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L’Italia è ancora come la lasciai. C’è polvere sulle strade, ci sono truffe per il forestiero. C’è vita, c’è animazione, ma non cerchi l’ordine, non cerchi la disciplina. Ognuno pensa per sé, dell’altro si diffida. E i capi dello Stato, pure loro, pensano solo per sé.

Non è la lamentela di un cittadino qualunque, esasperato dall’ultimo telegiornale. Lo scriveva Johann Wolfgang von Goethe, più di due secoli fa. Ci si specchia in queste parole e si prova un brivido. Il brivido di scoprire che il tempo passa, ma l’uomo resta drammaticamente uguale a sé stesso.

Cari Lettori, se estendiamo questa amara constatazione al nostro presente, la confusione aumenta.

Viviamo in tempi bui. Molte epoche lo sono state, ma la nostra ha una colpa specifica: l’illusione tradita.

Ci hanno insegnato fin da bambini che la storia è maestra della vita. Ci abbiamo creduto. Ci siamo illusi di crederci. La verità, dolorosa e francamente evidente, è che non abbiamo imparato nulla.

Siamo dominati da figuri che inseguono i peggiori disvalori del secolo scorso. Davanti a questo scenario le braccia cadono. Si fa largo il pensiero fisso che il peggio non sia mai dietro l’angolo, ma già qui, seduto in mezzo a noi.

Eppure, non possiamo restare inermi. Non abbiamo il diritto di essere indifferenti.

Abbiamo il dovere etico, per quanto nelle nostre forze, di tenere desta la fiaccola della libertà, della fratellanza, dell’amore. Chi ha capito il meccanismo di questo gioco perverso deve svegliare i distratti.

C’è un limbo contemporaneo, alimentato dai canali del potere, che tende al diabolico molto più che al paradisiaco. È un sonno delle coscienze.

Per fortuna, gli stimoli per salvarci arrivano ancora dall’arte. Il Cinema, specialmente quello dei decenni passati, ha avuto un ruolo fondamentale. Ci ha costretti ad aprire gli occhi. E quando si parla di cinema che scuote l’anima, il pensiero va immediatamente a un uomo che ha fatto della propria fragilità uno specchio per il mondo: Robin Williams.

C’è una frase, attribuita a questo straordinario attore, che scombussola le nostre certezze:

Se vi dovesse capitare di passare davanti alla mia tomba, vedreste due date con un trattino in mezzo. Bene, guardate attentamente quel trattino perché è l’unica cosa che conta.

In quel trattino c’è tutto.

C’è la vita che accade mentre siamo impegnati a fare altro. C’è l’incontenibile energia di speranza che Robin ha regalato agli altri, forse per curare quella tristezza profonda che si portava dentro. Un’anima dolce, fuori dal comune. Un’anima che, per contrasto, ci fa pensare a una storia apparentemente piccola, trovata tra i post di “Zampette Cormonesi” 

La storia del gatto Pippo.

Pippo non è arrivato in quel rifugio per essere curato. Non aspettava un’adozione. Era anziano, malato, inguaribile. Aveva un tumore al cervello in stadio avanzato. Non c’erano speranze, c’era solo bisogno di assistenza continua per le sue ultime settimane di vita. Lo hanno accolto. Lo hanno tenuto pulito, sfamato, accarezzato. Quando la notte è peggiorata, gli sono rimasti vicini fino alla fine. E lui, nel momento del passaggio, ha fatto le fusa.

C’è tanta dignità da imparare nel fine vita di queste splendide creature. C’è un’ecologia dei sentimenti più nobili che lega la dignità di un piccolo animale alla sensibilità dei grandi uomini.

Robin Williams era così: un uomo capace di dare calore al mondo mentre il suo tempo, lentamente, si consumava. I migliori contengono sempre questo contributo straordinario. Ci insegnano a guardare il trattino tra le due date non come uno spazio vuoto, ma come l’unico luogo in cui vale la pena restare umani.

Robin Williams non è stato solo un attore: è stato un interprete dei nostri smarrimenti. Più volte candidato all’Oscar per la sua straordinaria efficacia, ha dovuto aspettare il 1998 per stringere tra le mani la mitica statuetta.

Il Maestro che sveglia le Coscienze

Merito del ruolo di Jean McGuire, lo psicologo di Will Hunting – Genio ribelle. In quella pellicola memorabile, accanto a un giovane Matt Damon, Williams ha messo in scena la terapia come atto d’amore: saper ascoltare chi, la vita, ha ferito e indurito.

Ma c’è un film che è andato oltre la semplice cinematografia, diventando un manifesto per intere generazioni di giovani.

Parliamo de L’attimo fuggente, uscito nel 1989.

È una pellicola che mantiene intatta, ancora oggi, una freschezza e una vitalità sorprendenti. Qui, Robin Williams indossa i panni del professor John Keating, un insegnante di letteratura destinato a un liceo d’élite, frequentato dai figli delle classi abbienti.

Keating non usa metodi convenzionali. Non gli interessa. Il suo arrivo sconvolge un ambiente paludato, “parruccone”, dove la tradizione si confonde con l’immobilismo. Il sistema scolastico dell’epoca (che assomiglia tanto a certe derive di oggi) non vuole svegliare le menti. Preferisce addormentarle.

Il suo scopo è preparare i ragazzi a inserirsi docilmente in una casta sociale in cui tutto deve perpetuarsi, immobile e identico. È un meccanismo spietato, basato sulle ingiustizie, studiato per favorire i ricchi, i prepotenti, i predatori della finanza e del potere.

Al professor Keating non va di costruire pecore da intruppare nel gregge del sistema.

Gli interessa un’altra cosa, molto più pericolosa per i guardiani dell’ordine costituito: favorire lo sviluppo di persone umane.

Uomini capaci di allenarsi a pensare con la propria testa. Giovani che trovino il coraggio di ribellarsi alle regole fisse, ai destini già scritti dai padri.

“Carpe diem”, sussurra Keating ai suoi allievi nei corridoi della scuola. Cogliete l’attimo, ragazzi. Rendete straordinaria la vostra vita.

Il celebre verso di Orazio smette di essere una nozione da mandare a memoria per l’interrogazione del giorno dopo.

Diventa un invito politico ed esistenziale: leggere dentro sé stessi per portare alla luce la genuinità, la freschezza, l’autenticità che la società vorrebbe soffocare. La Poesia, il Cinema, il Teatro non sono passatempi per i momenti d’ozio. Sono armi di difesa contro l’appiattimento dello Spirito. Sono una presenza fondamentale per vivere in modo creativo, per confrontarsi con l’altro e arricchirsi a vicenda.

Quando la Cultura assolve a questo compito, la Libertà cessa di essere una parola vana, una vuota formula da sbandierare nei comizi.

Diventa un autentico volano per sconfiggere i pregiudizi, per disarmare le violenze, per ripudiare le brutture del razzismo. Perché chi impara a pensare scopre una verità elementare, che oggi molti fingono di dimenticare: esiste una sola razza, la razza umana. È composta da miliardi di esseri viventi che condividono lo stesso precario, straordinario viaggio sulla terra. E che dovrebbero, semplicemente, sentirsi fratelli e vivere in pace.

Un bel film contiene sempre questo lievito: un messaggio che aiuta a crescere e a riflettere.

E i giovani di oggi, disorientati da schermi digitali e solitudini di ritorno, hanno un disperato bisogno di essere aiutati a crescere. Per salvare se stessi e, di conseguenza, per salvare tutti noi.

Le Maschere dell’Anima e il Dolore della Realtà

La filmografia di Robin Williams è stata un lungo, ininterrotto tentativo di curare le ferite del mondo attraverso il sorriso.

Cambiavano le storie, mutavano i personaggi, ma l’uomo restava lo stesso.

In Mrs. Doubtfire – Mammo per sempre, dietro i panni grotteschi di una governante anziana, c’era il ritratto straziante di un padre disposto a tutto pur di non perdere l’amore dei propri figli. Una satira dei costumi familiari che diventava poesia della paternità.

Poi è arrivato Patch Adams. Lì, Williams, ha prestato il volto a un medico vero, uno che aveva capito prima degli altri che la Medicina senza empatia è solo tecnica fredda. La terapia del sorriso non era un gioco per bambini, ma una rivoluzione filosofica: curare la persona, non solo la malattia.

E cosa dire de L’uomo bicentenario? Una macchina che scopre le emozioni e preferisce morire come uomo, accettando la vecchiaia e la fine, pur di non vivere per sempre senza poter amare. Un inno alla mortalità come valore supremo della nostra dignità.

In Al di là dei sogni, Williams ha persino sfidato l’inferno per ritrovare l’anima gemella, dipingendo l’amore come un legame che supera i confini biologici.

Persino in Hook – Capitan Uncino, il suo Peter Pan adulto e imbolsito ci ricordava il dramma di chi dimentica l’infanzia, esortandoci a non lasciare mai morire il bambino che custodiamo dentro.

Tutti questi film hanno un filo conduttore: sono una difesa a oltranza della speranza.

Ma la realtà, spesso, non concede il lieto fine di Hollywood. La realtà bussa alla porta con il volto duro della malattia.

Viene in mente un grande giornalista della Rai, Franco di Mare, scomparso di recente. Davanti al traguardo finale, colpito da un male spietato, ci ha lasciato parole che sembrano scritte con la penna stilografica della verità. Diceva:

Chi è malato si innamora del mondo. Nella malattia il tempo è rallentato, impone il suo ritmo, sei più attento, vedi cose che prima trascuravi. Oggi mi piaccio molto di più. E mi faccio rabbia. Non potevo essere così anche prima?

È una lezione immensa.

La sofferenza che diventa uno specchio pulito, capace di eliminare il superfluo e mostrare l’essenziale. Di Mare intravedeva ancora la luce, sperava nella scienza che va avanti, celebrava una soluzione che l’uomo avrebbe potuto scoprire.

Ma il dolore più grande, per lui come per tanti, non era quello del corpo. Era quello dell’anima, ferita dall’indifferenza. Scriveva, infatti, con amarezza

Quello che capisco meno, è l’assenza sul piano umano. Persone a cui davo del tu sono sparite e si sono negate al telefono. Di fronte a tale atteggiamento, lo definisco ripugnante

Ecco il cinismo dei sani. La fretta di chi sta bene e preferisce girare lo sguardo per non vedere il proprio destino riflesso negli occhi di chi soffre.

Robin Williams ha combattuto tutta la vita contro questa assenza di umanità, regalando agli altri la gioia che a lui mancava. Di Mare l’ha denunciata negli ultimi giorni di vita, regalandoci l’ultimo, grandissimo pezzo di verissimo giornalismo.

Vivere da Vivi

C’è chi davanti all’invasore, al male che avanza, sceglie il silenzio o la ritirata. E c’è chi, invece, decide di alzare lo scudo del sorriso. È una scelta di campo, quasi un atto di insubordinazione civile contro il destino. Nino Spirlì intellettuale, regista e già presidente della Regione Calabria, ha scelto questa seconda via. Ha guardato in faccia il proprio cammino e ha scritto parole che sono un manifesto di resistenza esistenziale:

Avrei potuto scegliere i lamenti e le tristezze, i pianti e i silenzi. Il buio, magari. O l’isolamento e l’abbandono. Avrei avuto tutto il tempo per consegnare al mio invasore tutta la bellezza della mia vita e lasciarlo libero di distruggerla. Lui si sarebbe cibato della mia disperazione, ed io sarei morto mille volte al giorno. Vivere da morto, per morire vivo. Io, invece, ho deciso di vivere da vivo, per morire da morto! Mi sto godendo sorrisi e risate. Albe e tramonti. Mia Madre, la famiglia, gli Amici. Mi auguro che il mio Signore e la Santa Madre mi concedano di poter continuare a ridere. Di tutto. Soprattutto, di me stesso!

È un ruggito che ribalta la prospettiva.

È lo stesso rifiuto del conformismo del dolore che Robin Williams insegnava nei suoi film. Significa non recitare la sceneggiata del moribondo, non cercare l’impietosimento. Significa rivendicare il diritto alla felicità fino all’ultimo secondo disponibile sul palcoscenico della terra.

Ma gli esseri umani sono fragili, complessi.

Non tutti hanno la forza di Spirlì, non tutti riescono a vincere l’assedio della malinconia. C’è chi, stremato, decide di chiudere i ponti con la vita. Di scendere prima dal treno.

Alberto Fortis, in una delle sue canzoni più struggenti e dolorose, La Sedia di Lillà, ha raccontato proprio questo dramma. Ci ha descritto un uomo immobile nel letto, con le gambe inesistenti e una piaga sulla bocca che seccava il suo sorriso. Un uomo che delirava pensando troppo al proprio futuro, vivendo male il presente, bloccato su una sedia a rotelle.

Quell’uomo, nella canzone, lascia un testamento spirituale che sembra scritto dallo stesso professor Keating dell’Attimo fuggente

Ma tu non farmi questo errore e vivi sempre nel momento. Cogli il giorno e tanto amore, cogli i fiori di lillà.

Poi, la cronaca della canzone si fa nera. L’amico va a trovarlo con i fiori in mano. Gli dicono che è uscito, che è andato a passeggiare. Ma la verità è un’altra, terribile. C’è un’ombra appesa che dondola nella stanza. Quell’ombra non voleva più stare sulla sedia di lillà. Ha scelto il silenzio definitivo.

Robin Williams, in una notte d’agosto del 2014, ha fatto la stessa identica scelta. Ha spento la luce, lasciando il mondo un po’ più freddo e un po’ più buio.

Cari Lettori, l’Editoriale di questa settimana non è un invito alla tristezza.

È l’esatto contrario.

È un inno alla cura del nostro “trattino” di vita.

Dal gatto Pippo, che muore facendo le fusa, a Franco di Mare che si innamora del mondo nella malattia; dall’orgoglio vitale di Nino Spirlì alla poesia disperata di Alberto Fortis.

Tutti loro, insieme a Robin Williams, ci ricordano che la vita è un viaggio precario, a tratti doloroso, ma immensamente degno di essere vissuto.

Non consegniamoci all’indifferenza dei tempi bui. Pensiamo con la nostra testa. Amiamo. E, finché avremo fiato, cogliamo ogni giorno i nostri fiori di lillà.

La sedia di Lillà

a fine non cancella il viaggio. La vera tragedia non è come si decide di spegnere la luce, ma aver vissuto al buio il tempo che ci era stato concesso. Perché, se è vero che siamo tutti di passaggio, c’è modo e modo di passare. (Cit.)

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”

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