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I Conflitti.
di Giorgio Marchese  ( direttore@lastradaweb.it )

29 aprile 2004





Come mai, tendiamo a difendere (e a nascondere) i nostri "panni sporchi"?


Cosa sono i conflitti psicologici?

Stati di tensione più o meno intensi e più o meno gravi, che si generano dalla difficoltà di prendere una decisione. È suggeribile la lettura dell’articolo "Le frustrazioni", pubblicato nella medesima sottosezione, in cui si esemplificano i principali tipi di conflitti e si propongono le soluzioni. Comunque, ogni essere umano difende i suoi conflitti non risolti. Questo accade perché così facendo, si difende anche la propria identità: ci si riallaccia, in questo modo, al concetto relativo al "difendere la propria coesione".

Cosa significa?

Se noi osserviamo l’essere umano attraverso la sua costruzione istologica, ci rendiamo conto che, in ogni cellula, troviamo migliaia (anche milioni, a volte) di molecole; allo stesso modo, in ogni molecola, riscontriamo un numero enorme di atomi. Se osserviamo un atomo, ci rendiamo conto di come, fra il nucleo (o, parte corpuscolare) e l’elettrone, vi sia uno spazio, cosiddetto "vuoto", molto esteso rispetto alla parte corpuscolare stessa. Per coesione riusciamo a " mantenere" sembianze umane con determinate caratteristiche di dimensioni. Quando parliamo di coesione, dobbiamo riferirci alle interazioni che hanno influenza sull’essere umano: interazione elettromagnetica, interazione forte, interazione debole, interazione gravitazionale. Se non ci fossero le 4 interazioni, l’essere umano non potrebbe esistere. Ricapitolando, le 4 interazioni e la coesione che si determina, consentono l’esistenza dell’essere umano. Infatti, quando tutto questo cessa di esistere, l’essere umano si polverizza. Noi, quindi, dobbiamo difendere la nostra coesione. Questo significa, difendere la nostra identità. Noi difendiamo "sempre" noi stessi: questa è una legge naturale che si oppone ad ogni cambiamento. Ogni essere umano che, consapevolmente, vuole cambiare, deve fare i conti con la difesa della coesione del proprio mondo interno.

Dal momento che non è affatto facile risolvere un conflitto, molto spesso, si ha necessità di "isolarlo" per non avere fastidi. L’ipotesi è quella dell’incapsulamento attraverso l’avvolgimento in una rete neutrergica e conseguente deposito negli scantinati dell’inconsapevole. L’effetto collaterale è dato dal fatto che, nel tempo, questa capsula può deflagrare, con danni più o meno significativi. Intanto, se non si attua il blocco dei conflitti (e, ovviamente, non si è in grado di risolverli), questi ultimi, gradualmente, invadono e sconvolgono, sovvertendo di fatto la coesione mentale. Il risultato produce gli alienati mentali. Queste persone, non hanno le capacità di bloccare i conflitti, infatti, parlano con molta libertà mettendosi nelle condizioni di essere giudicati "matti". Ecco perché Jung diceva: "Se tu riesci a comunicare con il matto, quest’ultimo smette di essere tale". In realtà non sono matti, sono solo persone senza difese mentali.

Il depresso almeno si difende.

Infatti, quest’ultimo, ha capito che non può mostrare tutti i suoi conflitti e li "chiude" all’interno di capsule mentali, bloccando però, in questo modo, l’energia che manda avanti il suo metabolismo psicofisico. Perché accade un simile processo? Quando si incapsula l’energia di un conflitto, si blocca anche l’energia utile presente. Infatti, un conflitto, per essere tale, deve essere costituito da energia positiva e negativa che interagiscono: questi sono i famosi "termini" del conflitto, in antitesi fra loro. Nel momento che, invece, si riesce a risolvere un conflitto, a maggior ragione se incapsulato, nel processo che si genera, la parte positiva dell’energia viene recuperata dal circuito metabolico, il resto viene scaricato al mondo esterno.

In un colloquio di analisi, l’analista "riceve" l’energia negativa e, in cambio, "ricarica" l’analizzato di energia positiva. Cosa ne fa, l’analista, dell’energia negativa? S’intossica! Infatti, a lungo andare, corre il rischio di danneggiarsi! L’alternativa costruttiva per il professionista, è quella di rivolgere, nel tempo, la propria attenzione lavorativa ad attività sempre più formative e sempre meno usuranti, oppure dedicarsi alla ricerca scientifica in psiconeuroimmunoendocrinologia, per migliorarsi in continuazione e sviluppare degli scudi sempre più efficaci.

Proseguendo sul discorso iniziale, è importante soffermarsi su questo punto: "Difendere la coesione, dal cambiamento di idee". Se siamo convinti che alcune idee vadano cambiate, dobbiamo essere disponibili a favorire tale processo.

I sintomi si risolvono solo cambiando le idee che producono i conflitti.

Spesso, chi soffre, chiede aiuto alle persone con cui vive, per cercare di acquietare il suo mondo interno dal turbinio dei conflitti irrisolti. Non riuscendo nell’intento, costruisce inconsapevolmente, come ultima soluzione, una capsula per limitare il conflitto. Quando ci si rivolge ad un’analista, quest’ultimo cerca di rompere la capsula e mettere in discussione il conflitto. Se l’analizzato non è convinto della validità della persona che cerca di fargli fare questo lavoro, più questa "bussa alla porta", più lui "si rifiuta di aprire" perché teme un’altra delusione. Per lavorare su un personaggio che oppone molta resistenza, è necessario avere molta esperienza ed abilità. L’analista, a queste condizioni, deve spiegare, rassicurando, proteggendo, sostenendo l’altro e consentendogli di aprirsi pian piano. Non sempre, comunque, noi possiamo determinare in una persona il cambiamento di un’idea a tutti i costi e a qualunque condizione, perché dobbiamo combattere contro le sue difese da coesione. Per evitare l’oppositività dell’analizzato, è necessario che l’analista spieghi tutti i dinamismi del cambiamento e quali sono i vantaggi. E’ tanto difficile rompere una capsula perché in essa sono contenuti eventi ed episodi dolorosi, per cui se non si ha la garanzia di avere qualche vantaggio, la capsula rimane chiusa e l’analizzato si difende e rinforza la propria identità (in maniera sbagliata).

La coesione dell’identità è, dunque, sostenuta dalla paura di soffrire.

Come fa, l’energia incapsulata, a produrre il sintomo?

La capsula è come una rete, di conseguenza l’energia conflittuale (anche se dentro la capsula) continua a scontrarsi e a produrre il disturbo. Il sintomo è solo la manifestazione del disturbo; con questo sistema inconsapevole, il sofferente ci dice: "Aiuto... ho un problema!".

Sulla base di questo principio, i sintomi non devono mai essere "toccati" anche se ognuno vorrebbe vedere sparire i propri disturbi, nel più breve tempo possibile. Nei casi ad elevato tenore sintomatologico, può essere necessario è bene che l’analizzato faccia più colloqui a settimana in modo da scaricarsi e ricevere, di volta in volta, pochi messaggi ma ben precisi. L’analisi non può essere sempre semplice e lineare, ma va impostata a seconda dell’analizzato il quale, spesso, trasferisce sul proprio analista, i rancori inconsapevoli che nutre nei confronti dei propri genitori. Il professionista dovrà essere abile nell’assorbire questi strali e, gradualmente, nell’aiutare ad attenuare ostilità e rancori.

La coesione si ottiene perché positivo e negativo si attraggono dal punto di vista elettrico, il bravo analista è in grado di separare l’energia positiva da quella negativa dei conflitti dell’analizzato, fornisce del positivo attraverso spiegazioni e rassicurazioni, facilita lo scarico della componente negativa, per consentire un efficace effetto catartico.

In conclusione di questo lavoro, si può affermare che, pur in presenza di sintomi e disturbi, la cultura occidentale non aiuta a capire la necessità di modificare quella parte della propria personalità responsabile dei conflitti; inoltre, anche quando si arriva alla conclusione che c’è qualcosa da cambiare, di se stessi, spesso tra il capire e il darsi da fare intercorrono molte difficoltà: più o meno le stesse che si interpongono tra il decidere di intraprendere un viaggio e partire davvero.

Giorgio Marchese - Medico Psicoterapeuta

 

N.B. il seguente lavoro è stato estrapolato dalle lezioni del dr. Giovanni Russo presso la sua Scuola di Specializzazione in Psicoterapia ad Indirizzo Dinamico di Roma.

 

Si ringrazia Erminia Acri per la collaborazione offerta nella stesura del dattiloscritto

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