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La coscienza del Penalista...
di Francesco Chiaia  ( francescochiaia@libero.it )

28 settembre 2015






"Come fai a difendere qualcuno che è colpevole di un reato?"


Non è un compito facile quello che ho in mente di svolgere, tanto più che ometterò di trattare della difesa delle persone offese e dei danneggiati dai reati; aspetti che, pure, mi avrebbero fatto lucrare qualche simpatia.

Vorrei, infatti, provare a fornire alcuni dati che conducano i lettori ad esplorare nuovi punti di vista su una professione fra le più antiche ( il primato spetta ad altri...) ed affascinanti che l’essere umano si sia "inventato", per una diversa e più completa valutazione.

La funzione del difensore, ontologicamente diversa da quella del pm. può essere inquadrata partendo da ciò che disse al proposito uno dei più famosi oratori che la storia ricordi, Marco Fabio Quintiliano:

"È tanto più facile accusare che difendere, quanto lo è infliggere una ferita rispetto al sanarla".

Ritengo che sino ad oggi il primato del più grande avvocato difensore di ogni tempo spetti a Marco Tullio Cicerone: su questo dato non credo che vi possano essere smentite; tutti, avvocati e non, conoscono questo nome, mentre coloro che ne hanno letto le opere, magari solo qualcuna, (contro Catilina, contro Verre, in difesa di Marco Celio, in difesa di Milone, ecc. ecc.) ne apprezzano anche il valore tecnico e l’attualità delle intuizioni e dei consigli.

Ma torniamo alla figura del difensore, quello dei nostri tempi.

Il carattere divulgativo di questo lavoro mi impone di essere leggero e scorrevole, ma la via da percorrere è abbastanza tortuosa. E sì! Perché, come si fa a spiegare in maniera semplice che anche chi ha commesso un fatto delittuoso debba essere difeso? Specie se, poi, l’opinione pubblica travasa - a dirla con l’On.le Trantino, illustre avvocato penalista, a causa di una sprovveduta incultura - "la difesa nel difeso, un diritto nel delitto"?

L’avvocato, in particolare quello penale, ha, a differenza di quanto si possa credere, moltissimi doveri da adempiere: verso se stesso, verso coloro i quali difende, verso la giustizia, verso la società: il tutto nel rispetto della legge, innanzitutto di quella morale, intesa quest’ultima nel senso più kantiano del termine ( la legge morale risiede in me ). Vediamone alcuni.

Verificare verso se stesso:

  1. il tasso di disponibilità ad esplicare il mandato ricevuto;
  2. il grado di preparazione ed esperienza oggettivamente necessari per svolgere quel compito difensivo;
  3. la mancanza di pregiudizi rispetto all’accusa mossa nei confronti di chi chiede di essere difeso;
  4. la consapevolezza nell’uso delle strategie difensive tecnicamente improntate al rispetto delle regole, al riparo da ogni possibile strumentalizzazione;
  5. oltre che

  6. aggiornarsi professionalmente e, prima e più, psicologicamente, anche attraverso corsi di formazione specifici.

  • Verso coloro che difende:

  1. avere chiarezza in ordine alle scelte difensive: orientate verso la tutela dei loro interessi non verso il soddisfacimento della loro volontà;
  2. comunicare, da subito, di non poter assumere la difesa quando vi siano fondati motivi che inducano a questa determinazione;
  3. non travisare i fatti, ma solo verifica e confutazione delle tesi d’accusa, sulla base delle risultanze acquisite: in poche parole, non si sostengono tesi palesemente infondate;
  4. Non promettere risultati, ma solo l’impegno a svolgere al meglio delle proprie capacità il mandato difensivo di natura tecnica. I liberi professionisti non hanno obblighi di risultati, ma di mezzi; chi sostiene il contrario o è un mago o un ignorante, certo non un professionista.

  • Verso la giustizia:

quale collaboratore nella ricerca della verità - questo punto sarà trattato più approfonditamente in appresso - per far sì che la giustizia non diventi il riflesso di un pregiudizio.

  • Verso la società:

  1. contribuire al miglioramento della stessa attraverso lo svolgimento corretto del proprio lavoro e delle funzioni ad esso collegate;
  2. adoperarsi per fare in modo che si ristabilisca l’equilibrio turbato.

 

Questo è un elenco "aperto", chiunque lo ritenga utile potrà sempre aggiungere qualcosa ai fini di una "crescita" comune.

Quando iniziai la pratica forense in uno studio professionale che si occupa solo di procedimenti penali - proprio come il mio adesso - osservai che nella maggior parte delle aule penali vi è la presenza dell’immagine del Crocifisso. Venni a scoprire che ciò ha una funzione ben definita: ricordare a chi giudica il proprio simile che...

Si possono commettere errori!

 

Così come accadde a chi giudicò il Gesù della storia - o il Cristo della fede - condannando a morte un innocente.

Lo stesso termine "avvocato" deriva dal latino advocatus = colui che è chiamato presso altri...in aiuto; ed invero, chi è accusato di aver commesso un determinato reato, lo è in base ad un’ipotesi formulata da un altro essere umano - il pm - cui la società ha demandato il compito di investigare e perseguire coloro che si siano macchiati di un crimine, ma qui sorge il primo problema:

in base a quale certezza si afferma che taluno abbia commesso un reato? Il nostro sistema giudiziario prevede una ipotesi astratta nella quale far rientrare quella concreta, ossia si stabilisce, ad esempio, che "chiunque cagiona la morte di un uomo è punito con la reclusione non inferiore ad anni 21". Se in base a ciò che emerge, come prova, dal processo, vi siano elevate probabilità che l’imputato sia colpevole di quel grave delitto, il giudice emette una sentenza di condanna.

Sostiamo.

Come avrete notato si è affermato "elevate probabilità", e non si è scritto "certezze". E già, perché bisogna sfatare il primo dei miti che aleggiano sui processi penali: il Problema della Verità.

Ed infatti, per dirla col prof. avv. Alessandro Traversi, bisogna stabilire che:

  • non sempre il cliente riferisce la verità al proprio avvocato;

  • la verità storica, secondo l’accusa mossa, non coincide con quella giuridico-fattuale che il processo tende ad accertare;

  • la verità accertata tramite una sentenza è probabilistica non reale, perché la ricostruzione degli eventi subisce l’influsso della interpretazione soggettiva di chi la riferisce e ricostruisce.

Anche un testimone oculare di un fatto delittuoso può commettere errori nel riferire lo stesso; basti pensare che i filtri della propria mente, dei propri apprendimenti, dei propri sensi entrano in funzione e rielaborano ciò che si è vissuto; se a questo aggiungiamo che, di per sé, si tratta di episodi di forte impatto emotivo, e quindi, come tali, o vengono amplificati o vengono dimenticati da chi vi ha assistito, la frittata è fatta.

Con ciò non si vuole dire che ogni fatto è puntualmente travisato dal testimone o che l’accusa è sempre infondata, si vuole semplicemente affermare l’importanza di un confronto per far sì che il giudice giunga serenamente ad emettere una sentenza di condanna o di assoluzione "al di là di ogni ragionevole dubbio".

Non tarderò ancora a rispondere alla domanda della presentazione.

E lo farò descrivendo ciò che ho pensato in alcune fasi della mia seppur giovane carriera.

All’inizio ho scelto di apprendere la professione del penalista per una serie di motivi legati alla competizione, ed al predominio sull’altro, insomma rappresentava la mia possibilità di rivalermi sul mondo dal quale avevo subito frustrazioni, delusioni: detenevo, finalmente il potere.

Poi, quando ho iniziato ad addentrarmi nell’assunzione delle responsabilità connesse ai mandati difensivi che mi conferivano ho "sentito" le difficoltà che derivavano dalle persone che si rivolgevano a me, ed alcune volte soffrivo insieme a loro, ma non per loro: per me. Alcune problematiche che osservavo investivano anche la mia personalità, ed allora ho sentito il bisogno di approfondire alcuni aspetti:

  1. perché si commettono i reati?
  2. Siamo tutti capaci di commetterne?
  3. Quanto conta l’ambiente in cui si è cresciuti in fatti del genere?
  4. ecc. ecc.

Oggi penso che nella stragrande maggioranza dei casi dietro ad un reato c’è una mancanza di Formazione ossia di quella attività che racchiude l’istruzione e l’educazione, momenti necessari per quegli esseri umani rivolti al miglioramento della propria esistenza.

Ho sempre creduto, ritengo e riterrò sempre che nessuno, con evidenti difficoltà, debba essere abbandonato a se stesso.

C’è bisogno di esseri umani che li difendano, soprattutto quando hanno commesso degli errori;

anche i pluriomicidi hanno diritto ad essere difesi, proprio perché chi li difende non è come loro, ma riflette e pensa fino a quale punto di aberrazione ognuno possa giungere; è fin troppo semplice condannarli e dimenticarsi di loro buttando le chiavi della cella in mare: una società corretta e migliore ha il dovere e, soprattutto, il bisogno di educare i propri consociati, non di gettare i traditori, per come si narra nella storia romana , dalla Rupe Tarpea posta a picco sul Campidoglio: anche quei traditori sono un prodotto di quella società. Se li gettiamo dalla Rupe gettiamo con loro parti di noi stessi.

In ogni caso la mia è sì una professione impegnativa e gratificante, ma non è una missione, né uno stile di vita: è solo una professione.

È appena il caso di sottolineare che la difesa di chi ha commesso un reato non deve essere tesa all’assoluzione dell’imputato "a tutti i costi", ma a far sì che quest’ultimo abbia quel giusto processo che conduca all’irrogazione dell’equa pena da scontare, nel rispetto delle regole del giudizio.

Concludo con un brano tratto dalla commedia "Il sindaco del rione sanità", del grande Eduardo De Filippo, che fa dire al "sindaco del rione sanità" donn’Antonio Barracano, in un dialogo con il proprio medico di fiducia, il suo pensiero sui delinquenti, secondo lui, la vera vittima della società.

"...perché si tratta di gente ignorante, e la società mette a frutto l’ignoranza di questa gente. Professo’, sui delitti e sui reati che commettono gli ignoranti si muove e vive l’intera macchina mangereccia della società costituita. L’ignoranza è un titolo di rendita. Mettetevi un ignorante vicino e campate bene per tutta la vita..."

 

Francesco Chiaia - 5 gennaio 2003

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