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C’è un filo invisibile che unisce le anime capaci di ascolto, una frequenza silenziosa che non ha bisogno di parole per farsi sentire (Cit.)

Cari Lettori, ci sono mattine in cui il mondo sembra fare troppo rumore con il suo frastuono di voci, proclami e sentenze che si rincorrono sui marciapiedi delle nostre esistenze, lasciandoci addosso una strana sensazione di vuoto.

In questo palcoscenico spesso saturo di parole inutili, le lezioni più grandi ci vengono impartite da chi non possiede il dono della parola, ma conosce il segreto della presenza.

All’ospedale di Modena, un uomo è rimasto ricoverato per dieci lunghi giorni in un letto di terapia intensiva, sospeso in quel limbo sottile dove la vita dialoga con il silenzio.

In quegli stessi dieci giorni, il suo gatto di cinque anni, guidato da un istinto che somiglia in modo disarmante all’amore puro, è scappato di casa.

Non ha cercato la libertà o il randagismo; ha cercato il suo papà umano.

Ogni mattina, puntuale come una promessa invisibile, si è seduto sul selciato, sotto la finestra del secondo piano di quel reparto. Fermo, immobile, con gli occhi rivolti verso l’alto, ha fissato quel pezzo di vetro e cemento per ore.

Un’attesa ostinata, custode di un legame che ha commosso persino il personale sanitario, abituato al dolore ma forse meno alla purezza di un simile attaccamento. Quando le infermiere hanno raccontato all’uomo ciò che accadeva là sotto, le sue lacrime sono diventate il ponte tra la sua sofferenza e quella fedeltà muta.

Il giorno delle dimissioni, il gatto era ancora lì, ad aspettarlo. Il video del loro ritorno a casa insieme, che ha raccolto oltre 24 milioni di visualizzazioni, non è che lo specchio di un bisogno universale: quello di essere attesi, di sapere che qualcuno, da qualche parte, custodisce lo spazio per noi senza chiedere nulla in cambio.

Non c’era presunzione in quel piccolo animale, non c’era il bisogno di spiegare le leggi dell’universo o di dettare regole; c’era solo la verità assoluta e feconda di un esserci.

Il gatto di Modena, rimasto per dieci giorni ad aspettare il suo “papà umano” sotto la finestra dell’ospedale.

Fonte “Il Mio Cane Bau”

Situato su qualche lontana nebulosa faccio ciò che faccio, affinché l’universale equilibrio di cui sono parte non perda l’equilibrio

Questa splendida intuizione di Antonio Porchia (scrittore e aforista di origini calabresi ma naturalizzato argentino)  ci ricorda che ognuno di noi, nel disegno misterioso dell’esistenza, occupa un posto preciso e contribuisce a una stabilità comune.

Eppure, lungo il periglioso e tortuoso percorso di vita che ognuno si trova a tracciare, capita di incontrare una moltitudine di esseri umani: alcuni passano come ombre nella notte, senza lasciare alcuna traccia del loro transito; altri, invece, ricoprono ruoli apparentemente importanti, capaci di influenzare, in modo consapevole o inconsapevole, lo stesso sentiero che decidiamo di intraprendere.

Proprio per questo, diventa vitale operare una giusta e lucida selezione all’interno delle nostre relazioni.

Quante volte, infatti, nel corso degli anni, ci è capitato di incrociare individui che hanno avuto la presunzione (nell’accezione più distruttiva e meschina del termine) di indicarci “la via”?

Ma questi moderni Soloni hanno mai verificato l’utilità del loro sentiero su un piano oggettivo?

Spesso si dimentica che ogni persona, pur condividendo tratti comuni con i propri simili, porta in grembo un progetto di vita del tutto personale, fatto di apprendimenti ed esperienze che sul piano emotivo vengono vissute in modo radicalmente diverso. Come ci si può arrogare, allora, il diritto di ergersi a maestri di vita?

Sono arrivato a un passo da tutto. E qui me ne rimango, lontano da tutto, di un passo

In quel singolo passo di distanza evocato da Porchia si nasconde il senso del nostro essere osservatori del tempo presente, un distacco necessario in una Società che ha smarrito la bussola dell’umiltà e della mitezza.

L’aspetto più evidente di questa deriva lo si osserva da decenni nella politica, dove è invalso l’uso quasi ossessivo di imprimere sul simbolo elettorale il nome del leader di turno, promettendo “magnifiche sorti e progressive”.

Un tempo, i leader autentici (ben diversi da quelli odierni di cartapesta) avrebbero considerato questo personalismo una desolante caduta di stile.

Il presuntuoso vive in una bolla deformante, con un’immagine di sé costantemente gonfiata. I problemi seri nascono quando vuole “pensare e agire” in nome di tutti.

Più piccola è la mente, scriveva Esopo, più è grande la presunzione.

Gli uomini più pericolosi sono quelli che pensano di sapere tutto e ci credono in modo indefesso.

Davanti a loro, Gibran esclamava:

Dio mi guardi dall’uomo che si proclama fiaccola che illumina il cammino dell’umanità. Ben venga l’uomo che cerca il suo cammino alla luce degli altri

Talvolta, in certi momenti storici, è un intero popolo a peccare di presunzione. Tomasi di Lampedusa, nel Gattopardo, faceva dire al principe di Salina:

I siciliani non vorranno mai migliorare per il semplice motivo che credono di essere perfetti

Il problema è antico, e la saggezza popolare lo liquida definendo colui che è sgradevole in tal senso, come “ciuccio e presuntuoso”.

Persino il Vangelo di Luca individua tre tipi di presunzione: quella di essere maestri, quella di giudicare gli altri e quella dell’immagine distorta.

A commento di ciò, Gesù osserva con ironico sarcasmo:

Può, forse, un cieco guidare un altro cieco?

Oggi basta guardare certe trasmissioni televisive per incontrare leader pomposi che elencano ciò che non funziona ma, messi alle strette sulle soluzioni, si rivelano giocatori di poker costretti ad ammettere di aver bluffato.

Di fronte a questo teatro dell’ego, non resta che la malinconia di Leopardi:

Non so se il pianto, o la pietà, prevale

Nel Labirinto dell’Inconscio: tra Nietzsche, le Illusioni e il “Graffio” del Narcisismo

La cosa più pericolosa, quella che si insinua strisciando nelle nostre case e nelle nostre stanze più intime, si traveste spesso da falsa protezione.

Accade quando qualcuno cerca di giustificare un consiglio non richiesto, o peggio, l’indicazione perentoria di “cosa” dobbiamo fare della nostra vita, nascondendosi dietro lo scudo fragile dell’esperienza acquisita con gli anni.

Ma quanti, davvero, sono a conoscenza del fatto che se la vita è indubbiamente il risultato dell’esperienza, essa si fonda, soprattutto, sulla conoscenza?

Facciamo un esempio banale, quasi geometrico: un avvocato o un idraulico, per quanto straordinari nel loro mestiere, potranno mai spiegare a un architetto o a un ingegnere come si progetta un ponte capace di sfidare il vento e la gravità?

Certamente no.

Perché l’esperienza è solo una pertinenza della conoscenza, un vestito che si logora, se sotto non c’è un corpo solido. La conoscenza è il bagaglio più importante, l’unico che valga la pena di arricchire e portare sempre con sé, come una vecchia chitarra che conosce tutte le nostre canzoni.

Come scriveva Porchia, con una malinconia che taglia il respiro:

Dio ha dato molto all’uomo ma, l’uomo, vorrebbe qualcosa dall’uomo.

Cerchiamo disperatamente risposte negli altri, quando gli altri stanno ancora cercando le proprie.

Forse, cari Lettori, questo è il momento più idoneo per planare a volo radente, con la mente e con il cuore, su quel capolavoro di Friedrich Nietzsche intitolato “Sull’utilità e il danno della storia per la vita”.

In quelle pagine, il grande filosofo metteva a nudo tutto ciò che, in ogni momento storico, disturba e frena la crescita autentica delle persone, creando problemi di non piccolo conto. Nietzsche sosteneva che, a causa di un eccesso dannoso di memoria e di passato, un’epoca intera, credendosi superiore a ogni altra epoca passata, può cadere nella presunzione di possedere la virtù più rara: la Giustizia.

Quando si vive in questo stato di finta superiorità, gli istinti più profondi di un popolo vengono turbati e, al singolo individuo, non meno che alla comunità, viene impedito di maturare davvero.

Ci si ritrova sfiduciati e frastornati e, di conseguenza, si cade in quel pericoloso stato d’animo che è l’ironia cinica su sé stessi. Da lì, la porta si apre verso una strada ancora più buia, fatta di disincanto e freddezza.

E al termine di questa strada, immancabilmente, troviamo il Grande Individuo Presuntuoso, il dittatore delle coscienze che vorrebbe comandare le nostre teste e rubarci i sogni.

Un capolinea funereo, un binario morto che dobbiamo evitare per tempo e a tutti i costi.

E se fosse tutto un grande inganno?

Cari Lettori, e se tutta questa impalcatura di certezze risultasse essere solo il frutto amaro di una nostra imperfetta crescita interiore?

C’è una malinconia profonda nel chiedersi se lo scontro quotidiano fra il presuntuoso che opprime e il supino che si genuflette, non sia altro che un circolare, tragico, ribaltamento di ruoli.

Una sorta di “aggressione passiva” che trasforma la vittima in  un perverso carnefice…

Noi che esploriamo i territori dell’inconscio profondo, abbiamo scoperto che la differenza fra l’arrogante che urla e il timido che si nasconde, consiste soltanto nella diversa gradazione di un unico comune denominatore: il Narcisismo.

È la stessa ferita, lo stesso vuoto d’amore che cerca di essere colmato. Uno lo fa aggredendo il mondo, l’altro ritirandosi da esso.

Qualcuno, tempo fa, ha pronunciato parole che sembrano vergate con il sangue e con le lacrime:

Portarci dentro ciò che non possiamo portarci accanto, è una condanna sottile che si abbatte sul collo come una ghigliottina impietosa.

È un proiettile sparato a bruciapelo sotto la cui traiettoria siamo caduti tutti, almeno una volta nella vita, nelle notti più lunghe dell’inverno. Il colpo non ti uccide, al massimo ti tramortisce, ti lascia senza fiato sul letto e, perciò, gli sopravvivi.

Ma la pelle, nel punto esatto dell’impatto (quello, nel quale il rimpianto si è schiantato come una bomba a cui qualcuno ha tolto la sicura) mostra i segni per un bel pezzo.

Diventa un bozzo fastidioso.

Eppure, a guardarlo bene con gli occhi della psicoterapia, quel bozzo potrebbe essere un bozzolo: la culla di un bruco nell’attimo esatto in cui accetta di morire a sé stesso per diventare finalmente farfalla e volare via.

Col tempo, che possiede straordinarie e misteriose proprietà curative, quella ferita si appiana, così come si appianano le incomprensioni, i vecchi litigi, le storie d’amore finite male.

Cari Lettori, se provassimo ad accarezzarlo oggi, quel segno, riusciremmo persino a non sentirne il graffio, il solco zigrinato che ha lasciato sulla nostra pelle la zampata del dolore, o il suo morso.

Ma se lo prendessimo contropelo, se malauguratamente decidessimo di risalire quel solco nel verso opposto, la mano si incaglierebbe improvvisamente, come un’ancora che sbatte sul fondo fangoso di un porto abbandonato.

E nell’attimo esatto che a noi servirebbe per disincastrarla, verremmo investiti dall’urto della verità più scomoda, quella che fa più male: ciò che sta dentro, invece di stare accanto, certe volte ci rimane addosso per sempre, come un profumo carico di rimpianti che non va più via.

Le Luci del Palco e la Promessa dell’Esserci

In un mondo che sembra aver fatto del rumore la sua unica moneta di scambio, dove l’arrogante urla per coprire il vuoto e il timido si ritira per proteggersi dal graffio della vita, esistono forme d’amore profondissime che emettono un suono flebile.

Sono quelle presenze costanti che, come una melodia in sottofondo, non pretendono di spiegarti la strada ma, semplicemente, scelgono di camminarti accanto, un passo alla volta, dividendo con te il peso del bagaglio.

Prendiamo, ad esempio, la storia di Doña Dora e del suo piccolo Papi, che ha commosso migliaia di persone attraverso la finestra digitale dei social.

Non servono grandi imprese eroiche per descriverli, a volte basta guardare un cane seduto accanto alla sua umana, osservare la distanza di pochi centimetri che li separa e accorgersi che, in realtà, tra loro non esiste alcuna distanza.

Lei è Doña Dora, una donna anziana segnata dal tempo; accanto a lei c’è Papi, il suo fedele compagno a quattro zampe. Nelle immagini semplicissime dei loro video non succede nulla di straordinario: c’è solo una donna antica, il suo cane, qualche carezza distratta e, soprattutto, quegli sguardi che sembrano raccontare anni di vita trascorsa insieme.

Papi non compie gesti eccezionali. Rimane semplicemente vicino a lei.

La cerca con gli occhi, condivide le sue giornate lente e sembra aver trovato l’unico posto al mondo in cui vuole davvero stare: accanto alla sua Doña Dora.

Anziana donna abbracciata al suo cane Papi

Fonte “Amore a Quattro Zampe”

Chiunque abbia vissuto davvero accanto a un animale, conosce bene quella presenza che non pretende spiegazioni, che resta quando siamo felici e quando siamo stanchi, e che, col passare degli anni, smette di sembrare la presenza di un animale e diventa, semplicemente, “Famiglia”.

Ma la loro storia ci ricorda anche un’altra verità, clinica e umana, su cui riflettere: prendersi cura di una persona significa spesso prendersi cura anche dell’animale che condivide la sua vita, perché il benessere dell’uno è profondamente legato a quello dell’altro.

In un’epoca che ci vorrebbe tutti uniformati, distanti e concentrati sull’ipertrofia del nostro ego, Dora e Papi ci ricordano che alcune delle promesse più grandi si mantengono senza parlare: un cane che resta, una mano che accarezza, due occhi che si cercano.

Una vita intera racchiusa nella semplice promessa di continuare a esserci l’uno per l’altra.

Allora, cari Lettori, vogliamo chiudere questo nostro viaggio con un appello sentito, quasi una preghiera laica: votiamoci al piacere autentico del Sapere e alla corretta, paziente Formazione della nostra Personalità.

Impariamo a guardare l’altro non come uno specchio in cui riflettere la nostra grandiosità o le nostre paure ma come un compagno di viaggio.

Solo in questo modo saremo in grado di difenderci dalla presunzione che, in fondo, abita gli angoli più bui dentro ognuno di noi. Solo così potremo evitare, con l’uso terapeutico dell’Amore e dell’Empatia, la corrosione dei sentimenti.

Ricordando sempre il monito di Antonio Porchia:

Dove c’è una piccola lampada accesa, non accendo la mia.

Non serve aggiungere altra luce quando c’è già una verità che brilla, anche se piccola.

Anche perché, prima o poi, per tutti noi arriverà quel momento in cui i riflettori si abbasseranno.

L’Editoriale finirà, la pagina si chiuderà, e ci ritroveremo nel silenzio delle nostre automobili, in fila, dietro a una vita che scorre veloce.

Resta solo da chiedersi cosa rimarrà di tutto questo parlare, di questo nostro cercare una rotta comune. Ci piace pensare che, quando la musica sfumerà, rimarrà la promessa di una vicinanza autentica, come quella che Antonello Venditti ha saputo cantare con struggente e malinconica poesia:

L’Amore insegna agli Uomini

La notte spegnerà
Le luci del palco
Il nostro canto e questa città
Chissà se rimarrà
Il senso profondo del nostro incontro
In un mondo senza pietà

L’amore insegna agli uomini
Di non lasciarsi mai
Di unire le nostre solitudini
Di non tradirsi mai

Poi chiusi nelle macchine
In fila dietro te
Ricorderai il mio viso
E le tue lacrime
Cantate insieme a me

Ma la notte spegnerà
Le luci del palco
Il nostro impianto e questa benedetta città
Chissà se rimarrà
Il senso profondo del nostro canto
In un mondo senza pietà

Chi lo sa, chi lo sa, chi lo sa

Ma questa notte non finirà

La fragilità è un valore umano. Non sono affatto le dimostrazioni di forza a farci crescere, ma le nostre mille fragilità, tracce sincere della nostra umanità. (Vittorino Andreoli)

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”

Un ringraziamento ad Amedeo Occhiuto per aver suggerito molti degli aforismi presenti

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