilisti, senza per questo poterli nemmeno torturare. Poi, un brutto giorno, scoppia una guerra e il nostro si ripresenta alla ribalta più cattivo che mai, non vestito da tassista questa volta, ma con una divisa militare che incute terrore.

Resta da capire se criminali si nasce o si diventa. Jean-Jacques Rousseau un giorno scrisse che l’uomo nasce buono di natura, salvo poi diventare una belva per colpa della Società. Questa, grosso modo, è sempre stata la tesi delle sinistre: cambiamo la Società e finiremo col cambiare l’uomo. Come a dire: raffreddiamo le spinte egoistiche del Mercato e l’umanità diventerà sempre più buona. A essere sincero, la teoria rousseauiana del "buon selvaggio" non mi ha mai troppo convinto. Anzi ho sempre pensato che le leggi che governano uno Stato dovrebbero essere formulate più pensando agli uomini "come in realtà sono" che non agli uomini "come dovrebbero essere". Comunque, volendo riconoscere al filosofo francese una qualche percentuale di verità , provvediamo a inserire nelle scuole "l’insegnamento morale". Cominciamo dai piccoli, dai ragazzini delle elementari, e spieghiamo loro che cos’è il rispetto verso i deboli. Chissà che col tempo non diminuiscano anche gli stupri. (Luciano de Crescenzo - Il caffè sospeso - Mondadori Editore 2008)

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Caro Dottore, dal momento che abbiamo constatato che io ho una "struttura mentale" rigida, vorrei chiederle come si fa ad imparare a diventare più conciliante con me stesso. In questo modo, tra l’altro potrei "riconoscermi" delle qualità e godere dei risultati raggiunti.

Ne abbiamo parlato altre volte e ne ho scritto in più di un articolo. Comunque, visto che ne avverte il bisogno, cercherò di accontentarla. Per poter parlare di conciliazione, bisogna diminuire la presunzione. Finché pretenderà di raggiungere risultati di alto livello, creerà un circolo vizioso per cui si allontanerà dalle sue aspirazioni; a quel punto, entrerà in crisi per la paura di fallire e se la prenderà con se stesso, peggiorando i suoi risultati e aggravando i suoi disturbi. Se riconoscerà a se stesso il diritto di poter sbagliare e di non avere il dovere di essere perfetto, si darà l’opportunità di migliorare pian piano, cominciando a camminare con tranquillità, "azzerando" tutto ciò che le dava fastidio.

Come faccio ad azzerare senza creare rabbia? Ho paura di girare pagina e dover riscrivere, da capo, partendo da un foglio bianco!

È comprensibile una sorta di apprensione. Però, tenendo conto degli indubbi vantaggi, Cerchi di portare avanti la sua esistenza senza oppressioni, senza darsi spinte che poi non può reggere. Tutti i risultati che può ottenere sono conseguenti a strategie perseguite con conciliazione.

Che vuole dire ?

Che deve fare pace con se stesso e smettere di farsi la "sua" guerra privata contro se stesso, per risultati non raggiunti o raggiunti solo in parte. Questo non ha senso, sul piano costruttivo.

Come posso epurare i miei elaborati di pensiero dai conflitti?

Usando la logica (e qui le consiglio di trarre spunto dagli articoli dedicati all’argomento) tramite un buon dialogo di amicizia con se stesso, trasmettendosi messaggi positivi e ricordandosi di avere ottenuto dei risultati degni di nota.

E quali sono?

Lei, per molto tempo, è finito in mano a degli psichiatri che avevano formulato diagnosi sbagliate, dal momento che, più che depresso, era molto arrabbiato per tutti gli eventi che fino a qual momento l’avevano investita. Ebbene, è riuscito a venir fuori da questa trappola che l’avrebbe potuta portare (inutilmente e criminalmente) all’internamento. Questo, se permette, è merito suo, perché ha avuto il coraggio di ribellarsi. Ormai, durante i nostri incontri, portiamo avanti dei discorsi neutrergici che oramai è in grado di seguire e che le stimolano domande interessanti e impegnative.

A proposito, volevo farle un’altra domanda. Come faccio ad evitare di arrabbiarmi se mi vengono in mente vecchi episodi che mi hanno dato fastidio, come per esempio tutto quello che ha riguardato i difetti della mia automobile?

Deve interrompere gli elaborati e distrarsi con qualunque cosa a disposizione. Deve dirsi ad alta voce che è arrivato il momento di finirla. Questo, non tanto per prendersi in giro, dal momento che sappiamo bene che, un’idea ossessiva serve a "distrarre" la mente da argomentazioni più impegnative, quanto perché, ormai, abbiamo scavato e indotto cabiamenti interiori più che a sufficienza. A questo punto, ha necessità di operare sulle "abitudini consolatorie e compensatorie"... e dire basta! "Prendete un circolo, coccolatelo: diventerà vizioso" (Eugène Ionesco)

Va bene ho capito, comincerò a lavorare in questa direzione. Ascolti, ma secondo leggi natura, dovremmo vivere in maniera spartana?

È chiaro che non dobbiamo privarci di una vita comoda, ma neanche pensare che sia la "condicio sine qua non" per essere felici. Se non sa apprezzare ciò di cui dispone oppure è disturbato nell’equilibrio dei suoi pensieri, non riuscirà in alcun modo a godere nulla, di nulla e per nulla!. Uno stesso evento viene vissuto e ricordato in maniera diversa in base alle proprie condizioni del momento.

Se io ripenso ad un episodio del passato vissuto scorrettamente, dentro di me è come se volessi metterci una pietra sopra.

Ma ciò non è possibile perché le resterebbe un ospite ingombrante "in casa". Non lo vedrebbe, ma lo sentirebbe!

Io l’idea corretta la sento parlare nel dialogo fitto che avviene dentro di me, ma non riesco ancora ad accettarla.

Se si mostrerà conciliante, migliorerà la propria capacità di flessibilità trasformandosi prima. Se manifesterà un carattere rigido, avrà più difficoltà a cambiare.

Per essere conciliante mi devo avvicinare alle leggi di natura?

Si, e soprattutto deve sapere adattarsi alle necessità. Se, ad esempio, vive in un appartamento piccolo in una grande città, è vero che rinuncia a spazi di libertà, ma ciò significherà che di più non è stato possibile fare ed è inutile recriminare.

Io penso di dover cambiare tutto di me e ciò mi fa troppa paura.

A parte il fatto che è la sua mente a stabilire cosa le farà bene cambiare, bisogna tener conto che solo i contenuti scorretti e negativi andranno "rivisitati". Il resto della sua personalità non subirà forti scossoni. Non andrà incontro ad uno snaturamento di sé.

Ma se io sento positività, dentro di me, sento di doverla allontanare!

Questo accade perché ha paura di essere felice (dal momento che, forse, non lo è mai stato) e inoltre perché si addossa delle colpe per misfatti che crede di aver commesso.

Si è così!

E allora è un fesso.

Prego?

Se dopo tanto tempo che parliamo del fatto che nel cervello ci sono più recettori deputati alla gratificazione che alla sofferenza (per cui dovremmo essere naturalmente felici), allora è una testa dura... e un fesso che vuole soffrire. Sa cosa le dico?

No!

Che con queste premesse io e lei non lavoreremo tanto tempo insieme.

Farò di tutto per cambiare!

Me lo auguro per lei.

Mi sa che berrò qualcosa di forte per tentare di dimenticare alcuni di questi miei problemi...

E allora le ricordo un arguto aforisma.

Quale?

"Se avete intenzione di affogare i vostri problemi nell’alcool, tenete presente che alcuni di loro sanno nuotare benissimo!" (Robert Musil).

 

G. M. - Medico Psicoterapeuta

 

Si ringrazia Adelina Gentile per la collaborazione offerta nella stesura del dattiloscritto

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