Pubblicato su Lo SciacquaLingua
Ci sono parole che sembrano nate per stare in basso e invece, con una lenta caparbietà semantica, risalgono la scala sociale fino a diventare solenni. Ministero è una di queste. Nel latino classico era il servizio reso da chi stava sotto: un incarico umile, una mansione subordinata, il contrario del magisterium, che indicava l’autorità. Il minister era il servitore, il magister il capo. La coppia era così chiara che Cicerone, nelle sue orazioni, usa ministerium per indicare il lavoro materiale, quello che non richiede prestigio ma applicazione. Una parola di bottega, non di palazzo.
Il “ribaltamento semantico” comincia nel Medioevo, quando la Chiesa attribuisce ai ministeria un valore sacro: non più servizi servili, ma funzioni liturgiche che partecipano alla dignità del rito. È un passaggio decisivo, perché la sacralità ha sempre avuto il potere di nobilitare ciò che tocca. Da lì in avanti la parola si muove verso l’alto, lentamente ma con costanza. Nel Trecento compaiono attestazioni in cui ministero indica già un ufficio, una funzione ufficiale; nel Cinquecento, con la nascita delle burocrazie moderne, la parola entra stabilmente nel vocabolario del potere. Quando nel Settecento gli Stati europei iniziano a organizzare i propri organi esecutivi, il ministero diventa un’istituzione. La parola che indicava chi serve finisce con l’indicare chi governa.
Una curiosità gustosa riguarda il nostro Paese postunitario: nei primi decenni, i giornali usavano spesso ministero con un tono quasi reverenziale, come se il termine avesse ancora un’aura sacrale. In certe cronache ottocentesche si legge che “il Ministero ha parlato”, con la M maiuscola, come fosse una voce collettiva dotata di autorità morale. È un riflesso del suo passato ecclesiastico, un eco che sopravvive nella lingua anche quando il contesto è ormai laico. Un’altra curiosità: in alcune lingue romanze il termine non ha compiuto la stessa scalata. In francese ministère è sì un dicastero, ma conserva un uso più ampio e meno solenne; in spagnolo ministerio ha seguito la nostra traiettoria, ma mantiene ancora un legame forte con il senso originario di “servizio”. È come se ogni lingua avesse modulato la risalita secondo la propria storia istituzionale.
Eppure, ascoltando bene la parola, qualcosa del suo passato rimane. Nel ministero sopravvive l’idea del servizio, ma rovesciata: non più il servizio del subordinato al superiore, sibbene quello dello Stato verso la collettività. Il prestigio non cancella l’umiltà, la ricolloca. È un piccolo paradosso semantico: la parola che nasce per indicare chi serve diventa il nome di chi governa, ma continua a contenere, come un nocciolo antico, l’idea del servire.
E allora il ministero è ascesa, perché sale dal basso fino ai vertici dello Stato; è memoria, perché conserva la traccia del suo passato servile; è promessa, perché ricorda che governare dovrebbe essere, in fondo, un modo più alto di servire.
A cura di Fausto Raso

Giornalista pubblicista, laureato in “Scienze della comunicazione” e specializzato in “Editoria e giornalismo” L’argomento della tesi è stato: “Problemi e dubbi grammaticali in testi del giornalismo multimediale contemporaneo”). Titolare della rubrica di lingua del “Giornale d’Italia” dal 1990 al 2002. Collabora con varie testate tra cui il periodico romano “Città mese” di cui è anche garante del lettore. Ha scritto, con Carlo Picozza, giornalista di “Repubblica”, il libro “Errori e Orrori. Per non essere piantati in Nasso dall’italiano”, con la presentazione di Lorenzo Del Boca, già presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, con la prefazione di Curzio Maltese, editorialista di “Repubblica” e con le illustrazioni di Massimo Bucchi, vignettista di “Repubblica”. Editore Gangemi – Roma.

