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Il rapporto medico - paziente.
di Giorgio Marchese  ( direttore@lastradaweb.it )

8 aprile 2016






Come può, il buon professionista, indurre l'ammalato a guarire?


  

"Natura sanat, medicu curat": così, nel 1913, il medico George Groddeck, formatosi sotto la Scuola di Ernst Schweninger (medico personale di Bismark), presentò NASAMECU, uno dei suoi primi capolavori scientifici, che contribuì ad attirare su di lui l’ammirazione accademica, a livello internazionale.

"Non esiste alcuna differenza fondamentale fra sano e malato, sta alle preferenze di ogni medico e di ogni malato scegliere cosa vogliono chiamare malato. Questo è un punto di vista necessario per il medico. In caso contrario, egli si perderà sugli ardui sentieri del voler guarire, andando incontro a cocenti delusioni perché, in ultima analisi, è il guaritore interno a guarire: il medico si limita soltanto, con le cure, a chiedergli di percorrere la via corretta!"

D’altronde, come sostiene un antico proverbio cinese, il medico è come il tetto che garantisce dalla pioggia (gli attacchi esterni: batteri, virus, etc.) ma non dal fiume (il modo di rispondere agli attacchi, che proviene da dentro).

L’essere umano non è, di per sé, un elemento compiuto ma, al contrario, costituisce un costante divenire trasformista in relazione all’ambiente in cui si trova a vivere: in altre parole, ognuno può, con il proprio modo di essere e di comportarsi, aggiungervi qualcosa. Il rapporto di comunicazione (verbale o meno)che si stabilisce fra paziente e medico, rappresenta uno strumento di lavoro terapeutico tanto eccezionale (nel risultato) quanto fisiologico (nella sostanza)

Il medico abile è colui che sa intrattenere con successo i suoi pazienti, mentre la Natura li cura. (Voltaire)

Cosa succede durante una visita medica?

  1. Decadimento di microgradienti tensivi mediante il racconto del paziente il quale, parlando dei suoi malanni, si sfoga attuando una liberazione catartica; il medico, nel frattempo, attraverso le sue parole autorevoli ed il suo temperamento rassicurante, mette in condizione il suo interlocutore, di implementare il suo assetto razionale e riflessivo. In questo caso, il medico dovrebbe (con l’aiuto di uno psicoterapeuta) imparare a costruire e ad usare una "griglia di protezione mentale" mediante cui filtrare gli sfoghi dei suoi pazienti, al fine di evitare pericolose saturazioni personali.
  2. Riposizionamento del paziente nel contesto ambientale. Durante la visita ambulatoriale il paziente, gradualmente, rivive sensazioni antiche, del rapporto con la propria infanzia sentendosi, in tal modo, coccolato, accettato ed al centro dell’attenzione. In effetti, l’interazione auscultatoria e palpatoria di una visita medica, è quanto di più "intimo" si possa realizzare fra due persone non legate da vincoli affettivi.

Saper ascoltare e saper parlare!

Primum, non nocère! (Anzitutto, non arrecare danno!)

Le due esortazioni riportate, vengono "somministrate" agli studenti di Medicina, fin dal primo anno di corso. Come è possibile, infatti, esercitare una professione d’aiuto, come quella medica, senza tenerne conto? Tutti coloro che svolgono una professione a servizio della salute altrui, devono sviluppare una personalità definita "terapeutica", caratterizzata, cioé, dalla capacità di entrare in relazione empatica con le altre persone.

"Per il risultato di un trattamento psichico, la personalità del terapeuta è, spesso, infinitamente più importante di ciò che dice o pensa anche se, tutto questo, può rappresentare un fattore non disprezzabile di perturbamento o di guarigione. L’incontro di due personalità è simile alla mescolanza di due diverse sostanze chimiche: un legame può trasformare entrambe". (Carl Gustav Jung)

Medico del corpo e della mente, delle emozioni, dei disagi e dei malesseri legati, anche, ai momenti di cambiamento: questo è ciò che si chiede al moderno terapeuta che voglia perseguire come scopi esclusivi la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica ed il sollievo della sofferenza, cui ispirare con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, ogni atto professionale (dal Giuramento di Ippocrate).

Solo così si può pensare di fornire quell’aiuto necessario ad evitare che nel destino di un uomo sofferente possa albergare quella fine del mondo, su misura, che si chiama disperazione.

Dalla seconda metà del XX° secolo, con lo sviluppo di tecnologie mediche sempre più moderne, si è imposto un rapporto fra medico e paziente in cui le parole diventano quasi un intralcio per il buon esito dell’iter diagnostico: un vero e proprio "doctor centered model" caratterizzato da un impoverimento della dimensione umana e relazionale nel rapporto di cura. Su questo proscenio, dagli anni novanta in poi, ha preso piede una nuova esigenza, quella del ritorno all’antico, della semeiotica (ai fini diagnostici, una buona occhiata è efficace almeno quanto le analisi ematochimiche), non come alternativa ma come allargamento del ventaglio strategico terapeutico: si sta passando, dunque, al "patient centered model" lontano, comunque, dal trattamento individualizzato avulso dal contesto ambientale.

Non si cura, in effetti, un individuo isolato e chiuso in se steso, ma si deve "dialogare" con un’entità pluriparcellare incastonata all’interno di un insieme di condizioni di vita che lo influenzano continuamente. Dal momento che, ogni essere umano sviluppa i propri disturbi in relazione al mondo esterno ed al modo di rapportarvisi, tenere nella giusta considerazione le abitudini e l’ambiente (soprattutto quello familiare e quello lavorativo), è indispensabile per decodificare una corretta diagnosi ed improntare una cura adeguata alle circostanze.

Le più moderne indagini statistiche, infatti, mettono in evidenza che la qualità dell’assistenza sanitaria è costituita da numerosi aspetti, fra loro eterogenei, riconducibili a tre grandi categorie:

  • Tecnico scientifica, con riferimento all’applicazione della scienza e della tecnologia medica
  • Relazionale, ossia di rapporto fra operatori e pazienti;
  • Comfort delle strutture sanitarie, che si riferisce agli aspetti di contorno alla pratica professionale, come le caratteristiche degli ambulatori, la pulizia degli ambienti, etc.

Quindi, la cura non va più rivolta solo contro la malattia, ma alla persona in toto.

Essere un medico "patient centered" (centrato sul paziente), non significa rivestire i panni del "piccolo psicologo", ma acquisire competenze relazionali e comunicative adeguate sul versante emotivo, le cui radici appartengono agli studi psicologici. In altre parole, diventa sempre più necessaria quella collaborazione (prevista dalla legge 56/89) fra medico e psicoterapeuta in grado, tra l’altro, di marginalizzare il fenomeno del Burnout (esaurimento del personale sanitario più "impegnato" sul fronte delle emergenze, soprattutto "emotive").

Se qualcuno è troppo stanco per lasciarti un sorriso, lasciagli il tuo! (massima cinese)

 In conclusione, proporre e condividere con il paziente obiettivi realistici, identificare le soluzioni adeguate per "quel" paziente e per la "sua" famiglia, fornire gli strumenti di conoscenza per partecipare alla propria cura risponde alle richieste delle "esigenze contemporanee" e, al tempo stesso, ottempera alla raccomandazione di Ippocrate, secondo cui: "La vita è breve, l’arte è lunga, l’occasione è fugace, l’esperienza è fallace, il giudizio è difficile. Bisogna che non solo il medico sia pronto a fare da sé le cose che debbono essere fatte, ma anche il malato e l’ambiente che lo circonda".

G. M. - Medico Psicoterapeuta, Counselor (20.02.2014)

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