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Due generazioni, una sola parola: libertà

Che cosa significa essere liberi? E siamo davvero sicuri che i giovani di oggi siano più liberi di quelli di ieri?

Attraverso un dialogo semplice e intenso tra un nonno e una nipote, gli studenti del Liceo Lucrezia della Valle ci accompagnano in un viaggio tra ricordi, esperienze e inquietudini generazionali.

La scuola di ieri, con le sue regole rigide, e quella di oggi, più aperta al confronto; le strade percorse senza telefoni e un presente nel quale siamo sempre connessi; il valore della memoria e il bisogno di scegliere con la propria testa.

Ne nasce una riflessione che va oltre il confronto tra passato e presente e ci ricorda che ogni generazione ha qualcosa da insegnare all’altra.

Perché la libertà non è soltanto poter scegliere. È anche imparare a pensare, a distinguere, a essere se stessi.

È un tardo pomeriggio d’inizio autunno. Fuori, il cielo comincia a perdere la luce del giorno e le ultime sfumature aranciate si posano sui tetti delle case. Una brezza fresca muove appena le tende.

Il nonno è seduto sulla sua poltrona preferita, vicino alla finestra. Tra le mani tiene un vecchio astuccio di cuoio, al quale sta cercando di sistemare una piccola chiusura. Sul tavolino, accanto a lui, è appoggiato un tablet con il registro elettronico della scuola ancora aperto.

La nipote gli si avvicina, si siede sul divano e osserva per qualche istante quei due oggetti così diversi: uno appartenente a un tempo lontano, l’altro al mondo in cui lei è cresciuta.

Nipote: «Nonno, sai che mamma ha già visto i miei voti di oggi prima ancora che tornassi a casa? Li ha controllati sul registro elettronico. A volte ho l’impressione che non esista più un momento soltanto mio. Tutto quello che faccio viene visto, registrato, commentato. Dimmi una cosa: ai tuoi tempi com’era la scuola? Eravate più liberi?»

Il nonno sorride, posa l’astuccio sul tavolino e guarda per un momento fuori dalla finestra.

Nonno: «Sai, piccola mia, quando ero ragazzo i nostri genitori scoprivano i voti soltanto quando arrivava la pagella, alla fine del trimestre. Oppure quando la maestra scriveva una nota sul diario. Non c’erano messaggi, notifiche, registri da consultare ogni sera. Ma non confondere quella distanza con la libertà. A scuola, allora, le regole erano molto più rigide.»

Nipote: «Più rigide di adesso? Ma in che senso? Noi possiamo esprimere le nostre opinioni, discutere con gli insegnanti, dire quando non siamo d’accordo. E possiamo anche essere un po’ diversi dagli altri, senza sentirci necessariamente fuori posto.»

Nonno: «Noi indossavamo il grembiule nero con il colletto bianco. Quando entrava un adulto in classe dovevamo alzarci in piedi. L’insegnante aveva un’autorità che raramente si metteva in discussione. Qualche volta c’erano anche punizioni umilianti o corporali. E se tornavi a casa lamentandoti di un rimprovero, spesso ti sentivi rispondere che il maestro aveva sempre ragione.»

Fa una breve pausa.

«Non era sempre giusto. E sai una cosa? Molti di noi hanno imparato presto a stare zitti, anche quando avrebbero avuto qualcosa da dire.»

Nipote: «Mi dispiace, nonno. Io non riuscirei a immaginare una scuola così. Però, a volte, anche noi abbiamo paura di parlare. Non perché qualcuno ci punisca, ma perché temiamo di essere giudicati, magari anche soltanto per una frase scritta in una chat.»

Il nonno la guarda con maggiore attenzione.

Nonno: «Vedi? Cambiano le forme, ma certe paure trovano sempre il modo di restare. La differenza è che voi avete il diritto di far sentire la vostra voce. Ed è una conquista che non dovete mai dare per scontata.»

Nipote: «E per studiare? Come facevate senza internet? Quando dobbiamo preparare una ricerca, troviamo tutto in pochi secondi.»

Nonno: «Noi avevamo il sussidiario e, se andava bene, un’enciclopedia in casa. Per una ricerca si andava in biblioteca, si consultavano i cataloghi, si cercavano i libri e poi si copiava tutto a mano. Ci voleva un pomeriggio intero, qualche volta anche di più.»

Sorride, come se quel ricordo gli fosse improvvisamente tornato vicino.

«Ricordo ancora l’odore delle pagine, il silenzio della biblioteca, la soddisfazione di trovare proprio quel libro che cercavi. Tornavi a casa con le mani piene di appunti e la testa piena di cose nuove.»

Nipote: «Noi abbiamo tutto, ma qualche volta non sappiamo nemmeno da dove cominciare. Ci sono così tante informazioni che finiamo per perderci. E non sempre sappiamo distinguere quelle vere da quelle inventate.»

Nonno: «Allora forse avete un compito più difficile del nostro. Noi dovevamo cercare le informazioni; voi dovete imparare a riconoscere quelle che meritano fiducia. Perché avere tutto a portata di mano non significa necessariamente conoscere.»

La nipote sorride e si sistema meglio sul divano.

Nipote: «E gli amici? Come facevate a organizzarvi per incontrarvi senza telefoni?»

Nonno: «Ci davamo appuntamento in un posto e a una certa ora. Se arrivavi, bene. Se non arrivavi, gli altri aspettavano un po’ e poi andavano. Non c’erano messaggi per dire che eri in ritardo, né telefonate per sapere dove fossi. E quando ci incontravamo, inventavamo qualcosa da fare. Bastavano due sassi per delimitare una porta e un pallone per sentirci padroni del mondo.»

Per un attimo il suo sguardo si perde oltre la finestra.

«A volte passavamo interi pomeriggi senza sapere come sarebbe finita la giornata. E forse era proprio questo il bello: non avevamo bisogno di riempire ogni minuto.»

Nipote: «Noi invece abbiamo sempre qualcosa da fare. La scuola, i compiti, lo sport, le chat, le attività. Anche quando non facciamo niente, finiamo per guardare il telefono. Qualche volta mi piacerebbe annoiarmi davvero, ma non so nemmeno più come si fa.»

Nonno: «La noia, bambina mia, non era sempre una cosa cattiva. Qualche volta era una porta. Ti costringeva a inventare, a immaginare, a guardarti intorno. Oggi avete tante possibilità, ma rischiate di non lasciare spazio a quella più semplice: fermarvi e ascoltare i vostri pensieri.»

Nipote: «Quindi fuori dalla scuola eravate più liberi di noi?»

Il nonno ride piano.

Nonno: «Forse sì, almeno per certi aspetti. In classe vivevamo dentro regole molto strette, ma appena suonava l’ultima campanella il mondo sembrava diventare nostro. Tornavamo a piedi, giocavamo per strada, andavamo nei campi. I nostri genitori non sapevano esattamente dove fossimo in ogni momento. C’era una fiducia che oggi, forse, è diventata più difficile da concedere.»

Nipote: «Per noi è quasi il contrario. A scuola possiamo scegliere, confrontarci, esprimerci. Ma fuori sembra che dobbiamo essere sempre raggiungibili. Se non rispondiamo a un messaggio, qualcuno si preoccupa. Se non pubblichiamo niente, sembra quasi che non sia successo nulla. A volte mi chiedo se siamo davvero liberi o se abbiamo soltanto imparato a non staccarci mai.»

Il nonno resta in silenzio per qualche secondo. Poi prende il tablet, lo spegne e lo posa accanto al vecchio astuccio.

Nonno: «Forse è proprio questo il punto. Noi avevamo meno possibilità di scegliere, ma più spazio per perderci un po’. Voi avete tante possibilità, ma rischiate di sentirvi obbligati a utilizzarle tutte. Noi dovevamo imparare a memoria perché le informazioni erano poche; voi dovete imparare a scegliere perché le informazioni sono troppe.»

Nipote: «E allora, nonno, qual è il modo migliore di crescere? Il vostro o il nostro?»

Il nonno le prende una mano. Non risponde subito. Guarda il tablet spento, poi l’astuccio di cuoio che aveva tra le mani poco prima.

Nonno: «Non credo che esista un tempo migliore in assoluto. Ogni generazione riceve qualcosa di prezioso e qualcosa di difficile da sopportare. Noi abbiamo conosciuto il peso di regole che spesso non lasciavano spazio alla libertà. Voi avete conquistato il diritto di pensare, parlare e scegliere, ma dovete imparare a difendere quella libertà anche dalle cose che sembrano renderci la vita più facile.»

Nipote: «Come il telefono?»

Nonno: «Anche. Ma non soltanto. La libertà non significa poter fare tutto. Significa sapere che puoi scegliere, anche quando tutti gli altri ti suggeriscono cosa fare. Significa avere il coraggio di pensare con la tua testa, di dire no quando serve e di non avere paura di essere diversa.»

La nipote abbassa gli occhi, poi sorride.

Nipote: «Sai, nonno, qualche volta vorrei vivere almeno per un giorno nella tua infanzia. Senza notifiche, senza fretta, senza dover dimostrare sempre qualcosa.»

Nonno: «E io, qualche volta, avrei voluto avere la tua possibilità di discutere, di essere ascoltato, di poter dire a un insegnante che non ero d’accordo senza temere una punizione.»

Si guardano e sorridono. Fuori, ormai, è quasi sera.

Nipote: «Forse potremmo insegnarci qualcosa a vicenda.»

Nonno: «È proprio questo il bello, piccola mia. Il passato non deve diventare una nostalgia che ci impedisce di guardare avanti, e il futuro non dovrebbe farci dimenticare tutto quello che abbiamo imparato camminando.»

La nipote si alza, prende il tablet e lo porta sul tavolino. Poi torna a sedersi accanto al nonno.

Nipote: «Allora stasera niente telefono. Mi racconti ancora di quando eri ragazzo?»

Il nonno le accarezza i capelli.

Nonno: «Volentieri. Ma prima promettimi una cosa: non lasciare mai che qualcuno scelga al posto tuo i pensieri che devi avere. E non dimenticare che la libertà più importante è quella che ti permette di diventare te stessa.»

La luce fuori dalla finestra si è ormai spenta. Ma nella stanza, tra il vecchio astuccio di cuoio e il tablet silenzioso, sembra essersi accesa una luce diversa: quella di due generazioni che, per una sera, hanno trovato il tempo di ascoltarsi.

Perché la libertà non appartiene soltanto a chi viene prima o a chi viene dopo. Appartiene a chi sa custodirla, comprenderla e condividerla.

A cura di Maria Felicita Blasi

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