Ti ho visto passare, tempo, ladro fedele che ti prendi il bene e il male senza chiedere il permesso. Te ne vai in un silenzio che fa rumore, mentre io resto qui, un po’ clown e un po’ soldato, impotente davanti ai tuoi rintocchi. Quando la vita era un bacio sulla bocca sei volato via troppo in fretta; quando invece affogavo dentro i vuoti bagnati di lacrime, ti sei fatto pigro, immobile. Ma la rabbia vera, vedi, è quando hai frenato di colpo, proprio là dove c’era ancora un mare di vita da bere e troppi sogni da finire.
Cari Lettori, iniziare un viaggio nella poetica di Roberto Vecchioni (che, da poco, ha compiuto 83 anni) significa, inevitabilmente, fare i conti con questo ticchettio ostinato.
Ma perché oggi, nel pieno di un’epoca in cui tutto ci sfugge dalle mani, abbiamo così disperatamente bisogno della sua idea di tempo?
Viviamo in apnea, schiacciati da un presente perennemente accelerato, dove consumiamo storie, relazioni e istanti senza avere il tempo di abitarli.
Ogni persona, importante nel suo campo, viene” fissata” da chi ne segue la vita, di solito, in un cliché. Se è un cantante, viene abbinato per decenni alla sua canzone di miglior successo, se è uno scrittore al suo romanzo più famoso o più premiato, e così via.
I media ne seguono gli avvenimenti e ci informano su tutto ciò che pensano possa interessare la curiosità del lettore o dell’ascoltatore.
Noi siamo “innamorati” delle biografie perché da tanto tempo abbiamo constatato che dietro ogni successo c’è una persona (se volete, un personaggio) che ha vissuto e vive una vita permeata di sofferenze, dolori, fragilità.
Per noi, ognuno di costoro dovrebbe produrre un effetto pedagogico. Al di là del successo e della notorietà, tutti noi dovremmo prendere atto che anche l’esistenza più “felice” è costellata di tanta e tanta infelicità.
Parliamo di chi vive con consapevolezza e in modo non banale.
Roberto Vecchioni ha vissuto una esistenza intensa che nel campo musicale gli ha dato non poche soddisfazioni. In tanti decenni.
Le tante canzoni di qualità non hanno mai raggiunto successi galattici, ma si sono fermati nell’ambito di una bella e intensa notorietà tra il pubblico di ascolto intelligente e la critica più colta e motivata.
Una novità forte in lui è costituita dal suo essere stato ed essere tuttavia un docente di Italiano, Latino e Greco di forte carisma.
L’incontro necessario con i giovani nelle aule di un Liceo non è mai stato abbandonato, neanche quando il successo del suo lavoro consentiva di poterne fare (materialmente) a meno.
L’attaccamento ai giovani ha qualcosa di grande e di unico se pensiamo che due dei suoi figli ebbero vita sfortunatissima: uno morto suicida, un altro malato di sclerosi multipla.
Si può ridere con una vita così?
Si può solo con malinconia sorridere di ogni cosa perché in ogni analisi siamo aiutati a sopravvivere dalla lezione dei classici, dalla quale apprendiamo la dura precarietà di ogni esistenza. Ognuna coi suoi dolori, originalmente vissuti. Ma, in ogni caso sempre dolori sono.
Nonostante i grandissimi dolori familiari e i suoi problemi di salute, lui ci parla per informare, per educare, per far crescere chi ascolta.
Ricordiamo, anni fa, il suo impegno a Napoli nel progetto “Giochi senza barriere”. Una forte lotta per i diritti dei ragazzi disabili.
Da non sottovalutare le tante testimonianze AISM, ove ogni parola era frutto di una sofferenza vissuta sulla propria carne.
Vien naturale chiedersi quale sia il suo rapporto con la religione. Anni fa, Vecchioni, in una intervista su Avvenire, ha confessato:
Sono un credente, ma ho avuto una lenta costruzione della mia fede. (..) Tutto ciò che capita ha una recondita ragione, anche il dolore. Ciò che ci capita non deve essere considerato come finalità, ma come un segno. Anche il dolore è un segno. Da assumere e interpretare.
Divoriamo i giorni, ma non li viviamo.
Vecchioni, con la sua camicia sbottonata e l’inseparabile vena da professore, ci offre l’antidoto a questa frenesia: la resistenza della parola.
Per lui, il tempo non è un algido dato cronologico ma una materia viva, quasi fisica, da sfidare a duello. La sua poesia fa questo: dilata i secondi felici per farli durare un’eternità e dà un senso persino alle stagioni del dolore.
In un mondo che corre senza sapere dove andare, riscoprire Vecchioni significa darsi il permesso di rallentare. Significa capire che un bacio, un rimpianto o una lacrima non sono perdite di tempo ma l’unico modo che abbiamo per lasciare un’impronta sul mondo prima che il “ladro fedele” porti via tutto.
Il professore del tempo ritrovato
Nel panorama culturale contemporaneo, dominato dalla velocità digitale e dalla frammentazione identitaria, Roberto Vecchioni non rappresenta semplicemente un pilastro della canzone d’autore italiana. Egli incarna un archetipo sociale preciso: il custode della complessità.
In una Società che tende a polarizzare e semplificare ogni dibattito, “Ninni” (come veniva affettuosamente chiamato dalla propria mamma) unisce mondi apparentemente distanti:
- La cultura “alta” e “bassa”: Coniuga la rigidità della filologia classica con la popolarità della musica leggera.
- Il ponte generazionale: Parla ai giovani non scimmiottando il loro linguaggio, ma offrendo loro la gravità e la bellezza della memoria.
- La resistenza umanistica: In un’epoca che premia l’efficienza algoritmica, lui rivendica il diritto all’errore, al dubbio e alla passione (il pathos greco).
La risposta alla “società liquida”
Se la modernità descritta da Zygmunt Bauman ci vuole fluidi, precari e privi di punti di riferimento, Vecchioni si pone come un ancoraggio simbolico. Non è un nostalgico del passato, ma un militante del presente che usa la storia e il mito per decodificare l’oggi. La sua figura oggi rappresenta la possibilità di restare umani, colti e profondamente emotivi dentro il rumore di fondo della contemporaneità.
Tutti dicono che l’amore fa male: non è vero. La solitudine, fa male; il rifiuto, fa male; perdere qualcuno, fa male. Tutti confondono queste cose con l’amore ma, in realtà, l’amore è l’unica cosa, in questo mondo, che copre il dolore e che ci fa sentire, ancora una volta, meravigliosi (Cit.)
Il cuore sano e i cuori andati via
Per capire fino in che modo questa complessità umanistica ci riguardi tutti, bisogna scendere dalle cattedre e guardare la realtà nei suoi angoli più bui. C’è una storia, rimbalzata recentemente tra le cronache e i silenzi della rete, che sembra scritta da Vecchioni in una notte di mezza estate.
È la storia di una veterinaria che si vede consegnare un setter gordon di 12 anni, la testa ingrigita e le zampe stanche. I padroni chiedono l’eutanasia.
Il motivo? Un trasloco.
“Un cane grande non entra in 40 metri quadrati”, dicono. Offrono persino il doppio del denaro per occuparsene “con discrezione”. Ma l’ecografia di quel cane dice che il cuore è perfetto. Sano. Fortissimo. La veterinaria posa la penna e dice no. Rifiuta di trasformare una vita in un problema di logistica condominiale. E mentre quella coppia esce dalla clinica, lasciando il cane a guardare la porta che si chiude con una lealtà silenziosa che fa più male di un grido, la dottoressa spilla l’ecografia normale alla richiesta di soppressione. Due fogli vicini: la prova che un cuore animale poteva essere sano, mentre altri cuori, quelli umani, erano già andati via da un pezzo.
Whisky (questo il nome del cane) quella notte non è morto. Ha dormito su un tappeto beige a casa di un’assistente, ha bevuto l’acqua da una ciotola nuova, ignorando che nel momento in cui il suo mondo si era ristretto, l’umanità di qualcuno aveva scelto di non restringersi con lui.

Foto da “Meraviglie nascoste”
Sotto il cielo di Vecchioni: il Buono e il Brutto
Perché raccontare questa storia in un editoriale su Roberto Vecchioni? Perché questa vicenda è lo specchio esatto di quel dualismo etico che il Professore canta da cinquant’anni. In quella stanza d’ospedale veterinario si sono incrociati, drammaticamente, il “buono” e il “brutto” che abitano dentro ognuno di noi.
Da una parte, la miseria di chi calcola la vita in metri quadri ed efficienza materiale; dall’altra, la resistenza poetica di chi si ferma, accarezza un collo e dice “no”.
Vecchioni ha sempre rifiutato la narrazione degli uomini tutti d’un pezzo, dei santi immacolati o dei cattivi da fumetto.
In brani come “Gli Anni” ( “Gli anni t’imbrogliano, io non so più se sono buoni o cattivi gli indiani…”), “Il lanciatore di coltelli” (Non mi troverete mai… tra i cattivi o tra i buoni, io sono solamente quel che sono: un vero lanciatore di coltelli”) e “Gli Ippopotami” (“Ma era il tempo che c’erano i buoni e i cattivi…”) ci ricorda che l’essere umano è una creatura tragicamente divisa. Siamo capaci di tradimenti meschini per un briciolo di comodità, eppure conserviamo dentro una scintilla divina capace di salvarci all’ultimo secondo.
Il Professore non giudica la coppia che abbandona Whisky; se fosse lì, probabilmente cercherebbe di scavare nel loro vuoto, nel loro spavento di fronte allo spazio che manca, nella loro incapacità di amare oltre il confine del proprio egoismo.
Perché la poesia di Vecchioni fa proprio questo: non divide il mondo in buoni e cattivi con la scure del moralismo, ma ci sbatte in faccia la nostra stessa fragilità, implorandoci, canzone dopo canzone, di scegliere la parte della luce. Di essere, insomma, come quella mano che si è posata sul collo di Whisky la sera del 7 giugno: una mano che non era venuta per tradire.
Nulla resta di più caro nel cuore dell’aver condiviso attimi con chi sa di cosa quegli attimi erano fatti
Eppure, cari Lettori, per quanto ci piaccia identificarci esclusivamente con quella mano buona, la verità che questa storia ci sbatte in faccia è più scomoda.
I padroni di Whisky non sono mostri alieni; sono il prodotto estremo di una Società che ci educa a tagliare i rami secchi, a eliminare ciò che crea attrito, a scindere la realtà in ciò che è utile e ciò che è d’intralcio. Una dinamica che Roberto Vecchioni aveva già profeticamente descritto, oltre quarant’anni fa, non con un saggio di sociologia, ma con una delle sue canzoni più enigmatiche e geniali.
“Canzonenoznac” e la guarigione dalla scissione kleiniana
Il titolo stesso del brano del 1984 (Canzonenoznac) è un palindromo imperfetto, una parola che si riflette allo specchio invertendosi. Questo espediente formale introduce visivamente il tema del doppio e della proiezione. Il testo descrive due leader geopolitici o ideologici: uno della “parte chiara” (con la barba) e uno della “parte scura” (con la cicatrice). Si tratta della perfetta allegoria estetica di quello che Melanie Klein definisce il meccanismo di scissione.
La posizione schizo-paranoide e il mondo perfetto
Nella prima fase dello sviluppo psichico (posizione schizo-paranoide), il neonato non tollera l’ambivalenza: divide la realtà in “oggetto buono” (fonte di gratificazione) e “oggetto cattivo” (fonte di frustrazione). Vecchioni proietta questa dinamica sulla società contemporanea: un mondo che si pretende “così perfetto” proprio perché elimina la complessità.
I due leader si sospettano a vicenda, si sbeffeggiano, si accusano di essere “schiavi del sistema”.
Ognuno vede nell’altro il depositario di tutto il male o di tutta la felicità, incapace di guardare dentro sé stesso. È il trionfo dell’identificazione proiettiva: l’incapacità di accettare che il bene e il male coesistano nello stesso individuo. Esattamente come chi, pur di non guardare la propria macchia etica, preferisce liquidare una vita di dodici anni come un semplice “problema di logistica condominiale”.
Il rifiuto del dolore: il “servofreno” sociale
Il leader della parte chiara sperimenta una crisi, piange per la sua vita perduta, ma interviene un meccanismo di difesa:
…il servofreno dentro il cuore, che scatta al minimo segnale, gli eliminò tutto il dolore
Vecchioni anticipa qui la deriva della società odierna: l’uso di anestetici emotivi (social network, performance, iper-consumo, psicofarmaci usati come scudo, o la burocratizzazione degli affetti) per fuggire dalla sofferenza.
Questa anestesia blocca l’evoluzione psichica, congelando l’individuo nell’illusione di un mondo senza colpa e senza perdono.
Quei due fogli spillati insieme dalla veterinaria (l’ecografia sana e la richiesta di soppressione), sono la fotografia di quel servofreno in azione.
La posizione depressiva: la cicatrice e l’oggetto intero
La risoluzione del meccanismo scissionale avviene nel finale, attraverso il leader della parte scura. Egli compie un viaggio a ritroso verso la memoria, il “vecchio bivio”, l’origine. Quando si toglie la barba (la maschera della contrapposizione):
“Apparve a forma di radice, quella sua vecchia cicatrice”
Questo è il momento della posizione depressiva kleiniana.
Il leader scopre che l’avversario non era altro che lo specchio di sé stesso. La cicatrice (il trauma, la parte scura) e la radice (l’origine, la parte chiara) coincidono. Risolvere la scissione significa proprio questo: integrare le parti buone e le parti cattive del Sé e dell’oggetto. Capire che lo “scuro” e il “chiaro” albergano nello stesso petto.
La guarigione psichica (e sociale) passa per l’accettazione della nostra ferita originaria, smettendo di proiettare il male sul “nemico” di turno, o sulla pretesa che lo spazio in cui viviamo debba essere geometricamente perfetto ed esente da sacrifici.
Lui trovò lei mentre era impegnato a non cercare niente; lei trovò lui mentre cercava di non farsi trovare da nessuno.
In questa dinamica di specchi e di incontri salvifici si cela il Vecchioni più autentico. La straordinaria forza simbolica del Professore risiede infatti nel fatto che la sua teorizzazione della “cicatrice” non è un esercizio accademico ma il riflesso speculare della sua stessa esistenza. La sua vita privata è stata attraversata da gioie immense e da dolori indicibili, che lui ha saputo integrare psichicamente senza mai cedere all’anestesia emotiva.
L’integrazione del trauma: l’uomo oltre il professore
Il baricentro del suo mondo è sempre stata la paternità, vissuta e cantata attraverso i suoi quattro figli come fossero stagioni della vita: Francesca (avuta dalla prima moglie Irene Bozzi), e Carolina, Arrigo ed Edoardo (nati dalla lunga unione con Daria Colombo).
Una paternità che ha dovuto fare i conti con la vulnerabilità dei corpi e della mente. Al figlio più giovane, Edoardo, colpito da sclerosi multipla, ha dedicato nel 2007 il brano Le rose blu. Una preghiera laica che non nega la sofferenza (“la parte scura”), ma la affronta stringendo la mano al limite biologico.
La prova più devastante arriva però nell’aprile del 2023 con la dolorosa scomparsa del terzogenito Arrigo a soli 36 anni, dopo una lunga battaglia contro il disturbo bipolare. Davanti al lutto più innaturale, Vecchioni e sua moglie rifiutano la rimozione o la vergogna sociale che ancora circonda il disagio psichico. Con una reazione che incarna perfettamente la transizione kleiniana verso l’oggetto intero e riparativo, i coniugi trasformano la ferita privata in uno strumento di cura collettiva, creando la Fondazione Arrigo Vecchioni per squarciare il velo del silenzio sulle malattie mentali nei giovani.
L’Origine del Duplice: La Famiglia d’Origine
Questa attitudine alla scissione e alla successiva integrazione non è soltanto un’intuizione clinica: alberga nella genetica emotiva di Vecchioni, radicandosi nella sua infanzia. La sua casa è stata il palcoscenico di un’autentica polarizzazione antropologica e psicologica, divisa tra due forze opposte:
- Il Padre e l’Altalena Emotiva: Descritto dall’artista come la “stravaganza e la fantasia napoletana”, Aldo conviveva con un temperamento assimilabile a tratti bipolari. Capace di fiammate d’onnipotenza, grandi intuizioni economiche e rovinose cadute nel gioco d’azzardo, incarnava la quintessenza della “parte scura” e della “parte chiara” coesistenti. Un uomo imprevedibile, amato e imitato, che ha depositato nel cantautore il gene della genialità sregolata.
- La Madre come “Misura” e Presenza: Al contrario, la madre Eva rappresentava “la misura di tutte le cose”. Accudente, mesta, solida e volitiva, era l’ancora di salvataggio emotiva della casa. La custode del reale che compensava le oscillazioni del partner offrendo ai figli una certezza assoluta.
Il coniglietto spelacchiato e la grammatica dei ricordi
Ma la verità è che non siamo mai pronti a misurare la fine, accecati come siamo dal nostro “servofreno” quotidiano. Lo dimostra la storia di un altro addio, consumato tra le mura di un piccolo appartamento a Torino, dove la ciotola vuota di Benno e la sua pettorina appesa al gancio sembrano gridare più di qualunque rumore.
Benno aveva quattordici anni. Negli ultimi sette giorni della sua vita, il suo padrone era troppo occupato tra smart-working, videochiamate e scadenze per accorgersi che il tempo stava presentando il conto.
Il lunedì, mentre otto volti parlavano sopra uno schermo, Benno ha appoggiato la testa sulle sue ginocchia e si è sentito dire:
“Non ora, Benno…”. Allontanato.
Il martedì, con un’energia imprevista, il vecchio cane ha trascinato il padrone fino alla piazzetta dietro la Chiesa di San Massimo, fermandosi davanti a una vecchia panchina dove anni prima passavano le serate d’estate. Si è seduto e ha guardato davanti a sé, immobile, mentre l’umano rispondeva a un messaggio sul telefono, convinto di avere un tempo infinito. Forse Benno stava salutando un ricordo; l’adulto distratto non lo capì.
Il mercoledì ha persino cercato il contatto con Matteo, il timido ragazzo del terzo piano, quasi a voler tessere un ultimo legame con il mondo circostante.
Poi, il giovedì, l’atto finale: Benno ha trascinato da sotto il letto una scatola di cartone da cui sono uscite vecchie foto di un passato felice. Ha preso tra i denti il suo pupazzetto preferito ( un coniglietto spelacchiato), lo ha posato sul cuscino del suo padrone, si è seduto e lo ha guardato. Come a volergli lasciare un’eredità.

Foto da Cose che ti fanno pensare
La Deformazione del Ricordo: L’Alzheimer e il Dolore dell’Assenza
Questo struggente bisogno di aggrapparsi ai dettagli del passato per dare un senso al presente è lo stesso cortocircuito doloroso che si compie nella vita del Professore quando sua madre Eva, che era stata la “misura” e la certezza del mondo, viene colpita dall’Alzheimer.
La malattia dissolve la memoria della donna, generando un vuoto intollerabile per un figlio che ha fatto della parola e del ricordo la propria ragione di vita.
Questo dramma privato confluisce nella straordinaria e struggente ballata “E tu che c’eri, sempre”.
Qui si compie un rovesciamento dei ruoli: il figlio diventa il custode della madre, invertendo la linea del tempo.
Esattamente come i versi di Canzonenoznac recitano “questo ricordo era un difetto, nel mondo ormai così perfetto”, l’Alzheimer della madre ( così come la cecità temporanea degli umani di fronte agli addii di Whisky o Benno) diventa la drammatica traduzione reale di quella lirica.
Il passato si cancella, la mente si frammenta e la “presenza” della madre diventa un’assenza presente.
Dedicando questa canzone alla madre, Vecchioni compie l’ennesimo atto di riparazione psicologica. Non nega il decadimento, non cancella il dolore della malattia, ma lo integra. Celebra la totalità di una madre che “c’era, sempre”, unendo la sua gloriosa lucidità del passato con la sua fragile ombra del presente in un unico, immenso atto d’amore.
Chiamami ancora amore: la fine del viaggio
Cari Lettori, arrivati alla fine di questo viaggio nella poetica di Roberto Vecchioni, capiamo che il tempo non è una clessidra che si svuota, ma un album da sfogliare con le mani tremanti.
Che si tratti di un setter gordon di dodici anni rifiutato per quaranta metri quadri di egoismo, di un vecchio cane a Torino che lascia in eredità un coniglietto spelacchiato sul cuscino, o di una madre che dimentica il nome di suo figlio, la lezione del Professore resta la stessa: difendere l’umanità dall’anestesia del cuore.
In un mondo perfetto e digitalizzato che viaggia a velocità insostenibili, la poesia e le canzoni di Vecchioni ci costringono a fermarci, a guardare le nostre cicatrici e a riconoscerle come radici. Ci insegnano che guarire dalla scissione significa accettare il buono e il brutto che albergano dentro lo stesso petto.
E allora, cari lettori, quando questa sera spegnerete gli schermi e il silenzio tornerà a farsi sentire, provate a non accendere un altro “servofreno” sociale. Accarezzate chi vi sta accanto, tornate a trovare la vostra vecchia panchina e, se la vita vi sembra troppo dura o troppo corta, lasciatevi cullare dalle parole di quel professore con la camicia sbottonata. Perché finché ci sarà qualcuno capace di piangere per un ricordo e di lottare per un bacio, il “ladro fedele” non avrà vinto del tutto. E noi potremo ancora voltarci indietro e dire, a chi ci ha salvato dal buio: grazie, perché tu c’eri, sempre.
Che c’eri sempre
Che c’eri sempre quando tornavo o non tornavo e mi leggevi negli occhi se avevo bevuto, cantato, fatto l’amore o girato per Milano da solo di notte, e aspettavi l’alba per dirmi niente, o forse soltanto “Dove?” E io ti rispondevo: “La nebbia, com’è bello sapere che non si sa dove si è, com’è bella Milano”.
Che c’eri quando hai sopportato il mio morbillo, e con trentanove di febbre recitavo La cavallina storna in delirio.
Che c’eri quando mi scoprivi a studiare di notte e “Adesso basta, ninì”, ti infuriavi e buttavi via i libri, e il giorno dopo me li facevi trovare ricoperti.
Che c’eri quando una ragazza o una ferita, un sorriso come un lampo o una nuvola nera stavano attraversandomi la vita.
E in quell’incidente tremendo che io non capivo perché, “Ma è solo un colpo lì”, ridevo; e tu fingevi: “Passerà, ninì, è un momento”.
Che c’eri a ricopiarmi la tesi, a mettermi una chitarra in mano, a tenere nascosti in un cassetto i miei temi; che c’eri a raccontarmi un’infanzia, quando volevo uccidere Sergio in culla con un nocciolo in gola.
Che c’eri a rifletterti, e chi vuoi che lo sappia, in me, per tutto quello che non avevi mai avuto e potevi, dovevi essere.
Perché ovunque, comunque, in qualsiasi discussione, negozianti, amici, parenti, inesorabilmente finivi a parlare di me.
Che c’eri quando non c’era la paura.
Che c’eri sempre, anche quando non dovevi esserci, anche quando sei entrata per caso a innaffiare i fiori (che stavano benissimo) mentre baciavo una ragazza.
Che c’eri a ogni mio Natale, a ogni smisurata incoscienza, a ogni amore svanito in profumo, a ogni mia scatola di giochi, solitudine di cui conoscevi le stelle.
Ché tutto questo vento d’immagini e sogni mi viene dal tuo avermi insegnato dolcezza di vivere ad essere buoni, e perfino dire le preghiere che mi sembravano ridicole allora, inutili suoni.
Che c’eri sempre a buttarla sul ridere per ogni presunto dolore. Sempre a chiudere la porta e aprire le finestre.
Sempre a dirmi: “Non dormi? Immagina, inventa, raccontati storie”.
E c’eri sempre anche quando ti scoprivo a piangere la sera e mi dicevi: “È niente, ninì, forse è amore”. Che se ne va. Perché una volta l’hai sognato quell’uomo e lui ha sognato te.
E c’eri alla prima figlia, alla seconda, all’ultimo.
E a ogni pianto.
C’eri a ogni prima stentata canzone.
C’eri alla malinconia e me la lasciavi senza dirmi niente, senza interferire.
C’eri alla cima del monte, all’acqua del mare, all’aprirsi del cielo.
E c’eri sempre anche quando non erano fatti tuoi, che non t’andava mai bene niente, e in tutta onestà un bel po’ di volte mi hai pure rotto, dolcemente, i coglioni.
Ma che c’eri sempre.
È che io, io non c’ero, quando te ne sei andata.

Enzo Ferraro – già Dirigente Scolastico, Letterato, Umanista, Politologo

Giorgio Marchese – Direttore “La Strad@”


