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C’è un contrasto stridente, quasi violento, che attraversa questa strana estate.

Fuori, le cronache buie ci assediano con un rumore di fondo fatto di parole feroci e cinismo mediatizzato.

Dentro di noi, invece, pulsa il bisogno disperato di fermarci, di ritrovare una bussola. Per questo, a più di ventidue anni dalla sua scomparsa, la figura di Tiziano Terzani torna a parlarci con la forza di un faro nella tempesta.

Lui, il reporter che ha attraversato l’inferno delle guerre peggiori per poi trasformarsi in un uomo del silenzio e della pace, ci ha lasciato una mappa per non perdere la nostra umanità. Una mappa che inizia con una verità radicale, capace di azzerare ogni rumore di fondo:

La vita non è un problema da risolvere, ma un mistero da vivere

Cari lettori, È un concetto, questo, che Tiziano Terzani ha ripetuto più volte nel corso della sua vita. Un’esistenza vissuta sempre in giro per il mondo, cercando costantemente di sentirsi una docile fibra della Natura. Da questa prospettiva altissima e quasi dimenticata, avvertiamo oggi il bisogno di fermarci, di guardare il contrasto stridente tra la luce di una stagione che invita alla sospensione e le cronache buie che quotidianamente avvelenano i nostri giorni.

Per capire quanto brutto e feroce sia diventato il nostro mondo, basta accendere la televisione.

Qualche tempo fa, durante la trasmissione In Onda, Marianna Aprile ha chiesto a Gianrico Carofiglio un parere su un improponibile video realizzato dal generale Vannacci con l’ausilio dell’Intelligenza Artificiale.

Un filmato in cui, nei panni di un improbabile condottiero Romano, ordinava la morte simulata di avversari politici come Conte e Schlein.

La risposta di Carofiglio, immediata e tagliente, resta una lezione da incorniciare, una sintesi perfetta del momento surreale e drammatico che stiamo attraversando:

“Io devo fare una protesta contro di voi perché mi fate venire qua e non fate trovare il Plasil, facendo vedere questa roba qua. Io parlo di queste cose solo in presenza del mio gastroenterologo. Voglio fare una riflessione di metodo. Purtroppo, questa roba e altra fa tutta parte di una strategia che è stata teorizzata da un signore che si chiama Bannon e, in generale, dalle destre populiste di tutto il mondo. Si chiama “Flood the zone”: riempire l’ambiente di spazzatura, di liquame, di roba puzzolente, rivoltante, tantissima, in modo che chi si trova a dover reagire a tutto questo rimanga confuso o, peggio ancora, provi a rispondere ai singoli argomenti. Il problema è che non ci sono argomenti. Questa è spazzatura, questo è liquame e al liquame non si risponde argomentando, perché l’argomento non c’è. Si risponde indicando il collettore di liquame e dicendo che si tratta di qualche cosa con la quale noi non vogliamo avere a che fare, perché il liquame fa schifo. È il liquame fisico, è il liquame morale cui stiamo assistendo adesso”.

“Liquame morale”. Non esistono parole migliori. Questa strategia del flood the zone punta a saturare le nostre coscienze, a confonderci, a farci credere che l’intera umanità sia ormai ridotta a un ammasso informe di cinismo e violenza verbale. Ma noi, cari Lettori rifiutiamo di arrenderci a questo assedio. Contro il fango che sale, esiste un antidoto antico e rivoluzionario: il recupero del candore e dell’empatia originaria.

L’Antidoto del Candore e la Scelta dell’Onestà

Mentre il mondo degli adulti si sbrana nel peggio della provocazione politica, da qualche parte sul pianeta la purezza della vita continua a fiorire nei luoghi più inaspettati.

È la storia di un bambino di appena sei anni di nome Derek C. Lalchhanhima, un piccolo gesto che ha commosso il mondo intero ricordandoci chi siamo davvero prima di essere corrotti dal cinismo.

Mentre andava in bicicletta, Derek ha investito accidentalmente un pulcino. Non rendendosi conto che il piccolo animale era già morto, lo ha preso con estrema delicatezza e lo ha portato di corsa in ospedale, stringendo in mano l’unica cosa che possedeva: una banconota da 10 rupie.

Il suo desiderio era di una semplicità disarmante: chiedere ai medici di salvargli la vita. Un’infermiera, profondamente colpita da quel candore, ha fotografato la scena e l’immagine ha fatto immediatamente il giro del web.

Ma la vera lezione di questo bambino non finisce qui.

Tornato a casa, Derek continuava a disperarsi per le sorti del pulcino. Convinto che servissero semplicemente più soldi per curarlo, ha cercato di racimolare altro denaro per tornare in ospedale e contribuire alle cure. La sua scuola, in seguito, lo ha premiato per il grande esempio di empatia.

Questa storia apparentemente minima ci urla in faccia una verità immensa: la vera compassione non conosce età.

A volte sono proprio i bambini, con la loro innocenza e il loro cuore puro, a ricordarci il valore di ogni singola vita, anche della più piccola.

Tiziano Terzani, al termine delle sue infinite riflessioni sul mondo, riassumeva questa urgenza educativa in un’espressione che, nella sua apparente semplicità, nascondeva una saggezza titanica:

Educhiamo i figli ad essere onesti, non furbi

Un’espressione che in un mondo di sciacalli come il nostro suona tragicamente “anacronistica” e priva di speranza apparente. Eppure, le 10 rupie di Derek dimostrano che l’onestà e l’empatia sono scritte nel nostro codice genetico spirituale. La furbizia degli sciacalli è solo una sovrastruttura malata; il candore è la nostra vera natura.

La Metamorfosi di Terzani e il Senso del Cammino

Nel corso del tumultuoso e rumoroso vivere del nostro tempo, ogni tanto bisogna avere il coraggio di fermarsi.

Fermarsi e lasciarsi prendere dal sentimento di meraviglia davanti al mondo, esattamente come faceva Terzani.

Per scelta di vita, egli girò i vari continenti, dall’America alla sconfinata Asia. In Oriente si fermò per decenni e sviluppò un amore profondo per quelle culture, senza mai rinnegare i valori fondanti della sua identità occidentale.

In Cina, in India, sulle vette dell’Himalaya Tiziano avvertì, nel profondo, il richiamo di valori che da millenni invitano l’essere umano a meditare, a ricercare con calma e ferma saggezza sé stesso.

La sua esistenza spiritualmente intensa si è mossa lungo linee guida chiarissime: la ricerca di sé, l’importanza del rallentare, il valore assoluto dell’onestà e l’accettazione del mistero della vita e della morte.

Terzani non andava a caccia, per sé e per gli altri, di parole inebrianti. Detestava quei concetti che ubriacano sul momento ma, alla fine, ti lasciano solo con le mani vuote e il mal di testa.

Sapeva che non esistono ricette pronte. Ognuno deve ricercare in prima persona, perché sulla propria pelle deve “saggiare” le esperienze nuove e creative: OGNUNO DEVE FARE IL PROPRIO CAMMINO.

Per gran parte della sua vita, ironicamente, Terzani non fu molto noto in Italia, poiché scriveva principalmente per il grande settimanale tedesco Der Spiegel.

Poi, finalmente, i suoi libri (vere e proprie lezioni di vita nate sul campo della meditazione e del reportage) entrarono nel circuito del nostro distratto Paese, producendo effetti di non poca risonanza.

Parecchi lettori rimasero letteralmente “ammaliati” da tanta saggezza, affinata nei posti spiritualmente più profondi dell’Asia.

Capirono, leggendolo, che stare soli non significa affogare nella noia ma spalancare le porte alla ricerca.

Quando si è soli con sé stessi, la meditazione non è fuga dal mondo ma strumento per dare un senso autentico all’azione e al dipanarsi della vita.

A molti di noi non sarà possibile replicare i suoi viaggi fisici, ma è infinitamente bello sapere che Terzani ha indicato la possibilità, per ognuno, di ricercare la propria Via.

L’Orsigna e il Passaggio del Testimone

La ricerca vera è difficile, certo, ma l’esperienza di Tiziano sta lì a ricordarci che volere è potere.

La vera saggezza, in fondo, si misura nel modo in cui ci si pone dinanzi ai due grandi poli dell’esistenza: la vita e la morte. Terzani è stato un immenso ricercatore spirituale, affascinato dalle filosofie orientali ma non dobbiamo mai dimenticare che il retrogusto graffiante e schietto di essere toscano non lo abbandonò mai.

Non a caso, parecchio tempo prima di finire i suoi giorni, comprò un terreno nella Valle dell’Orsigna e vi fece costruire una casa semplice, spartana, nel posto più incontaminato rimasto nella sua Toscana.

Per sé si era fatto preparare una specie di divano all’aperto, dove poteva riflettere immerso nella madre natura, adottando un atteggiamento di vita pienamente orientale nel cuore dell’Appennino. La sua, fu sempre una spiritualità laica, pura, non identificabile con nessuna religione istituzionalizzata.

Negli ultimi anni, quando il tumore che lo “accompagnava” da tempo divenne più “invadente”, non si lasciò prendere dal panico dell’Occidente.

Andò negli Stati Uniti a consultare la più avanzata tecnologia medica ma non rimase soddisfatto.

Andò allora in Oriente a consultare una cultura millenaria. Anche qui, non ricevette le risposte attese.

A quel punto, con serena e sconvolgente saggezza, si ritirò nella sua casa dell’Orsigna ad aspettare l’inevitabile, continuando ad ammirare ogni giorno la bellezza della natura.

Qualche mese prima di morire, compì l’atto più alto che un uomo possa compiere: chiese alla moglie di far tornare il figlio Folco dagli Stati Uniti.

Voleva consegnargli il “senso” profondo della sua intera esistenza.

Ne nacquero un paio di mesi di straordinaria conversazione padre-figlio, di cui oggi ci restano i luminosi ricordi raccolti nell’opera postuma La fine è il mio inizio.

Del resto, un padre a chi deve consegnare il succo della propria vita se non al figlio?

Felice quel padre che ha un figlio disposto ad ascoltare!

In quelle pagine, Tiziano ci lascia un messaggio essenziale: il vero viaggio si rivela essere sempre e solo quello dentro la propria coscienza. Questo lo portò ad accettare la malattia non come una condanna o un’ingiustizia, ma come l’ultima, straordinaria opportunità per riappacificarsi con la morte, concepita finalmente come parte naturale e armoniosa dell’esistenza.

Il Mare all’Alba e la Follia dell’Attesa

Questo passaggio di consegne tra padri e figli, questa ricerca di un senso nel silenzio, trova un’eco perfetta e struggente in una storia dei nostri giorni.

È il racconto di Vittorio, un uomo di 57 anni, che custodisce un segreto che sua figlia Giulia non conosce. Ogni anno, il giorno del compleanno di lei, Vittorio va al mare. Da solo. All’alba. Anche se è pieno inverno.

Oggi non vivono distanti, li separano appena venti minuti di macchina. Ma la vita, con la sua inesorabile e silenziosa lentezza, li ha allontanati. Lei è diventata una donna, ha costruito il suo mondo autonomo, e lui è rimasto nel proprio. Si sentono poco, si vedono ancora meno. È il corso naturale delle cose, dicono tutti, ma fa male lo stesso.

Quando Giulia era bambina, però, avevano un rito sacro tutto loro. La madre non amava la sabbia, così l’estate era uno spazio esclusivo tra padre e figlia. Vittorio la svegliava che era ancora buio, accampando la scusa del traffico. Ma la verità era un’altra: voleva mostrarle che il mare, quando il sole taglia l’acqua all’orizzonte, ha un respiro diverso. La prima volta Giulia aveva tre anni, si era riaddormentata in auto. Arrivati in spiaggia, Vittorio l’aveva presa in braccio, avvolta in un telo, sedendosi sulla sabbia fredda. E mentre la luce arancione sorgeva dall’acqua, la bambina aveva aperto gli occhi gonfi di sonno, appoggiando la testa sulla spalla del padre e sussurrando: “Papà… è bellissimo”.

Quel rito è durato fino ai quattordici anni di lei, quando condividere l’alba con un padre è diventato improvvisamente noioso.

Ma Vittorio non ha mai smesso. Ha continuato ad andarci da solo, in silenzio, ogni singolo anno, parcheggiando nello stesso punto. Forse per tenerla vicina, o forse per sedersi ancora un momento accanto a quella versione bambina che si stringeva a lui con totale fiducia.

Quest’anno, nel pomeriggio del trentaduesimo compleanno di Giulia, il telefono di Vittorio ha squillato. “Ciao papà… Sai una cosa? Oggi ho pensato al mare. Mi è venuto in mente all’improvviso. Ti ricordi quando ci andavamo da soli, prestissimo? Mi mancano quelle mattine, papà”.

Vittorio non le ha confessato che poche ore prima era su quella stessa spiaggia, al freddo, a guardare l’orizzonte pensando a lei. Ha solo deglutito un nodo enorme in gola e ha risposto: “Anche a me”.

Ecco dove si incontrano Terzani, il piccolo Derek e Vittorio.

Si incontrano nella consapevolezza che l’Umanità non è perduta finché esiste questo filo invisibile che unisce le generazioni attraverso l’amore, l’onestà e la capacità di fermarsi davanti alla meraviglia della natura.

La spazzatura mediatica, il liquame morale che Bannon e i suoi discepoli usano per allagare i nostri giorni, svanisce di fronte al respiro del mare all’alba, di fronte a un padre e a un figlio che si consegnano il senso della vita.

Cari Lettori, qualche giorno fa ci hanno chiesto quale fosse la cosa più folle che avessimo mai fatto per qualcuno.

Abbiamo risposto:

Niente di che, semplicemente aspettarlo

Perché nell’attesa silenziosa, specchio fedele dell’Orsigna e del mare d’inverno, risiede la forma più pura di speranza e di amore che l’essere umano possa sperimentare.

Un’attesa che non è passività, ma il viaggio più difficile: quello che accetta le distanze e il tempo, restando a guardare l’orizzonte. Vi lasciamo al termine di questo percorso con le note e le parole di “In viaggio” di Fiorella Mannoia. Una canzone che è un manifesto per ogni padre, per ogni educatore, per chiunque sappia che il compito più alto non è trattenere chi amiamo, ma consegnargli il senso della vita e lasciarlo andare, restando lì, custodi invisibili del suo cammino.

In Viaggio

Domani partirai, non ti posso accompagnare / Sarai sola nel viaggio, io non posso venire.
Il tempo sarà lungo e la tua strada incerta / Il calore del mio amore sarà la tua coperta.
Ho temuto questo giorno, è arrivato così in fretta / E adesso devi andare, la vita non aspetta.
Guardo le mie mani ora che siamo sole / Non ho altro da offrirti, solo le mie parole.

Rivendica il diritto ad essere felice / Non dar retta alla gente, non sa quello che dice.
E non aver paura, ma non ti fidare / Se il gioco è troppo facile avrai qualcosa da pagare.
Ed io ti penserò in silenzio nelle notti d’estate / Nell’ora del tramonto, quando si oscura il mondo, l’ora muta delle fate.
E parlerò al mio cuore, più forte, perché tu lo possa sentire / È questo il nostro accordo prima di partire.

Prima di partire, domani, non ti voltare / Ama la tua terra, non la tradire, non badare alle offese, lasciali dire.
Ricorda che l’umiltà apre tutte le porte / E che la conoscenza ti renderà più forte.
Lo sai che l’onestà non è un concetto vecchio / Non vergognarti mai quando ti guardi nello specchio.
Non invocare aiuto nelle notti di tempesta / E non ti sottomettere, tieni alta la testa.

Ama la tua terra, ama, non la tradire / Non frenare l’allegria, non tenerla tra le dita.
Ricorda che l’ironia ti salverà la vita, ti salverà.
Ed io ti penserò in silenzio nelle notti d’estate / Nell’ora del tramonto, quella muta delle fate.
E parlerò al mio cuore perché domani partirai in silenzio / Ma in una notte d’estate io ti verrò a cercare, io ti verrò a parlare.
E griderò al mio cuore perché tu lo possa sentire / Sì, lo possa sentire, tu lo possa sentire.

Ci sono conchiglie che portano il mare dentro anche a chilometri di distanza. Ci sono anime che fanno lo stesso, ovunque vadano. (Filippo Alosi)

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”

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